Maggio in Medio Oriente: i fragili equilibri e le scellerate scelte di Trump

Mentre dalle nostre parti ci si barcamena nella speranza che Qui, Quo e Qua si mettano d’accordo e un governo venga fuori, un poco più a Est la situazione continua a essere incandescente.
Si vota in due Paesi e si rischiano disordini e violenze in altri quattro: la causa di tutto questo è Donald Trump.

Le elezioni del 6 maggio in Libano

Canto primo: in Libano e in Iraq i cittadini sono chiamati alle urne (6 e 12 maggio).
Nel primo caso non succedeva da nove anni e lo scopo è quello di eleggere un nuovo Parlamento; nel secondo, invece, i cittadini voteranno sì per il solo Parlamento, ma quest’ultimo dovrà poi anche nominare un premier e un presidente della Repubblica. Tre organi di governo su tre da cambiare, in un Paese che è stato una trincea di guerra per gli ultimi quindici anni, non è un fatto da poco. Rinnovamento o riconferma dell’attuale status quo?

Come abbiamo imparato, gli equilibri di politica estera sono tali proprio per la loro fragilità: questi avvenimenti lontani da noi generano reazioni a catena su realtà – se possibile – ancora più turbolente. È il caso appunto di Libano e Iraq: in questi due Paesi una vittoria delle forze sciite – paladine o marionette (a seconda dei punti di vista) dell’Iran e di Assad – rinforzerebbe e riconfermerebbe per i prossimi anni l’esistenza della famosa «mezzaluna sciita» . Una sorta di alleanza regionale, quest’ultima, fondata sull’omogeneità ideologico-religiosa tra quattro stati confinanti : Libano, Iraq, Iran e Siria.


Tuttavia,  Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita sono acerrimi nemici di questo assetto geopolitico: in questi tre attori è radicata – da anni – la volontà di vedere quest’alleanza regionale disgregarsi e disperdersi, non certo riconfermarsi al potere per i prossimi cinque anni.

Il Presidente USA Donald Trump con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Canto secondo: Trump sembra intenzionato a stracciare l’accordo sul nucleare siglato tra Iran e Stati Uniti all’epoca di Obama. Come per la première di un film annuncia: il verdetto finale verrà comunicato il 12 maggio.
Suspense e inutile teatralità in pieno stile “trumpiano”, ma l’Iran di Rohani già minaccia di tornare all’arricchimento di uranio nel caso in cui Washington rinneghi l’accordo.
E se Rohani minaccia di riprendere in mano le procedure per lo sviluppo del nucleare non limitato a uso civile, come reagirà Israele, suo acerrimo nemico che già tenta di mettergli il bastone tra le ruote in Siria?

Ogni volta che Trump prende un’iniziativa in politica estera, il già precario equilibrio del Medio Oriente vacilla ancor più.
Canto terzo: dopo aver trasgredito a qualunque forma di buon senso umano e diplomatico scegliendo di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, ora Trump lascia trapelare, ma ancora non conferma, che potrebbe fare un viaggio a Gerusalemme alla vigilia del famoso trasloco diplomatico previsto per metà maggio. Ancora una volta, suspense e inutile teatralità.
Barricate e sicurezza: che siano entrambe preparate e fitte, perché la sua accoglienza a Gerusalemme potrebbe non essere così calda e pacifica.

La Nakba, “la catastrofe” del 1948 che provocò l’esodo dei palestinesi.

Canto quarto: restando con gli occhi puntati su Israele e sulla Palestina, il 2018 è anche il settantesimo anniversario della Nakba (“la catastrofe”), termine riferito all’esodo forzato dei cittadini palestinesi dopo la sconfitta contro le forze israeliane nel 1948.
Pur svolgendosi normalmente nel solo giorno del 15 maggio, quest’anno le commemorazioni della Nakba son cominciate prima. Ogni venerdì, migliaia di Palestinesi si ritrovano e calpestano insieme la strada che li porta al confine con Israele, dove al termine della “Marcia del ritorno” chiedono, insistono, protestano, urlano, di poter tornare nei territori abbandonati nel 1948.
Le marce e le manifestazioni al confine tra Palestina e Israele si trasformano quasi sempre in scontri e fuoco. Si trasformano quasi sempre in rabbia e morti, soprattutto da una parte del confine.
Per questa concatenazione di circostanze (elezioni iracheno-libanesi, rapporti USA-Iran in peggioramento, trasloco dell’ambasciata USA in Israele e anniversario tondo della Nakba) l’idea di Donald Trump di organizzare un viaggio in Terra santa proprio in questo mese non pare una delle più azzeccate della Storia.

Elle Ti

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