E se i repubblicani appoggiassero Hillary contro Trump?

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Zachary Crockett di Vox ha analizzato quasi otto mesi dell’account @realDonaldTrump (da ottobre a metà maggio) per capire, senza intermediari, come e cosa dice l’unico Donald.
Ecco i risultati di questo sforzo investigativo.

1. Sentimento: meno complimenti, più violenza
Circa la metà dei tweet di Donald ha un atteggiamento negativo, e di questi la maggior parte sono insulti belli e buoni. 

2. Lessico: repetita juvant
Quanto è vario il suo lessico? Un’analisi dei 60 termini più usati mostra che per parlare in modo positivo Trump ha un arsenale di pochi, semplici aggettivi, ripetuti come in una nenia: “Great”, “big”, “good”.
Mentre quando si tratta di attaccare o di parlare in modo negativo la gamma quadruplica, trasformando Trump in un piccolo, comodissimo bignami di offese.

3. Punteggiatura: Non avrai altro dio all’infuori di “!”
Un solo segno, il punto esclamativo, come in un fanblog di Justin Bieber.
Dei 2500 tweet 1889 hanno un punto esclamativo, cioè 3 su 4.
Trump ha anche un modo abituale di usarli: in fondo alla frase, usando una parola per esprimere il suo mood rispetto all’argomento.
Va detto, però, che ultimamente il tono dei cinguetti sembra leggermente più pacato e meno urlato: comprensibile, se lo vediamo come parte di un generale tentativo di istituzionalizzarsi e presidenzializzarsi ora che la nomination è assicurata e il prossimo avversario è Hillary Clinton. 

4. Tono: urlare è cosa buona e giusta
Dal fan club di Justin Bieber Trump ha anche preso l’abitudine a urlare per iscritto con le maiuscole. Il suo slogan, MAKE AMERICA GREAT AGAIN, è maiuscolo (soltanto) il 72% delle volte.
Un’altra parola molto maiuscola è CRIPPLED, che Trump, da buon venditore, usa per rimandare al suo libro “Crippled America – how to make America great again” (spoiler alert: sì, parla di America).

5. Argomenti: più “ratings”, meno “educazione”
Trump si preoccupa decisamente più dei media che della politica: mentre i termini legati a tv, notizie e video ricorrono 400 volte, sono appena 114 le comparsate che riguardano immigrazione, armi, lavoro, sanità e così via. Un rapporto di 3,5 a 1.
Il magnate è abituato a lanciare qualche commento dopo ogni intervista, elogiando o insultando gli interlocutori a seconda di come lo hanno messo in luce; e mostra anche di essere assetato di presenze televisive, con la frase “I will be interviewed” sul podio, molto più ricorrente degli insulti a Hillary Clinton – ma molto meno, ovviamente, di “Make America great again”.

6. Interlocutori: solo stampa, niente politici
In linea con la sua storia di politico anti-politica ed estraneo all’establishment, Trump dialoga con i personaggi della tv, non con i politici. Nella top 25 degli interlocutori più assidui solo Jeb Bush non è un giornalista e lo stesso Karl Rove, ex consigliere di George W. Bush, è ormai un collaboratore di diverse testate repubblicane.
Anche in questo caso Trump cinguetta più negativamente che positivamente: infatti hanno fatto storia gli attacchi alla stampa repubblicana, che Trump accusa di essere tendenziosa e partigiana. Famosi, poi, gli attacchi personali a Megyn Kelly quest’inverno (per chi ama gli intrecci amorosi, ora la pace si è ristabilita tra i due).
All’inizio della sua campagna Trump è stato interrogato da un giornalista: “Non puoi vincere una campagna con gli earned media”. 
La sua risposta? “Penso che lei si sbagli”.

Edoardo Frezet

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