La festa dei gitani in Camargue

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Nel Sud della Francia, dove il Rodano si divide in due lunghi bracci prima di gettarsi nel Mediterraneo, c’è una regione incontaminata e selvaggia, la Camargue. Un paesaggio dominato da paludi e acquitrini nei quali proliferano fenicotteri, avocette, aironi e dove nelle poche praterie verdi strappate all’acqua salmastra corrono tori e cavalli allo stato brado.

camargue-gardian-cowboy-6Il mese migliore per visitare questa fantastica terra è senza dubbio maggio, quando non fa ancora così caldo, zanzare e moscerini non sono numerosi e si può godere al meglio dello spettacolo offerto da una natura che non ha concesso molto all’antropizzazione. Maggio poi è anche il mese in cui si tiene una festa molto particolare che ogni anno attira migliaia di turisti da tutta Europa, la Festa dei Gitani.

Il 24 maggio di ogni anno gitani spagnoli e francesi, rom, kalè, sinti e manouches si danno appuntamento nel piccolo abitato di Saintes Maries de la Mer per celebrare Sara “la nera”. La leggenda narra che nel 48 d.C. Maria Maddalena, Maria Salomè e Maria Jacobè (cugina della Vergine Maria) insieme alla serva Sara sarebbero fuggite dalla Palestina a bordo di un’imbarcazione per approdare poi sulle coste meridionali della Francia; da qui avrebbero poi avviato l’evangelizzazione dell’Europa. Altre leggende, senza alcun riscontro storiografico, parlerebbero di Sara come la figlia della Maddalena e di Gesù e come colei che ha dato inizio alla stirpe dei Merovingi. Dan Brown ha attinto a piene mani da queste leggende ancestrali per il suo Codice Da Vinci. Quello che la storia racconta davvero è che, nel XVIII secolo, vennero rinvenute dei resti poi considerati come reliquie ma distrutti dal furore della Rivoluzione Francese.

Leggenda o verità, Sara-la-Kali o Sara “la nera”, viene venerata come Santa benché la Chiesa non l’abbia mai canonizzata e attorno a questa figura i popoli romanì (soprattutto quelli di religione cristiana) hanno sviluppato un vero e proprio culto. Sara è infatti la santa patrona dei nomadi.

Un viaggio alla scoperta di questa festa è un’esperienza da provare almeno una volta nella vita, magari lasciando a casa i pregiudizi sui cosiddetti “zingari”. A dispetto delle cronache nostrane che lo descrivono come una massa informe di ladri e di persone che vivono di espedienti il popolo romanì è depositario di una cultura millenaria, sfaccettata che vale la pena approfondire. La festa di Santa Sara è poi un unicum che fonde sentimento religioso, devozione, allegria, musica e nel quale le tradizioni dei popoli nomadi si mescolano alla cultura provenzale e spagnola, in un meltin pot culturale senza eguali.

Il momento più importante della festa è la processione solenne del 24 maggio. Nel pomeriggio la piazza della chiesa131 medioevale di Saintes Maries si affolla di devoti. Gli uomini sfoggiano folte barbe e baffi d’altri tempi e indossano il cappello dei “guardiens”, i butteri della Camargue. Le donne meritano quasi un capitolo a parte; pesantemente truccate, vestite con gonnellini e abiti dagli ampi panneggi e dai colori sgargianti, esibiscono anche collane, anelli, bracciali e monili rigorosamente in oro. Non fanno eccezione le bambine, spesso molto piccole. Tutti devono sfoggiare l’abito migliore per Sara.

Mentre fuori dalla chiesa il corteo religioso attende di comporsi e gli uomini a cavallo che lo guidano si prestano agli obiettivi delle macchine fotografiche alcuni uomini scendono nella cripta in cui per tutto l’anno riposa la statua di Sara e la prelevano. La Santa, portata a spalle, viene condotta fino al mare dove viene immersa nell’acqua e spruzzata dalle donne. Secondo la credenza il momento della benedizione  in mare è occasione per ottenere benefici dalla Santa, le mamme infatti bagnano i figli spesso portandoli con il passeggino sul bagnasciuga e lo stesso vale per gli infermi e i malati. Poi la statua viene riportata indietro e ricollocata nella cripta dove chiunque potrà andare a pregare, a turno, perché lo spazio è risicato e in quei giorni oltre ai semplici devoti ci sono anche moltissimi turisti.

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La festa vera e propria inizia dopo la processione quando l’intero abitato di Saintes Maries si trasforma in un immenso accampamento festante. Gli uomini improvvisano piccoli concerti di chitarra e sulle melodie dal sapore spagnoleggiante le donne ballano il flamenco. Violini, xilofoni e piccoli organi sono invece gli strumenti preferiti dai rom; strumenti spesso scalcagnati e tenuti insieme a fatica dai quali però i suonatori sanno tirare fuori gli inconfondibili suoni e i ritmi della musica balcanica. Le donne, soprattutto quelle più anziane, si offrono invece per leggere la mano ai turisti e predire loro il futuro.

Finita la festa gli accampamenti vengono smantellati e i gitani abbandonano Saintes Maries per riprendere (non tutti, perché molti dei gitani francesi sono ormai stanziali e molti addirittura non vivono nemmeno nei campi) la vita nomade, dandosi appuntamento all’anno successivo per omaggiare Sara.

Alessandro Porro

@alexxporro

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