Intervista a Guido Carpi: un viaggio nella Russia del “nostal-presente” all’inizio dell’ultimo mandato di Putin

Della Russia, sappiamo i numeri.
Sappiamo – fin dai banchi delle elementari – di un paese sterminato disteso su due continenti.
Sappiamo – è sufficiente un giro sul web – che sul nostro pianeta, oceani e Antartide esclusi, un chilometro quadrato su otto è suolo russo.
Sappiamo, dai media, di un Putin che sfiora il 77% dei voti alle ultime elezioni, salutato dall’osanna «Russia! Russia!» dei suoi; sappiamo che nel 2024, al termine di questo nuovo mandato, lo stesso Putin avrà totalizzato 8.979 giorni di permanenza al potere (10.636 quelli di Stalin).
Sappiamo: ma quanto capiamo? Il soggetto implicito di queste prime persone plurali siamo proprio noi, occidentali (brutta parola, ma è per capirci) privi di una specifica conoscenza di quel vero e proprio mondo nel mondo.
E la risposta è, nella sua semplicità, brutale: capiamo poco.

Per questo abbiamo chiesto a chi della Russia (della sua letteratura, della sua storia, della sua società) sa davvero moltissimo: perché in quel Paese ci ha vissuto; perché con quella cultura ci lavora.
Abbiamo fatto su questo tema una chiacchierata con il professor Guido Carpi, ordinario di letteratura russa presso L’Orientale di Napoli e, precedentemente, all’Università di Pisa.

russiaQuanto la Russia è, rispetto a noi, un mondo a parte? Quanto siamo in grado di capirla? E quanto di questo paese, invece, ci sfugge?
«I russi ci fregano». Non è una battuta, ma la prima cosa che dico ai miei studenti quando inizio un corso di letteratura russa. Mi spiego: se studio francese o spagnolo, do per scontato che molti siano i punti di contatto con la mia cultura (intere stagioni storiche comuni, la religione cattolica e molti altri elementi costituiscono altrettanti fattori di omogeneità).
Se studio giapponese o coreano, oppure arabo o indonesiano (esempi non casuali: sono tutte scelte possibili all’Orientale), l’implicito presupposto è che, non conoscendo davvero nulla di quelle culture, iniziare da zero sia inevitabile e necessario.

E la Russia, invece?
La Russia non è né l’una cosa né l’altra: i russi ci sembrano simili a noi in tutta una serie di fattori (superficiali ma molto in evidenza) essendo tuttavia “altro” da noi.
Hanno vissuto una storia diversa. “Eurasia” (che non è il risultato perfetto della somma algebrica “Europa + Asia”, ma una realtà terza) è il nome che i russi danno alla loro dimensione storica e antropologica.
A noi il compito di analizzare e capire i nodi fondamentali di questa “storia alternativa”, le dinamiche di lungo percorso che hanno portato i russi a essere oggi quello che sono.

Un progetto ambizioso.
Nelle mie lezioni cerco di far capire agli studenti che lo studio del russo è senz’altro necessario per chi intenda trovare un lavoro che richieda una comunicazione in quella lingua, ma questo non esaurisce la questione. A chi cerca semplicemente una “macchina” alla quale dare in pasto concetti per averne indietro, in maniera meccanica, frasi tradotte nella lingua straniera data, consiglio Google Translator.
Una lingua è molto di più: è lo strumento che storicamente una comunità di destino ha forgiato per esprimere un modo di essere, di concepire se stessa e il proprio posto nel mondo, per rivestire di parole una psicologia specifica.
Conoscere i punti fondamentali di questo percorso aiuta, poi, al momento di avere a che fare con le persone, anche a livello professionale. Detto in termini volutamente provocatori: aver letto e capito l’Evgenij Onegin di Puškin serve anche ad aprire una pizzeria a Vologda o a trattare sul prezzo del gas siberiano.

Ma «la Russia non ragiona con canoni europei»: lo sentiamo dire spesso. Verità o formula  vuota?
Difficile dare una risposta, perché anche il termine di paragone è molto vago, a pensarci.
Quali sono i canoni europei? L’Europa non ha un parlamento legiferante, non ha ministri responsabili, non ha una sua politica estera, fiscale o sociale. La Russia da parte sua tiene conto della Cina, degli Stati Uniti, del mondo arabo (la Russia, che ha milioni di cittadini di fede musulmana, ha un posto di osservatore alla Conferenza dei Paesi Islamici), e, in Europa, della Germania, unico paese UE che prende sul serio.

E l’Italia? E gli altri paesi europei?
Siamo visti come il cortile di casa della Germania, o poco più.

Una realtà complessa, quella russa, alla quale ci accostiamo di solito, me ne rendo conto, con una certa superficialità…
Per esemplificare la faciloneria con la quale da noi si parla di Russia, farò alcuni esempi: pochi giorni fa Alan Friedman (già biografo di Silvio Berlusconi) parlava, riguardo all’intrigo in Gran Bretagna, di Kgb. Faccio notare che da un quarto di secolo il Kgb non esiste più: c’è invece l’Fsb. Mi chiedo se questi “esperti di Russia” parlino il russo, o leggano almeno il cirillico.
Ecco un altro esempio particolarmente doloroso di come la Russia è trattata da noi: nel giorno della tragedia di Kemerovo, con decine (forse ahimè centinaia) di bambini bruciati vivi, noi espelliamo i diplomatici russi per andar dietro alle panzane cospirologiche di Londra.
Ma nessuno ricorda che ai tempi del terremoto in Centro Italia, i russi furono i primi a inviarci squadre di soccorso perfettamente equipaggiate. E ancora: sempre la scorsa settimana le principali testate russe hanno (giustamente) annunciato il boicottaggio delle sedute della Duma, per via della scandalosa scelta del Comitato etico di assolvere il vicepresidente Leonid Slutsky dalle accuse di molestie avanzate da diverse giornaliste…

Un fatto la cui eco non è arrivata fino a noi.
Ecco: la stampa italiana non ne ha praticamente dato notizia.

C’è una ragione?
Secondo me (e secondo attenti osservatori in loco, come il mio amico Giovanni Savino) perché non va mai ricordato che in Russia, al di là di Putin, c’è una società civile viva e vitale, con i suoi dibattiti e i suoi conflitti.
Parlare di Putin e basta è evidentemente più comodo. Potrei aggiungere le recenti proteste dei cittadini dell’importante cittadina di Volokolamsk contro una discarica i cui miasmi hanno mandato all’ospedale una cinquantina di bambini: è finita col prefetto della zona malmenato dai cittadini.
Sorpresa! Non sono poi così passivi, questi russi…

Nonostante questo, qualche maligno arriva ad affermare che il popolo russo desideri inconsciamente un autocrate al comando: nella Russia attuale quanta continuità e quanto di cesura c’è rispetto al passato (sovietico, senz’altro, ma magari anche precedente)?
I russi percepiscono la propria storia passata non tanto come una catena di eventi organizzata in relazioni di causa-effetto, quanto piuttosto come accumulazioni di “strati” che si adagiano gli uni sugli altri senza che quelli nuovi scalzino mai del tutto quelli sottostanti: in questo sistema “a lasagna”, neanche “quello che sta sotto” è mai definitivamente consegnato al passato.
In questa grande zuppa, se vogliamo continuare con le metafore alimentari, tutto galleggia in un eterno presente: gli eventi e gli eroi di ieri non raramente sono percepiti come prefigurazioni degli eventi e degli eroi del presente di oggi.

Di questa impostazione base, che uso fa il putinismo?
Manco a dirlo, un uso abile e spregiudicato (e comunque, esprimo qualche riserva sulla possibilità di parlare di “putinismo” come di una politica culturale): la Russia antica è valorizzata come serbatoio di miti patriottici e di tradizioni avite; quella imperiale fra Sette e Ottocento come, appunto, proiezione imperiale ed età d’oro della cultura; gli zar sono riabilitati; e anche Stalin è recuperato nella sua veste di condottiero vittorioso sul barbaro invasore; si vagheggiano gli anni Settanta brezneviani, unica epoca di relativa stabilità e benessere per la generazione attualmente anziana (questo fenomeno si chiama “nostal-presente”).

Ci sono poi altri due poli, che rappresentano rispettivamente la tradizione (la chiesa ortodossa) e l’innovazione (il rapporto con l’occidente): che ruolo hanno?
Il clericalismo è esasperato in funzione identitaria, ma se è per questo si sfoggiano anche i gerghi della mafia russa, dato che il “bratok” (“picciotto”) è percepito come personaggio popolare e con gli “attributi”; si maledice l’occidente ma si mutuano tutte le feste commerciali più americanizzate (San Valentino, Halloween e addirittura il Black Friday).

Finora, spicca per assenza un riferimento al 1917.
Non è un caso che l’unico elemento della storia nazionale a non essere mitizzato né inserito in questo minestrone sia, appunto, la rivoluzione del 1917: è l’elemento divisivo per eccellenza, non si presta a un discorso unanimistico.
Ecco perché l’anno scorso il potere ha accuratamente evitato di enfatizzare il centenario.

Si scrive “potentato”, si legge “Gazprom”.

Dunque, riassumendo e seguendo la metafora gastronomica: nella ricetta di questo minestrone compaiono, tutti insieme, gli ingredienti più diversi, dai più “stagionati” (il passato remoto, risalendo fino alla Rus’ di Kiev) ai più “freschi” (il Black Friday). Come sta, tutto questo, nella singola dimensione del tempo presente?
È, di nuovo, il cosiddetto nostal-presente (nostal’jaščee), che ho già citato prima: «un ibrido stilistico fra l’estetica del passato sovietico e del presente postsovietico».
Come scriveva già nel 2005 la studiosa russa Natal’ja Ivanova, «questo ibrido stilistico, o meglio centauro stilistico, si è dimostrato incredibilmente vitale, ma anno dopo anno, mese dopo mese ne è evaporato l’aspetto satirico ed è rimasta la gioia dell’immersione incontaminata nello stile sovietico collettivo, benché privato dell’ideologia. Come se gli avessero strappato il pungiglione, o lo avessero castrato. Ma con tutti gli attributi esteriori, cari all’orecchio e all’occhio». Lungi dal rappresentare un recupero dell’ideologia comunista in quanto tale, il nostal-presente è al contrario un mood e uno stile profondente conforme alla visione del mondo e alle aspirazioni della neoborghesia russa, per come essa si è andata formando dalla Perestrojka in poi.
Tratto tipico della mentalità di questo gruppo sociale (alcuni milioni di persone, concentrati nelle due capitali e in pochi altri centri) è un atteggiamento profondamente ambivalente nei confronti del potere: da una parte, questa borghesia deve il proprio status alle privatizzazioni banditesche e al liberismo rapace promosso e tutelato dal potere politico nella prima metà degli anni Novanta, e (dato che l’economia russa si basa in larga misura sull’esportazione di combustibili fossili da parte di grandi compagnie a forte controllo statale) nella sua grande maggioranza o è impiegata direttamente nell’apparato statale-bancario-gasifero o fornisce merci e servizi per chi lavora in tale apparato; d’altra parte – sempre dato il modo in cui politica, società ed economia si sono venute strutturando nella Russia postsovietica – fa sì che la neoborghesia russa non goda di reali garanzie a tutela dall’arbitrio che quello stesso potere politico può in ogni momento esercitare tramite uno qualsiasi dei propri titolari.

Un rapporto con il potere, dunque, tutto tranne che univoco e netto.
Ammirata sottomissione, individualismo guardingo e sornione: queste due dimensioni convivono.
Sul potere i nuovi borghesi – prive di tradizioni etiche o di radici ideologiche consolidate – proiettano istintivamente la simbologia sovietica come simbologia del potere tout court: in essa il nostal-presente sublima attrazione e repulsione, fascino e senso di angoscia.

Proviamo a inquadrare, in questo contesto, la popolarità di Putin: il risultato alle urne rispecchia davvero il sentimento dei russi? In altre parole: è vero “amore” o c’è dell’altro?
Putin è indubbiamente molto popolare perché, per la maggior parte dei russi (soprattutto in provincia), rappresenta la stabilità e quel po’ di benessere finalmente conquistati dopo decenni di sconquassi: è innegabile che in Russia, mediamente, si viva meglio oggi di vent’anni fa, e che Putin abbia avuto l’intelligenza di ridistribuire almeno le briciole di quegli enormi proventi gasiferi che ai tempi di Eltsin erano trafugati nella loro interezza.

Soldato Russi in Cecenia

Quali altri elementi concorrono a questa popolarità?
I successi nella lotta contro il terrorismo e le spinte separatiste cecene, nonché l’annessione della Crimea e la mano forte contro un’Ucraina percepita come una testa di ponte della Nato alle proprie porte, hanno senz’altro avuto un peso.
Peraltro per il russo medio è molto più rilevante sapere chi sarà il sindaco della sua città o il governatore della sua regione. La figura istituzionale del presidente è sempre percepita, in una certa misura, come lontana e astratta. Putin, in realtà, non è che il “cappello” su una leadership fatta di gruppi clientelari molto opachi, che basano il proprio potere sui proventi della vendita di idrocarburi, sulle rendite amministrative e sui frutti di traffici offshore.
È un sistema “stabile” solo perché nessuno ha particolare interesse a scuoterlo: la quasi totalità dei russi lavora o direttamente per questi comparti, o in una sfera contigua di servizi: in termini di economia reale, il PIL russo è inferiore a quello dell’Italia.
È un sistema fragile, dunque, nel quale i vantaggi in termini di tenore di vita sono compensati in negativo dalla totale subalternità del singolo al sistema.

Sistema che è una sorta di spada di Damocle che pende sulla testa di ogni cittadino?
Quale che sia il ruolo che occupi nella piramide, con una mossa sbagliata si può essere annichilito nel giro di 24 ore (attenzione: secondo modalità formalmente legali) senza alcuna possibilità di difenderti attraverso istituzioni, sindacati o tutele giuridiche.

Per concludere, che cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?
Una cosa è certa: il putinismo vero e proprio sta per terminare.
Quello appena iniziato è l’ultimo mandato, che presumibilmente trascorrerà alla ricerca di un delfino che assicuri continuità. Il vero problema del sistema politico russo, infatti, non è Putin in sé, ma è l’assenza di un quadro trasparente di alternanza.
La stessa opposizione – debole, frammentata e in mano a personaggi improbabili – è succube di questo sistema: se per assurdo essa avesse vinto le elezioni, certamente a Putin e ai suoi non sarebbe stato riconosciuto un ruolo di opposizione alla nuova maggioranza. Sarebbero tutti finiti in galera il giorno dopo.

Andrea Donna

Guido Carpi
Guido Carpi

Guido Carpi (1968) è professore ordinario di Letteratura russa all’Università di Napoli “L’Orientale”.
È autore di numerose monografie, fra cui: Storia della letteratura russa (2016, 2 voll.), Russia 1917: L’anno rivoluzionario (2017).

 

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