Obama e Putin: sul ring di New York si combatte per il predominio geopolitico

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OBAMA E PUTIN: I PRIMI MINUTI SUL RING

Nell’ultima settimana, i media mondiali hanno vissuto un prolungato senso di tensione e agitazione in previsione del 70esimo congresso delle Nazioni Unite cominciato lunedì 28 Settembre tra le mura di vetro della Grande Mela
Su qualunque piattaforma mediatica ci sono state foto, dichiarazioni, interviste, citazioni e titoli che riguardavano i due iceberg politici del momento. Da una parte Barack Obama, dall’altra Vladimir Putin, due pugili esperti, da tempo lontani dal ring, ma comunque in allenamento perenne a furia di stoccate e colpevolizzazioni reciproche a distanza.

Entrambi buoni oratori, entrambi sorpassano di gran lunga i 15 minuti di discorso che avrebbero a disposizione, accumulandone più di 40. Entrambi cominciano i loro interventi ricordando l’anniversario della formazione del Consiglio delle Nazioni Unite e ribadendone l’importanza di fronte a chi oggi la ritiene un’istituzione anacronistica, priva di importanza e tutto sommato inutile. 
Putin arriva in un programmato ritardo, entrando nel Palazzo di Vetro solo dopo la fine del discorso di Obama: fin dall’inizio del suo intervento cerca di usare la Storia a suo vantaggio, perfettamente consapevole di quali saranno i campi di battaglia – si spera sempre e solo dialettici – su cui dovrà rispondere a Barack. 
Ricorda che l’ONU deve la sua nascita alla riunione della coalizione anti-Hitler svoltasi nel 1945 a Yalta, città che manco a farlo apposta si trova proprio in Crimea.

Il discorso di Obama è all’altezza di Obama: retoricamante impeccabile come se a scriverglielo fosse stato Cicerone; il presidente statunitense parla con calma, gesticola in maniera sinuosa e non esita a fare delle pause per fare sì che le sue parole siano ben tradotte, ben assimilate e che ricevano il giusto compenso in termini di applausi. 
E di applausi, Barack Obama, l’altro ieri ne ha ricevuti parecchi.
Le sue frasi sono lapidarie, umane e altamente condivisibili, ma finiscono per peccare di eccessiva astrazione.

È molto facile pronunciare la parola “cooperazione” un’infinità di volte, portando a paradigma la svolta nei rapporti con Cuba e Iran, è facile dire che “Nessuno, nemmeno gli U.S.A. possono restare isolati, nessuno può salvarsi dal terrorismo, dalla crisi finanziaria […], se non si lavora insieme si soffriranno tutti insieme le conseguenze di tutto questo”. 
Ed è altrettanto facile, se non doveroso, ricordare che “La storia degli ultimi 20 anni insegna che le dittature sono instabili, l’uomo forte di oggi diventa la scintilla di una rivoluzione domani” e che “La forza di un Paese oggigiorno non dipende più dai territori controllati, né dalla sua capacità di accedere ed estrarre materie prime, ma dal successo della sua popolazione”.

Tutto questo è molto bello, è molto alto, ma quanto di tutto questo risponde alle domande sulla crisi geopolitica ormai assodata in alcune zone del mondo che vede, più o meno palesemente, il coinvolgimento degli Stati Uniti? 

 

L’UCRAINA E LE SANZIONI ALLA RUSSIA

Il presidente USA non compie in verità molti passi in avanti, riconosce le mosse false compiute in Iraq e Libia, ma è (volutamente?) ambiguo quando afferma che: “Non si può imporre la stabilità in un Paese straniero: a meno che non lavoriamo insieme, qualunque ordine i nostri eserciti potranno imporre, esso sarà solo temporaneo”.

È un’ammissione di colpa delle ingerenze statunitensi in Medio Oriente o una stoccata alla Russia e al suo ruolo in Crimea e nel Donbass? Chi la legge nei termini della seconda opzione, ha le sue ragioni; ma – almeno qui – la Dottrina Obama ha una contraddizione: come conciliare la bacchettata alla Russia con la frase successiva, secondo cui le persone di qualunque Paese al mondo hanno il diritto “di fare le proprie scelte e scegliere come essere governati” ?

L’attuale situazione in Crimea non è forse il risultato di un referendum popolare che ha visto il 97% della popolazione esprimersi in favore dell’annessione alla Russia? 
E nelle elezioni siriane, svoltesi sempre nel 2014, il 92% dei votanti non ha forse espresso il desiderio di riacquisire stabilità attraverso l’azione politica e diplomatica del presidente Assad? 
Certo, i dati siriani vanno usati con molta cautela – si parla di elezioni politiche avvenute in un clima di guerra civile – ma non è quello il punto: sia in Siria che in Crimea vi sono state delle consultazioni, che hanno prodotto risultati netti. Queste cifre saranno almeno un poco indicative del fatto che nessun altro, a parte i cittadini di uno Stato, possa esprimere cosa sia meglio per loro? Questi dati politici si possono considerare un paravento sufficente dalle ingerenze esterne?
Non nel Palazzo di Vetro: qui, sia il referendum sia le elezioni siriane sono considerate illegali. Poco importano le percentuali e, per citare Barack, come e da chi i cittadini scelgono di essere governati.

E se per la Casa Bianca le sanzioni imposte alla Russia sono legittime e inevitabili di fronte alla sua violazione in Ucraina, l’uomo di ghiaccio del Cremlino non si fa problemi a sminuirle – e quindi a sminuire il ruolo e lo scopo di chi le impone. 
Secondo Putin le sanzioni unilaterali che le Nazioni Unite hanno imposto negli ultimi anni non hanno nessun valore etico, ma anzi sono “quasi la norma”, uno strumento facile e ricorrente attraverso il quale alcuni paesi membri dell’ONU raggiungono certi scopi e possono “eliminare la concorrenza sui mercati”.
Perché Putin su questo non ha dubbi: anche se in modo diverso, i due blocchi risalenti alla guerra fredda esistono ancora, la Nato non ha abbandonato il desiderio di espandersi ai danni della Russia e la situazione ucraina ne è una conferma: un colpo di stato organizzato dall’esterno e il conseguente allontamento dell’Ucraina dalla Russia, così la pensa il capo del Cremlino.

ANCORA DIVERGENZE SULLA SIRIA DI ASSAD

Nessuno o comunque pochi punti di accordo quando entrambi i leader affrontano la delicatissima questione siriana. 
Per Barack l’intervento in Siria a sostegno dei ribelli anti-Assad è stato legittimo e necessario fin dal 2011, perché il presidente Assad è, e resta anche a distanza di quattro anni dall’inizio del conflitto, il tiranno che – si dice – ha usato le armi chimiche contro la sua popolazione e che “ha ucciso bambini innocenti”. 
Egli va destituito a tutti i costi, e bisogna favorire la nascita di un governo di transizione che permetta ai Siriani di “cominciare a ricostruire”  il proprio Paese.

Per il Cremlino la situazione è invece completamente diversa, ma prima di presentarla agli altri delegati presenti in sala, il leader russo non esita a lanciare fendenti nei confronti della Casa Bianca e dei suoi alleati. “L’Intervento aggressivo esterno non ha portato riforme, ma una flagrante distruzione delle istituzioni statali […] È degenerato in violenza, povertà e catastrofe sociale […] 
Abbiamo voglia di domandare a chi è alle origini di tutto questo: prendete almeno coscienza di quello che avete fatto? Ma questa domanda rischia di restare senza risposta, perché non si è mai rinunciato a una politica che si basa sull’eccessiva confidenza in se stessi, sul principio di esclusività e sulla certezza dell’impunità”. 
Manca un soggetto espresso, ma il riferimeno agli Stati Uniti e ai suoi alleati è palese. “Lo Stato Islamico non è apparso dal nulla, ma anzi è stato utilizzato all’inizio come strumento di lotta contro regimi laici indesiderati”.

E ancora: “In una simile situazione è altrettanto ipocrita e irresponsabile denunciare solamente la minaccia del terrorismo internazionale, e nel mentre chiudere gli occhi sui mezzi di finanziamento e di sostegno a questi terroristi”.
Insomma, Putin è durissimo: il riferimento è duplice, e va sia al finanziamento dei ribelli da parte occidentale all’inizio della guerra civile, sia all’ambigua alleanza che lega U.S.A. e Paesi che tuttora alcune fonti dichiarano implicati nel finanziamento delle milizie islamiche (Qatar, Arabia Saudita, e Turchia).

Ancora una volta, dopo l’intervista rilasciata alla Cbs domenica, Putin ribadisce che la Russia sostiene l’esercito iracheno, quello di Assad e quello curdo: gli unici che, sottolinea, abbiano il coraggio di affrontare corpo a corpo le milizie terroriste, tanto nemiche dei governi locali, quanto di quelli europei e statunitensi. 
Qualunque alternativa a questa forma di cooperazione condivisa anche dall’Iran di Rohani è a suo parere un “errore enorme”.

Entrambi i pugili terminano i propri interventi appellandosi alla coperazione e alla necessità di trovare dei fronti comuni, in seno e grazie alle Nazioni Unite, per riuscire a risolvere i grandi enigmi geopolitici che affliggono il presente; entrambi ottengono calorosi applausi.
Tuttavia, solo Putin ha il “merito” di far allontanare dalla sala una delegazione, quella ucraina, e di costringere il segretario generale ad un richiamo all’ordine: “Posso chiedere ai rappresentanti di rimanere per piacere seduti mentre ringraziamo il presidente”.
Al di là delle conferenze pubbliche, è nelle stanze riservate che il dialogo andrà avanti: le questioni sono troppo scottanti per pensare di lasciarle al loro destino. Che la situazione fosse seria lo sapeva già il pianeta intero: ora però sono ufficialmente scesi in campo i grossi calibri, e nelle prossime settimane si vedranno le prime evoluzioni.

Elle Ti
@twitTagli

 

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