Che fine farà la rivoluzione di Sanders?

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New York era l’occasione per Bernie per recuperare terreno su Hillary, ed è stata un’occasione mancata. In quel contesto fondamentale, dal punto di vista sia simbolico –  per motivi diversi Clinton e Sanders proclamavano all’unisono l’appartenenza alla Grande Mela – sia aritmetico, Hillary ha portato a casa 139 delegati contro i 108 di Bernie.
Poteva andare molto peggio, perché il meccanismo proporzionale che regola le primarie democratiche smorza sensibilmente la differenza che vede Hillary dominare con il 58% dei voti. 

La tornata elettorale di martedì scorso, con uno Stato vinto sui cinque in ballo, ha ulteriormente confermato che Bernie è tagliato fuori dalla corsa presidenziale, salvo ribaltamenti dell’ultima ora: soltanto un impeachment della Clinton per la questione delle e-mail potrebbe riaprire la strada al senatore.
Diamo un’occhiata ai numeri: rimangono ancora 16 Stati per un montepremi totale di 1206 delegati, di cui ben 780 nei 3 Stati più popolosi: 92 in Indiana; 142 in New Jersey e addirittura 546 in California. In tutti questi Stati la Clinton è in vantaggio e, anche se il distacco con Sanders si sta assottigliando, un sorpasso è improbabile. In California, addirittura, la vittoria dell’ex first-lady è data all’89%. 

Questi pochi dati sono sufficienti per dire che Sanders è praticamente fuori dai giochi, anche perché al momento non vi sono i segnali di un’accelerazione. Soltanto in Michigan Sanders ha conquistato una fetta di elettorato “nuova” rispetto al suo bacino tradizionale; negli altri Stati ha ottenuto ottimi risultati dove ci si aspettava e pessimi risultati dove ci si aspettava. Non è riuscito a superare quella debolezza strutturale facendo breccia in altri gruppi di elettori.

Visto che mancano ormai pochi passi alla fine delle primarie, è tempo di fare un primo bilancio. Sanders stesso lo sta facendo, liberando parte dello staff dalla campagna.
Quali sono le strade da percorrere ora che la porta della Casa Bianca si sta chiudendo, e solo il magico Indy riuscirebbe a passare in uno spiraglio così piccolo?

La rivoluzione politica di Sanders, secondo l’analisi di Andrew Prokop di Vox, include 3 punti:

  1. trascinare alle urne chi di solito si astiene: in particolare le fasce più povere e le minoranze etniche;
  2. spostare a sinistra il partito democratico sulle questioni economiche, e sfidare le corporations e i più potenti;
  3. mobilitare in modo continuo i sostenitori, non limitatamente al periodo elettorale, per creare un movimento che vada al di là delle semplici elezioni.

 

1. Trascinare alle urne chi di solito non vota

Il gioco di Sanders è chiaro e ambizioso. Sua intenzione non è stata tanto soffiare elettori a Hillary (o agli altri candidati, quando erano ancora in corsa) quanto portare alle urne persone che non avevano mai votato.
C’è una metafora – ringrazio la mia compagna di squadra Bea Tait per avermi illuminato – per spiegare questa strategia.

Immaginiamo una sezione di spiaggia rettangolare, con avventori sparsi qua e là. Arrivano due furgoni snack e parcheggiano sul ciglio della spiaggia, vicino al centro – l’uno un po’ sulla sinistra, l’altro un po’ sulla destra. Le persone a destra tenderanno ad andare al furgone sulla destra, quelle a sinistra… a sinistra. Vi saranno eccezioni, e le persone al centro si distribuiranno tra i due furgoni, ma in linea di massima la divisione sarà equa. 

Immaginiamo ora che la spiaggia sia molto più lunga: le persone confinate agli angoli non andranno a comprare nulla in nessun chiosco, perché sono tagliate fuori dall’eccessiva distanza. Dopo alcuni giorni arriva un terzo furgone che, non potendo occupare uno spazio al centro, decide di rischiare e mettersi in un angolo: solo perché le persone da quella parte della spiaggia non sono mai andate a mangiare al chiosco non significa che non lo faranno mai. In questo chi apre il chiosco in un angolo apre letteralmente un nuovo mercato, ed è quello che ha fatto Sanders.

Poiché i due partiti istituzionali sono piuttosto vicini al centro, Sanders si è posizionato in un angolo abbastanza estremo per dare voce a una fetta di elettori finora silenziosa. 

Ecco il presupposto della campagna di Sanders: scommettere sull’esistenza di un ampio bacino elettorale irraggiungibile per i partiti così come sono. Ora, un pubblico del genere esiste, è un dato di fatto: basta guardare quanto sono scarsi i votanti delle fasce più povere e quanti sono gli elettori registrati sul totale degli aventi voto. 

Il problema è che Sanders non è riuscito a portarlo alle urne. Si potrebbe discutere molto del perché non vi riesca: si tratta forse di macchinazioni ordite dal partito democratico per favorire Hillary – vedasi le polemiche sulla pessima organizzazione dei seggi in molti Stati, che costringeva a code di ore per votare? Oppure di un effetto nefasto delle severe regole di registrazione alle primarie, che restringono notevolmente il numero degli elettori?
Poco importa. Il punto è che “i poveri non votano”, come ha detto lo stesso senatore. Non lo facevano prima e non lo fanno ora. I bagnanti degli angoli remoti della spiaggia restano senza bibite fresche, e questo compromette la corsa di Sanders.

Questo però non segna il fallimento della rivoluzione. Al contrario, per molti aspetti la fine della campagna è il momento più favorevole per far decollare la rivoluzione. Infatti, insegna la storia, chi occupa posizioni istituzionali difficilmente può operare cambiamenti strutturali, a meno che si tratti di risposte a situazioni straordinarie: cataclismi ecologici, devastanti crisi economiche, guerre.
Si può pensare ad esempio alla svolta economica di Roosevelt, o alla dichiarazione di emancipazione di Lincoln. Ma le altre rivoluzioni sono nate al di fuori della politica, e in gran parte proprio per reagire a un mancato ascolto da parte della politica: la lotta per i diritti civili, Occupy Wall Street, la battaglia LGBT, addirittura l’anti-massoneria del XIX secolo.

2. Un generale spostamento a sinistra della politica

Per quanto Sanders sia il perdente nella corsa alla nomination, è un perdente di lusso, che raccoglie circa il 40% dei voti. Quindi alla convention avrà un peso notevole, che sfrutterà senza dubbio per far pendere la piattaforma democratica verso sinistra.
D’altra parte Hillary non può permettersi di perdere gli elettori di Sanders quando dovrà affrontare Trump o Cruz: anche se sarà difficile riportarli dentro il partito, l’ex first lady deve trovare il modo. Per la verità ha già iniziato a preparare il terreno, dichiarando che “dobbiamo essere sia pragmatici sia sognatori”. Una chiara allusione al rivale, spesso accusato di essere un po’ naïf.

A questo punto molto dipende da Sanders, che può fare gioco di squadra e rientrare progressivamente nei ranghi, giustificando la mossa con la necessità di creare un fronte compatto anti-Trump, oppure ostacolarla con un ostruzionismo un po’ sterile e forse controproducente.

Se vuole guidare un movimento duraturo e genuinamente rivoluzionario, infatti, Sanders deve mostrarsi disinteressato e capace di sacrificare qualcosa ora in vista di un obiettivo più nobile. Dovrebbe cioè sacrificare un obiettivo politico per perseguire un obiettivo di interesse civile. In questo senso, la visita al Vaticano, con annesso discorso sulla povertà e sulla disparità economica (per di più proprio nei giorni caldissimi prima delle primarie di New York), getta le basi per comporre l’immagine di un leader il cui orizzonte non è esclusivamente politico, ma la cui ragion d’essere è trasversale rispetto all’orientamento politico, alla religione e al Paese di appartenenza.

Sanders potrebbe creare un cocktail variegato ed esplosivo e condurre un movimento addirittura internazionale: potrebbe guidare la truppa degli artisti che finora lo hanno supportato, noti per il loro attivismo in diversi ambiti (una piccola lista? Danny Glover, Mark Ruffalo, Seth MacFarlane, Michael Stipe dei R.e.m., Rosario Dawson, Susan Sarandon, i Red Hot), affiancarsi a leader come il Papa e “fare rete” per una causa comune, improntata all’ecologismo, alla lotta contro la povertà e alla limitazione delle disparità economiche.
Chissà, magari fra poco lo vedremo nella fattoria di Howard Buffett, figlio del milionario, che ha avviato una lotta contro la fame da una prospettiva innovativa.

Al di là di questo progetto piuttosto visionario, e tornando alle dinamiche politiche: quello che si è spostato a sinistra non è solo la discussione politica interna al partito democratico, ma tutta la discussione politica in generale. Sotto questo aspetto la rivoluzione è già bell’e che compiuta: nei prossimi anni qualsiasi candidato repubblicano, democratico o indipendente dovrà necessariamente confrontarsi con la questione dei finanziamenti della sua campagna e dei suoi legami con le corporations.  

 

3. Una mobilitazione continua

Se eletto Presidente, difficilmente Sanders potrebbe mantenere intatto il suo ampio bacino di sostenitori: l’obbligo di scendere a compromessi e la lentezza delle procedure politiche alienerebbero una buona parte dei suoi fan. Dalla posizione defilata di “secondo”, invece, Bernie può reinventarsi PR per i politici che si candidano a cariche locali seguendo la sua linea di pensiero.
Negli Stati Uniti è buona regola infatti non prestare nessuna attenzione alle elezioni di mid-term del Senato, e pochissima a quelle dei governatori; con Sanders come Frontman, però, questo potrebbe cambiare. Già adesso la sua campagna ha iniziato a dirottare parte dei fondi raccolti a questi candidati.

Dopo aver dimostrato di essere un campione del fundraising, Sanders potrebbe mettere questo talento al servizio di un disegno di ampio respiro e a lungo termine: Obama è stato frenato nella sua politica progressista proprio da un Senato ostile, a maggioranza repubblicana; e i governatori degli Stati sono un sottobosco fondamentale, perché potrebbero diventare i supporter di un futuro Sanders in un partito democratico rinnovato.
Sanders ora può aprire la strada a una schiera di nuovi Bernie.

In conclusione, salvo ribaltamenti improvvisi, Bernie ha fallito l’obiettivo a breve termine. Ma gli obiettivi che rimangono sono quelli più importanti e rivoluzionari; e difficilmente si può guidare una rivoluzione dalla Stanza Ovale. 

Edoardo Frezet

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