L’Occidente ha abdicato

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Siamo in grado di rispondere a un conflitto culturale?
Possiamo dare per assodato che questo conflitto culturale c’è, ed è in una fase di crescita deflagrante?
È possibile che dodici morti, trucidati in nome di una risata sbagliata, abbiano scavato nelle nostre anime addirittura più dei tremila (!) dell’11 settembre, più delle bombe a Russel Square a Londra, più di Atocha a Madrid nel 2004, più perfino della follia omicida di Anders Breivik contro dei ragazzini?

È difficile stilare una gerarchia dell’orrore, ma pare che oggi l’Europa si sia svegliata diversa: individuare quale è stato o quale sarà (se mai vi sarà) il punto di non ritorno sarà affare degli analisti che verranno tra mezzo secolo; ma lo sgomento che si sta cristallizzando nelle anime di tutto il continente ha una sfumatura di diversa consapevolezza. Come se avessimo messo a fuoco l’obiettivo, come se vedessimo lo spettro della luce la prima volta.
Non è un caso: è la prima strage avvenuta in un epoca di consolidato interscambio telematico (che è una perifrasi per non scrivere “social network”, me ne rendo conto); è la prima volta che milioni di persone seguono, commentano e si influenzano reciprocamente mentre è in atto una sequela di omicidi a sfondo terroristico (o forse addirittura bellico, guerresco).
È la prima volta che prendiamo consapevolezza delle nostre paure e non ci vergogniamo di esternarle nella loro truce irrazionalità, tra desiderio di vendetta e incertezza per il futuro.

Questo il sentimento: ma la gravità del conflitto culturale (che sì, a giudizio di chi scrive c’è) impone almeno un tentativo di analisi.
Non è la prima volta che Occidente e Oriente si scontrano nella Storia; non è nemmeno la prima volta che l’Oriente pare in vantaggio nella sua posizione strategica globale.
È tuttavia la prima volta che l’Oriente si presenta in assetto culturalmente compatto, mentre l’Occidente no.
L’Occidente, almeno culturalmente, ha abdicato.

Non solo: l’Occidente, almeno come eravamo abituati a intenderlo dopo il 1945, si è politicamente diviso. Gli Stati Uniti d’America hanno rinunciato al loro ruolo assolutamente egemone: hanno trovato risorse energetiche ed economiche sul loro territorio tali da far calare l’importanza dello scacchiere mediterraneo; nel frattempo, nessuna altra realtà si è quivi consolidata al punto da prendere il ruolo di cane da guardia che ben volentieri si era accollato lo Zio Sam. Il quale oggi si accontenta di mandare bombardieri teleguidati a corto raggio: per l’unica Superpotenza rimasta, gli sceriffi del mondo, un po’ pochino.
Lasciato al suo destino, questo spicchio di pianeta vede contrapposti più popoli: noi europei siamo il più debole.

Siamo il popolo più debole perché non abbiamo più (e non abbiamo creato per converso) un punto di forza spendibile sulla bilancia della storia: non abbiamo il fanatismo religioso del Mediterraneo del Sud; non abbiamo la potenza militare dell’Europa dell’Est.
Abbiamo esclusivamente il potere economico e tecnologico: che sarebbero sufficienti a vincere una guerra, o anche solo a incutere timore e dissuadere l’avversario, ma che non possono essere impiegati in tale direzione perché manca una elaborazione politica. E a monte, manca una elaborazione culturale.

Non vi è, in altre parole, un orizzonte prima intellettuale e quindi politico per affacciarsi al secolo che stiamo vivendo. Ci sono velleità, e basta; e ci sono ottuse rivendicazioni nazionalistiche (quando non localistiche) che pretendono una geopolitica regionale e medioevale (quando, da vent’anni almeno, siamo invece attori in un sistema totalmente globalizzato).
Non vi è una teoria, un piano, un sistema per capire come darsi un ruolo nel mondo e gestire i flussi di persone, merci, risorse e denaro. Nessuno si occupa della costruzione di quello che i tedeschi chiamano volkgeist – e dire che prima di unire Prussia e Baviera ci erano arrivati anche loro: prima si crea lo spirito del popolo e poi la Nazione.
Nessuno si preoccupa di definire un “noi”, figurarsi di decidere come convivere pacificamente con “loro”.

In questo deserto, scorrazzano le paure e i più spregiudicati imbonitori. Diventano padrone la rabbia, la volontà di vendetta e l’isteria. Si pretende di resuscitare schematismi obsoleti (“L’Europa dei popoli“; “Gli Stati Nazionali“) per rifugiarsi nell’unico elemento che – illusoriamente – ci pare sicuro, perché lo conosciamo: il passato.
Abbiamo passato un decennio a vaniloquiare di “radici giudaico-cristiane“, perché l’unico interesse degli intellettuali europei era rigiocare la partita filosofica della Rivoluzione Francese: “Dopo 200 anni ci date la rivincita?“. Bene di certo non poteva finire.

La colpa principale non è dei movimenti politici di estrema destra: costoro sono la conseguenza, e non la causa. La colpa è chi ha lasciato spazi tali da permettere a costoro di allargarsi.
Per decenni ci si è illusi che a livello culturale bastassero gli slogan: nobili finché si vuole, ma vuoti. Quante volte abbiamo sentito “A fatti del genere si risponde con più democrazia e più diritti”? Chi è mai riuscito a dare un significato tangibile a questa frase?
Quante volte ci siamo compiaciuti del nostro buonismo paternalistico, sterile, razzista, ipocrita, senza arrivare a metterlo in pratica concretamente, assumendoci la responsabilità dei sacrifici che avrebbe imposto una seria politica di integrazione, rigida su alcuni punti irrinunciabili di organizzazione interna e accogliente nel momento di accorpare queste masse sociali?

Non è la prima volta che Oriente e Occidente si confrontano, e non è necessario resuscitare Dario e Serse dai nostri polverosi libri del liceo: basta leggere qualche nostro articolo, se non si ha voglia di studiare approfonditamente, per scoprire che solo negli anni ’70 stragi come quella di ieri erano perfettamente ordinarie. Cos’è cambiato da allora?
Del disimpegno degli Stati Uniti, abbiamo già detto.
Mancano poi interlocutori nel mondo arabo: sciagurati assassini come Saddam, Gheddafi, Arafat, Mubarak sono stati eliminati, tra gli stolti e miopi festeggiamenti dell’Occidente. Ma costoro erano capaci di arginare nel sangue le frange dissenzienti dei loro sudditi e di porsi sui tavoli della politica internazionale con metodologie occidentali. Avevano il concetto della trattativa, della mediazione, del compromesso.
Mancano poi attori disinvolti sulla scena europea: nel nostro piccolo, una figura come Craxi aveva una raffinata visione politica internazionale.

Oggi gli strumenti per esercitare una fortissima influenza mondiale ci sarebbero (l’Unione Europea serve prima di tutto a questo); ma non ci sono le capacità politiche. Dunque bisogna costruirle, tornando su un piano culturale e intellettuale.
Troppo impegnati nel loro onanismo accademico da quattro soldi, gli intellettuali europei si sono concentrati su misere schermaglie da agone politico (di nuovo!) locale, senza prendersi la responsabilità di proporre un modello su cui discutere, elaborare, raffinare una strategia politica vincente. Da questo fangoso e per nulla invitante milieu culturale, sono scaturiti dirigenti politici mediocri e smidollati, che hanno compiuto scelte pavide, offuscate e conservatrici (nel senso più deleterio del termine).

Lo scontro tra Oriente e Occidente potrà essere ricondotto su piani ragionevoli se e solo se saremo capaci di studiare risposte finalmente utili, e non soltanto decorative, agli urgenti problemi contemporanei. Un impulso finalmente decisivo e definitivo a pensarci come Continente, come Europa, affossando nella vergogna chi tenterà di rivendicare quel ridicolo concetto di Sovranità Nazionale, da consegnare urgentemente agli scantinati della nostra ideologia (almeno nei connotati appunto medioevali a cui siamo stati abituati).
Solo con un orizzonte politico chiaro, creato ad arte da una solida produzione culturale, saremo in grado di organizzare le risposte che oggi abbiamo scoperto essere parecchio urgenti.
In modo da organizzare una controffensiva sociale e inclusiva o anche, Dio non voglia, militare.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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