Chi è MBS, il principe saudita in visita nel mondo anglosassone

Il principe saudita Muhammad Bin Salman
Il principe saudita Muhammed Bin Salman

Ricorda un po’ il Grand Tour goethiano il viaggio che il giovane saudita Muhammed Bin Salman — Mbs per i media e per risparmiare inchiostro — sta compiendo da dieci giorni a questa parte: non verso l’Europa mediterranea, ormai debole attore economico e geopolitico, bensì verso il mondo anglosassone. Londra prima, gli Stati Uniti dopo.
Il principe saudita non ha sete di cultura classica o di salotti intellettuali: vuole trovare nuovi partner finanziari e commerciali, ridefinire il ruolo geopolitico del Paese di cui è alla guida e cercare di dare una nuova patina alla propria immagine in Occidente.

Da quando il padre Salman — attuale sovrano del regno, ormai non più nel fiore dell’età — gli ha concesso margine di azione e molto spazio sulla scena pubblica, il principe trentaduenne utilizza ogni mezzo a disposizione per farsi vedere pronto al trono e all’agognata successione.
Così questo Grand Tour assume un valore simbolico: economia e politica di certo, ma anche ricerca di consenso, di legittimazione internazionale. Come una sorta d’informale viaggio d’incoronazione, condito da succulenti accordi economici e tante strette di mano.

Il vecchio re, il giovane principe saudita
Il vecchio re, il giovane principe

Il Re Salman è ormai un vecchio ricordo recluso nella sua fortezza reale a Riyad: oggigiorno, la politica «si fa» con Mbs. Un giovane ambizioso, quest’ultimo, che tenta di vendersi come principe riformatore.
L’abolizione dell’obbligo di portare l’abaya, il tradizionale abito nero indossato dalle donne in Arabia Saudita; il permesso di guidare e di entrare negli stadi accordato sempre a queste ultime; la lotta contro la corruzione e il fanatismo religioso: sono solo alcuni dei tanti esempi sottolineati dai media occidentali nell’ultimo anno.

Eppure Mbs è un personaggio controverso proprio perché, per quanto si cerchi di sottolinearne la volontà di cambiamento e progressismo, alcuni particolari non possono essere trascurati. La patente alle donne, d’accordo, ma quanto bisognerà aspettare prima che la metà delle donne saudite possa trovare i soldi per frequentare una scuola di guida con il beneplacito della sua famiglia, e mettersi al volante senza subire intimidazioni?
L’accesso allo stadio, d’accordo, ma quanto si dovrà aspettare prima che una donna in Arabia Saudita vi si possa recare in tutta sicurezza, senza rischiare di essere mal giudicata o peggio aggredita? Senza rischiare, insomma, di appartenere sempre e comunque a una parte della società denigrata?

Per alcuni cambiamenti ci vogliono tempo e investimenti politici, non bastano le promesse demagogiche. E poi la lotta alla corruzione, nobile iniziativa che fa sognare l’etica occidentale: ma può essa diventare il fine con cui si giustificano mezzi di reclusione e repressione poco consoni a uno stato di diritto, quale vuole apparire l’Arabia Saudita di Mbs?
Lo scorso novembre, quando è stata ordita la maxi-retata ai danni di un centinaio di principi, dirigenti politici e businessman, incarcerati e solo recentemente (e parzialmente) rilasciati, molti se lo sono chiesto. Erano davvero colpevoli di corruzione o erano dei semplici avversari politici reclusi e messi a tacere tramite il diversivo «corruzione»?

E poi le condanne a morte, aumentate invece che stabilizzatesi o diminuite, proprio da quando lo scettro reale è nelle mani del principe riformatore. E infine la guerra in Yemen, impuntatura di Mbs, per cui migliaia di armi e miliardi di dollari sono stati utilizzati senza comunque arrivare a una vittoria.
Questa guerra, questo Vietnam in versione saudita, ha portato circa 9 milioni di yemeniti a rischio carestia, ha distrutto un Paese intero e ha fatto decine di migliaia di vittime.
Una tragedia che solo puntualmente scuote le coste occidentali e che raramente le indigna come succede per la Siria.

Lo Yemen, oggi.
Lo Yemen, oggi.

 

Nel Regno Unito, l’arrivo del principe saudita è stato anticipato, preparato e accompagnato da manifesti con il suo primo piano sparsi nella capitale britannica, da un tappeto rosso srotolato all’aeroporto e da giovani scolaresche sventolanti le bandiere dell’Arabia Saudita fuori da Buckingham Palace.
Sembrava che a Londra si aspettasse una reunion dei Beatles.

MBS accanto a Theresa May

Accordi commerciali per un totale di 60 miliardi di dollari e la vendita di decina di caccia britannici per un valore di 10 miliardi di dollari, questo il frutto della tappa londinese e di tanta pubblicità.
Si sfrega le mani Teresa May, a cui servono banconote nel critico post-Brexit, e se le sfrega pure Mbs, a cui servono sia i mezzi militari per continuare la sua politica bellica, sia nuovi sbocchi commerciali per diversificare l’economia saudita.
Se la tappa britannica può essere definita «breve ma intensa», altre tempistiche governeranno il viaggio oltreoceano. Tre settimane di Grand Tour americano cominciate con una visita alla Casa Bianca, ma destinare a portare l’ambizioso futuro sovrano anche a New York, nella Silicon Valley e «elsewhere», riportano i giornali statunitensi, mantenendo un alone di mistero.
Tradotto: ovunque ci siano assegni da firmare, foto da scattare, e mani da stringere.

Che sia per investimenti energetici, nel turismo o nell’high-tech, gli Stati Uniti servono all’Arabia Saudita e i soldi di quest’ultima servono agli Stati Uniti. Così sono i rapporti tra i due, da oltre settant’anni, da quando è scattato l’amore a prima vista tra Riyad e Washington.
Son stati gli U.S.A. infatti – soltanto loro e non la Francia né l’Inghilterra, impegnate altrove – a prevedere le potenzialità del suolo saudita e a decidere di prendersene cura già negli anni ’30. E son stati ancora gli U.S.A. a trovarvi i pozzi di petrolio che avrebbero presto reso il Paese il più importante fornitore di oro nero del mondo.
Da Roosevelt a Trump, certo, c’è stato il momento Obama: “momento buio” in cui gli States si sono avvicinati all’arcinemico iraniano; l’accordo sul nucleare sancito nel 2015 fu un affronto audace che la monarchia saudita non ha gradito, allontanandosi a sua volta da Washington.

The Donald & MBS

Ma ora i tempi sono cambiati: Obama non c’è più, il re Salman c’è troppo poco. Ed eliminato l’«odi» catulliano, si può tornare al solo «amo». D’altronde, quale alleato migliore di Donald, un uomo che — dimenticate le promesse di non intervento fatte in campagna elettorale — non ha perso un secondo del suo mandato per denigrare l’Iran e minacciare guerre, embarghi, revisioni di trattati, lancio di missili e qualunque altra cosa, pur di liberarsi degli attuali vertici politici iraniani?
Quale alleato migliore di Donald, l’uomo che lo scorso giugno non ha esitato a partecipare a folkloristiche danze a Riyad pur di ottenere 100 miliardi di dollari dalla vendita di armamenti ai Sauditi?
Quale alleato migliore di Donald, fiero compagno nella distruzione dello Yemen che viene perpetuata, senza esito, dal 2015 a oggi?

Muhammed Bin Salman è ossessionato dall’Iran quanto Trump: vuole che il suo Paese – e non la mezzaluna sciita formata da Iran, Siria, Irak, Libano – sia a capo dei giochi mediorientali.
Per poter raggiungere lo scopo indisturbato, pretende contemporaneamente di cambiare il ritratto dell’Arabia Saudita, sconfessarne i cardini religiosi ed emanciparla dalla dipendenza petrolifera.
Nessuno sa se lo voglia o possa fare veramente, ma questa è la storia che ci vende, perché a noi i suoi denari fanno comodo, molto più delle pretese di rivoluzione di coscienza tra le sue frontiere.
Il dio denaro fa chiudere occhi, orecchie e bocca di fronte a tutte le incongruenze di questo nuovo attore politico. Ce lo fa piacere e ce lo fa ritrovare in casa, sorridente e compiacente.

Son passati i tempi in cui si sbraitava contro le monarchie del Golfo, colpevoli di aver finanziato i jihadisti in Siria e Iraq, colpevoli in maniera indiretta dei nostri Bataclan, Berlino e Bruxelles.
La calma è tornata a regnare tra l’Occidente e la penisola arabica. L’Arabia Saudita, grazie all’azione precoce di Inghilterra e U.S.A, torna a pieno titolo tra i nostri sacri alleati (ha mai davvero smesso di esserlo, nonostante la passeggera indignazione dei media?).
Le nostre Costituzioni piangono e stridono, sperando che sia tutto un incubo. O che sia tutto vero. E che Mbs, giovane trentenne anche lui mediorientale, sia il nuovo Messia.

Elle Ti

Per fonti e approfondimenti sulle questioni economiche e nucleari in gioco in questo momento, si rimanda a questi siti :

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