Vendere FCA… per salvare l’auto italiana

Avrete letto – in maniera più o meno approfondita – dell’interesse da parte della cinese Great Wall, su un possible acquisto di FCA .
Tra comprensibili conferme e smentite da un parte e dall’altra, tra rumors più o meno fondati, c’è parte della strategia di Marchionne che andrebbe valutata con interesse.

Ricapitoliamo:

  • nel 2009 Fiat avanza proposte di acquisizione all’americana Chrysler e dopo mesi e mesi di trattative nasce FCA, di cui Marchionne è CEO (potete rileggere tutte le tappe qui);
  • vengono scorporate da FCA le attività di produzione dei veicoli industriali e dei mezzi agricoli (Fiat Industrial);
  • ad agosto 2014 vengono spostate sede legale (in Olanda) e domicilio fiscale (in UK). Un’internazionalizzazione che attira non poche polemiche, ma che se non fosse avvenuta avrebbe impedito alla base un interesse dei cinesi per FCA;
  • a fine 2015 viene scorporata anche Ferrari che viene di conseguenza lanciata a Piazza Affari il 4 gennaio 2016 (qui);
  • ad oggi, secondo i rumors, l’offerta cinese riguarderebbe principalmente il marchio Jeep e a seguire Ram, Chrysler, Dodge e Fiat (qui).
    Ne resterebbero fuori Alfa Romeo, Lancia e Maserati – che verrebbero scorporate esattamente come Ferrari.

FCA

Poniamo – ai fini della tesi dell’articolo  che effettivamente FIAT passi in mano ai cinesi: dovremmo essere dispiaciuti perché l’ennesimo marchio storico italiano passa in mano allo straniero?

No, anzi. Forse ci sarebbe da gioirne.
Senza andare a snocciolare noiosi dati economici, è chiaro a tutti che il marchio FIAT produca veicoli di fascia medio-bassa e che tutti i produttori mondiali di quella fascia, per poter mantenere degli utili, hanno delocalizzato in tutto il mondo per abbattere i costi di produzione. Chi vive a Torino se n’è accorto.

In quel settore, a livello mondiale, si è creata una guerra dove FIAT è riuscita sgomitando a farsi valere, ma all’orizzonte c’è un ciclone in arrivo: quello delle tecnologie applicate all’automotive (Tesla insegna).
Chi sarà in grado di investire (si parla di miliardi) in tali tecnologie, starà al passo coi tempi. Chi non lo farà, sarà tagliato fuori.

FIAT è in grado di affrontare tali investimenti per poi produrre auto di fascia medio-bassa, in cui il margine finale è davvero striminzito? Molto probabilmente no.
Di contro abbiamo dei fiori all’occhiello del Made in Italy come Ferrari, Maserati, Alfa Romeo (che con Giulia e Stelvio ha apertamente lanciato la sfida alle tedesche Audi e Mercedes) e sarebbe bello anche Lancia, che attendono solo ulteriori spinte per diventare ancor di più brand leader dei propri segmenti.

Vendere FCA ai cinesi (o chi per essi) vorrebbe dire darsi la possibilità di investire un bel po’ di liquidità in questi brand: marchi dal forte accento Made in Italy, dove il sistema produttivo non è una mera catena di montaggio delocalizzabile ove il lavoro costa meno, ma un vero e proprio parco dell’eccellenza come Maranello o le Officine Maserati di Grugliasco, dove il know-how e lo stile italiano sono fattori imprescindibili ed insostituibili e dove, alla fine della fiera, il gruppo Exor della famiglia Agnelli ha macinato utili negli ultimi anni.
Alla luce di tutto ciò, siamo ancora convinti che lasciar partire FIAT per terre straniere sia una cosa di cui strapparsi i capelli?

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