L’Europa vuole aprire alle merci cinesi, ma mette a rischio milioni di posti di lavoro

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Una decina di giorni fa i rappresentanti del governo italiano a Bruxelles hanno sventato il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, una decisione che metterebbe a rischio 3,5 milioni di posti di lavoro, di cui 400 mila nel nostro Paese, e che farebbe contrarre del 2% il Pil europeo a causa dell’abolizione dei dazi sulle merci cinesi.

Il dibattito, avvenuto senza clamore e a porte chiuse, assecondando una tendenza ormai cronica della Ue a prediligere iter procedurali poco trasparenti e democratici, per ora è stato soltanto rimandato ai primi di luglio.
Decisivo è stato anche l’appoggio degli Stati Uniti al veto posto da Italia, Francia e dalle altre nazioni del Sud Europa, che, a differenza di quelle del Nord, sarebbero immensamente più danneggiate dalla concorrenza dei prodotti cinesi.

A che gioco sta giocando l’Unione Europea? Quali interessi persegue? Viene naturale domandarselo di fronte a una frattura che ormai non è più solamente interpretabile come uno scontro fra interessi nazionali divergenti.
Dai salvataggi mirati di cui hanno beneficiato gli istituti bancari all’indomani dello scoppio della crisi fino alle spietate misure d’austerità, l’Ue è precipitata in un climax autolesionistico, in un progetto il cui scopo non dichiarato sembra quello di impoverire le classe medie e di avvantaggiare il big business.

E pazienza se il potere d’acquisto dei cittadini si ridurrà: la riconquistata competitività dei prodotti europei, ottenuta grazie alla riduzione dei salari, permetterà alle grandi aziende di invadere nuovi mercati.
In tanti, d’altra parte, si sfregano già le mani pensando agli 80 milioni di consumatori dell’Iran, ex nemico in cui c’è fame di benessere e apertura al mondo.

Si tratta però di un calcolo sbagliato. Dalla Francia alla Polonia, le classi medie sono sempre più inclini a sposare soluzioni autoritarie pur di risolvere i loro problemi, e cresce un malcontento diffuso nei confronti di un’istituzione sovranazionale acefala eppure impositiva. L’Europa sta sabotando se stessa, e il suo popolo sta iniziando a non perdonarla.

Jacopo Di Miceli

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