Io, uomo qualunque, al cospetto di Agnelli

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Il mio professore di Storia dell’Arte al liceo, per spiegarci cos’erano i Medici a Firenze, diceva:Erano un po’ come gli Agnelli per Torino“. Vale a dire: nessuna investitura propriamente politica, ma una egemonia di fatto palpabile.

Poche cose erano distanti dal quotidiano pianto e stridor di denti popolare come la figura dell’Avvocato; eppure era una sorta di zio (Paperone) della città, lo si sentiva vicino. 
Soprattutto, era un personaggio perfetto da narrare: ricchissimo ma con le passioni dell’uomo medio (belle donne, bel calcio, belle macchine), vizioso e vezzoso, maniaco dei dettagli e carismatico.

Conobbi Gianni Agnelli quando, di straforo, ottenni dei biglietti omaggio per la tribuna vip dello Stadio delle Alpi: ero un ragazzino abbastanza intimorito dallo sfarzo della hall, decisamente contrastante con la sostanziale bruttezza del resto dell’impianto.
Non sapevo bene dove girarmi, quando ad un certo punto sento che il vociare si tramuta in brusio.
Gli ospiti si erano tramutati in pubblico, tutti attratti verso il centro della sala a formare un corridoio: “È l’Avvocato, è l’Avvocato”, “Arriva Agnelli”, “L’Avvocato, l’Avvocato!”.
Vengo spinto avanti quasi a tradimento, gli finisco sostanzialmente tra i piedi: lui mi guarda, sorride, mi tende la mano. Io, impacciatissimo, gliela stringo: per quanto pischello, ho ben chiara la consapevolezza di avere di fronte uno dei “padroni” d’Italia – e questo “padroni”, leggetelo come volete.

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Lo saluto, gli dico: “Speriamo di vincere, oggi!“. Ora: il gusto per l’aneddotica mi spingerebbe ad inventare, attribuendogli una frase fulminante delle sue; in realtà fu piuttosto ordinario: “Oh, ma tu guarda! È sempre bello vedere giovani tifosi. Comunque oggi faremo il possibile“.

Quello che in realtà importa è il magnetismo che la figura di Agnelli provocava: non incuteva soggezione solo in me, giovanissimo, ma anche in una schiera di spalle larghe e capelli bianchi.
Sicuramente c’era chi aveva molto da sperare, o molto da temere, da lui; ma quello che io avevo percepito principalmente era stata ammirazione. Sorprendeva infatti che una figura lontanissima da “noi” potesse alla fine assumere consistenza, e mostrare semplice educazione nei confronti di noi quisque de populo.
Come quella volta che – mio padre mi raccontava – lo aveva trovato vicino a una fermata dell’autobus. Gianni Agnelli gli si era avvicinato e, normalissimamente, aveva chiesto: “Mi scusi, sa che ore sono? Sto aspettando i miei nipoti, e non sono ancora usciti“.

Raccontare in questi toni scenette del genere ha un che di fantozziano, me ne rendo conto: persone comuni (leggi: attapirate) che si sentono quasi gratificate dal contatto con un personaggio idolatrato. 
Sicuramente è palpabile lo sfondo di una società – quella anni ’80 e ’90 – che non è più; altrettanto però è presente il bisogno collettivo di mitologia, e Agnelli era perfetto per soddisfare questa esigenza.

Un personaggio quasi letterario, si diceva: la faccia spaccata dalle rughe, la battuta pronta, il figlio suicida, il nipote prediletto stroncato dal cancro. E poi l’atteggiamento colmo di sfaccettature, che lui coltivava con esibizione e naturalezza sfrontate.
Uno squalo col papillon: dicevano che era odiato da tutti, e che solo i cortigiani stavano lì a incensarlo, peraltro controvoglia.
La folla oceanica, e silenziosa, che si incamminò verso il Lingotto per rendergli omaggio 10 anni fa testimoniava però il contrario.
I sadici sibilano: “C’è chi pagherebbe per essere servo“; a qualcuno, però, Gianni Agnelli manca. Ancora oggi.

Mauro Loewenthal
@twitTagli

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