Una nuova crisi energetica?

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Il problema delle fonti energetiche in Italia e la sua fragilità alle crisi internazionali è una storia che risale ad almeno 80 anni fa, quando il nostro paese era governato da personaggi poco raccomandabili in fez e camicia nera.
Il gerarchi fascisti ebbero l’insana idea di volere un posto al Sole: non essendo ancora stata inventata la Rai, e di conseguenza la sublime fiction che da decenni ci ammorba sul terzo canale, ripiegarono sull’Etiopia.
La storia è abbastanza nota: la Società delle Nazioni di allora reagì maluccio, ed all’Italia furono comminate pesanti sanzioni, anche commerciali. Per rispondervi, si intraprese il percorso dell’autarchia, che tra le altre cose spinse il governo Mussolini a tentare di risolvere l’annosa faccenda dell’approvvigionamento energetico italiano.
Il Regime Fascista fallì nel suo scopo, nonostante alla fine del Ventennio l’Italia potesse contare su numerose centrali idroelettriche (costruite però alla “come viene viene”, e dunque senza avere un’idea razionale di piano energetico). In ogni caso, durante la Guerra di Etiopia e poi durante la Seconda Guerra Mondiale il problema energetico non fu così evidente: la guerra la perdemmo per altri motivi, insomma.

Nel 1973, invece, si compresero le reali conseguenze del dipendere dal punto di vista energetico da nazioni geopoliticamente non così stabilì. Nel 1973, infatti, scoppia la Guerra del Kippur: Israele da una parte, Egitto e Siria dall’altra.
La guerra mise a nudo tutta la fragilità del mondo occidentale, e in particolare dell’Europa. I paesi arabi, infatti, in conseguenza della guerra, tagliarono le esportazioni di petrolio verso l’occidente (è la famosa “Crisi energetica del 1973”).
Questa mossa ebbe forti conseguenze in Europa: Norvegia e Regno Unito scoprirono giacimenti petroliferi nel Mare del Nord; la Danimarca “inventò” l’eolico di massa (e ancora oggi la Danimarca è la nazione più tecnologicamente avanzata in questo campo); la Francia reagì costruendo ben 32 reattori nucleari nel giro di 10 anni: ancora oggi l’87% dell’energia elettrica transalpina proviene dal nucleare.

E l’Italia? Il nostro Paese reagisce a modo suo: il governo Rumor vara una politica di austerity (ecco da dove viene questa brutta parola). In altre parole: divieto di circolazione in auto la domenica, riduzione dell’illuminazione stradale e fine anticipata dei programmi televisivi.
Un po’ come se per andare in guerra gli altri paesi andassero con carri armati, missili e quant’altro e noi andassimo con la baionetta del nonno piena di ragnatele. Come dite? Lo abbiamo già fatto?
Per nostra fortuna, nel 1975 la crisi si risolve. Ce ne sarà un’altra ancora nel 1979, ma nel mentre in Italia si fa poco o niente per risolvere il problema. I petrodollari americani ricominciano a fluire nelle tasche arabe e tutti sono felici e contenti.

Come sapete, però, oggi i venti di guerra spirano forti sull’Est Europa. Questo pone l’Italia di fronte ad un serio interrogativo: se la Russia interrompesse le forniture di gas all’Europa (o alzasse i prezzi) in risposta ad un embargo del mondo occidentale, noi (Italia) saremmo pronti?
Un lettore attento dei fatti passati avrebbe una risposta sola: no. E in effetti poco o niente si è fatto per risolvere la dipendenza dall’estero. Vediamo di capire il perché attraverso qualche numero, considerando al momento la sola produzione di energia elettrica.

I dati sono poco confortanti: il 72.7% della produzione di energia elettrica italiana proviene da fonti non rinnovabili (carbone, petrolio e gas), fonti che per la stragrande maggioranza importiamo dall’estero (giacimenti di gas in Italia ce ne sono pochi, di petrolio ancora meno).
All’interno di queste fonti non rinnovabili, a farla da padrone è proprio il gas naturale: scorrendo i dati statistici forniti da Terna nei suoi report annuale ci accorgiamo che quasi il 60% di questa produzione di energia non rinnovabile proviene dal gas naturale.
Per la precisione, le centrali termoelettriche italiane che vanno a gas naturale producono quasi 130 mila GWh, contro i 43 mila dell’idroelettrico e i 18 mila del fotovoltaico (Dati di Produzione Terna 2012). In altre parole, la voce maggiore di produzione elettrica in Italia è data dal gas naturale.

Inoltre, come tutti sappiamo, compriamo energia elettrica dall’estero, perché neanche sommando tutte le nostre centrali (eoliche, fotovoltaiche, idroelettriche e non rinnovabili) si arriva a coprire il fabbisogno nazionale: una misura tra il 10% e il 25% (dipende dal periodo e dalle ore del giorno) dell’energia elettrica che arriva nelle nostre case è francese o svizzera (Dati Generali Terna 2012).
Ma concentriamoci sul gas naturale. Da dove viene?

Solo il 15% del gas naturale che viene consumato giornalmente è gas estratto in Italia (dati 2009). Il restante viene dall’estero. L’Italia ogni giorno importa 69,28 miliardi di metri cubi da paesi esteri per uso energetico e per uso domestico: siamo il quarto paese al mondo per importazione di gas, dietro Stati Uniti (che lo importa per il 99% dal Canada), Giappone e Germania (circa il 40% dalla Russia, il restante dalla Norvegia e dall’Olanda).

Di questi circa 70 miliardi di metri cubi, 22,92 miliardi provengono dalla Russia (circa il 33%) tramite Gazprom (dati Eni 2011 – World Oil and Gas review), con la quale l’Eni nel 2007 ha formato una joint venture per la costruzione di un nuovo gasdotto.
La Gazprom è controllata direttamente dallo stato russo per il 38% (azionista di maggioranza), ed indirettamente per oltre la metà (tramite società russe in cui lo stato è azionista di maggioranza).
Il resto dell’importazione italiana  viene dall’Algeria (33%) e dai paesi del Nord Europa. Il gas algerino passa attraverso Sonatrach che però dal 2006 collabora attivamente con Gazprom (dal 2008 Gazprom ha vinto un contratto di collaborazione con Sonatrach per la ricerca di idrocarburi dell’Algeria (fonte: sito Gazprom). Tirate a indovinare: se Gazprom decide che “per l’Italia i rubinetti da domani si chiudono”, secondo voi gli algerini (soci in affari dei russi) che fanno?

Quindi oltre la metà del nostro gas viene da paesi non stabili dal punto di vista geopolitico (del resto, senza tirare in mezzo i russi, nel 2011 le proteste di piazza in Algeria hanno quasi fatto scoppiare una rivoluzione) e quasi la metà della produzione energetica italiana si fonda sul gas.
Non solo: un dato meno noto è quello sul petrolio. Sebbene di minore importanza rispetto al gas, importiamo il 5% del petrolio dalla Russia o da paesi ex URSS (Kazakhstan e Azerbaigian).

Se la crisi del petrolio del 1973 aveva portato pochissime (o nessuna) conseguenza dal punto di vista della produzione energetica, la crisi della Crimea deve farci riflettere, ma soprattutto deve portare ad una riflessione dal punto di vista politico.
La risposta non può essere (non deve essere) “nuove trivellazioni per trovare nuovo gas o nuovo petrolio” sul suolo italico. Nè può essere l’austerity energetica, che già nel ’73 era ridicola e oggi sarebbe semplicemente impraticabile. 

Finora, come qui su Tagli abbiamo spesso sottolineato, il piano energetico italiano per le rinnovabili è stato all’acqua di rose. Più degli interventi “contentino” per l’Unione Europea, non si è mai andati: un serio piano per le rinnovabili non esiste, nonostante il fatto che entro il 2020 l’Italia dovrebbe centrare gli obbiettivi dell’accordo 20-20-20 (20% di riduzione di emissioni di gas serra, un aumento del 20% della produzione energetica dalle rinnovabili e un 20% di miglioramento di efficienza energetica), sui quali l’Italia è ancora in alto mare.
Mentre Germania, Regno Unito e Paesi Nordici fanno a gara per le produzioni di rinnovabile, aumentando l’efficienza dei loro impianti ed aumentando la quota di rinnovabile, l’Italia dal punto di vista energetico continua ad avere una spada di Damocle che incombe sul suo capo. Se non è questa crisi, a farcela piombare sul collo, sarà la prossima.

Alessandro Sabatino
@twitTagli

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