Neet: crescono in Italia i giovani che non studiano e non lavorano

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Hanno fra i 15 e i 29 anni. Non hanno un lavoro né si preoccupano di cercarlo, non studiano, non svolgono tirocini, stage, corsi di aggiornamento; non perché necessariamente scansafatiche quanto piuttosto perché sfiduciati e privi di speranze nel futuro. Sono classificati da una sigla, NEET, acronimo di “Not in education, employement or training” e in Italia le statistiche dicono che sono in aumento.

imagesFenomeni figli della crisi economica globale che hanno spinto sempre più giovani in un limbo spesso reso ancora meno sopportabile dalla depressione e da un generale senso di rabbia e sfiducia nei confronti della società e delle istituzioni. Le statistiche rivelano però che almeno in Italia il numero dei NEET era già molto alto nel 2008, anno di inizio della crisi. L’Italia guidava infatti, con il 19,2%, la classifica dei paesi Ue appartenenti all’area Ocse davanti alla Spagna (16,9%), all’Ungheria (16,3%) e alla Grecia (16,2%). Il podio dei paesi più virtuosi vedeva in testa i Paesi Bassi (5,1%), la Danimarca (6,0%) e il piccolo Lussemburgo (8,5%). La media, calcolata su tutti i paesi Ue in area Ocse, si attestava attorno al 12,2% (dati Istat).

Come è facile intuire, dopo quattro anni di crisi, il numero di Neet in Italia è ulteriormente cresciuto. Gli ultimi dati rivelano che i giovani italiani che non lavorano e non studiano sono circa 2.110.000, ovvero il 22,1% (Istat, 2012). Percentuali significativamente più elevate rispetto ad altri paesi dell’area europea; in Germania, vera locomotiva europea, i Neet sono circa il 10,7%, in Francia e Regno Unito il 14,6%. Anche la Spagna, uno dei paesi più colpiti dalla crisi insieme a Italia e Grecia, vanta un numero inferiore a quello italiano con il 20,4% (Istat, 2012).

Gafico

La colpa è soltanto da ricercare nella pessima congiuntura economica? Niente affatto. L’Eurofound, nel suddividere gli Stati a fini statistici, accomuna la condizione dei giovani in Italia a quella di paesi come Estonia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania in base ad una serie di parametri; elevata presenza di donne, elevata presenza di inattivi , elevata presenza di soggetti senza esperienza lavorativa, elevata presenza di giovani con titolo di studio alto, elevata presenza di soggetti scoraggiati nella ricerca di occupazione. Per quanto certamente influente la crisi non può essere indicata come responsabile unica e primaria dell’incremento nel numero di Neet; l’Italia sconta infatti problemi e carenze strutturali nel mercato del lavoro che ricadono soprattutto sui giovani. Si pensi al precariato diffuso, all’oggettiva difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro per i più giovani e alla scarsa flessibilità.

maria-assunta-datriPer capire meglio la situazione italiana può essere utile confrontare il tasso di attività, il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione e l’incidenza di Neet. Nel 2005 il tasso di attività era del 49%, quello di occupazione del 40%, il tasso di disoccupazione del 18% e l’incidenza dei Neet del 20%. Nel 2010, a fronte di un tasso di attività precipitato al 43%, del tasso di occupazione attestatosi al 34% e del tasso di disoccupazione cresciuto di due punti percentuali l’incidenza dei Neet è cresciuta anch’essa fino ad arrivare al 22% (Isfol, 2012). Se nel biennio 2005-2006 l’indice di permanenza nella condizione di Neet era del 58,7%, nel 2009-2010 ha raggiunto quota 65,2% segno inequivocabile della difficoltà, per i giovani italiani, nel trovare un lavoro. Andando ancora più nello specifico se nel 2005-2006 il 26% dei Neet è riuscito a trovare collocazione, tra il 2009 e il 2010 questa percentuale è scesa al 19,2%.

Vediamo ora in dettaglio da quali tipologie di persone è composta la categoria dei Neet. Il 27,8% è rappresentato da persone che hanno soltanto la licenza media ma elevate sono anche le percentuali di soggetti con titoli di studio secondari e universitari (22% di diplomati, 20,5% di laureati). L’incidenza è maggiore tra le donne (+5,3%) e in particolare nella fascia 25-29 anni con un +13,3% (dati Eurofound 2012). La quota, secondo i dati Istat, cresce tra gli immigrati (32,8%).

Guardando alla distribuzione tra le regioni italiane quelle con l’incidenza più alta (35%) sono la Campania e la Sicilia; seguono Calabria (31,8%) e Puglia (29,2%).

Una piaga che si traduce in ricadute economiche negative sul sistema paese. Il costo sociale dei giovani Neet per l’Italia è infatti di 26,631 miliardi di Euro (il più elevato in Europa) che corrisponde all’1,7% del PIL (Eurofound, 2012).

Alessandro Porro

@alexxporro

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