Riflessioni su una società sempre più violenta

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La sparatoria di Palazzo Chigi, l’accusa da parte di Beppe Grillo di un presunto golpe (in occasione dell’elezione di Napolitano, ndr) e vari episodi di violenza sulle donne sono solo alcuni casi di cronaca più o meno violenti che hanno occupato le pagine dell’informazione nelle ultime settimane.

934819_10200634210552235_1402505673_nSebbene i fatti citati – la cui descrizione compiuta lasciamo volentieri ai cronisti – appaiano tra loro non correlati, siamo comunque invitati ad una riflessione sulla nostra società sempre più brutale e su ciò che potrebbe rappresentare l’origine di un tanto dilagante imbarbarimento. Imbarbarimento del quale ci si accorge anche nella vita quotidiana con la normale percezione di uomini della strada, tralasciando i fatti più eclatanti. Senza ombra di dubbio la grande recessione che stiamo vivendo ha generato nel nostro Paese una sensazione crescente di precarietà e preoccupazione dovuta alla mancanza di lavoro e pertanto di quelle risorse che garantiscono alle persone una relativa sicurezza economica che si trasforma per conseguenza e necessità in stabilità anche emotiva.

Tale situazione ha fatto affiorare quindi le numerose fratture latenti della società occidentale e soprattutto italiana, cheFoto violenza 3 si è da tempo distinta per individualismo e per incapacità di considerare il prossimo e la collettività come qualcosa di prioritario ed irrinunciabile. Tale incapacità si manifesta ovviamente a tutti i livelli, dagli scandali della mala-politica che si susseguono da un ventennio fino al semplice “non voler vedere” un automobilista in panne a bordo strada. Attraverso questo meccanismo, la crisi economica si è riversata anche e soprattutto in una crisi sociale che può essere riconosciuta quale una delle origini della violenza, intesa con accezione più larga del semplice fatto di sangue.

Posto infatti che ogni azione violenta nasce da cause e fattori specifici e relativi anche alle situazioni dei singoli, possiamo individuare due elementi di comune substrato ai vari episodi di cui si sente parlare. Il primo è il tentativo di difesa di una “proprietà” che si percepisce in pericolo, il secondo è la vittima della violenza, cioè qualcuno ritenuto un oppressore o, nell’impossibilità di raggiungerlo, un debole.

252429_10200634256673388_833505534_nE certamente in queste categorie rientrano le donne, che alcuni uomini provenienti da una certa cultura maschilista e machista ritengono (a torto, giova ribadire!) loro proprietà e che non vengono attaccate in quanto donne ma in quanto soggetti vulnerabili. Sotto questo punto di vista appare dunque che la parola “femminicidio”, con quel poco senso che porta con sé, è comunque spesso usata a sproposito. Proseguendo, quando si ritiene che la proprietà siano le istituzioni, allora si grida violentemente al “golpettino istituzionale furbo” o direttamente al golpe, quando si pensa che la proprietà sia un territorio nascono le proteste Nimby (acronimo di Not in my back yard) tra cui quella No Tav, quando qualcuno reputa che la politica gli abbia fatto un torto va sotto i Palazzi del potere a sparare.

In ultimo, qualcuno ritiene di essere esso stesso troppo debole e sfinito dall’angoscia e dalla disperazione e opta per infliggere a se stesso la violenza che si porta dentro suicidandosi; sono scene queste ultime, di pavesiana memoria, con il solo cambio della fonte del disagio, non più la guerra, ma la crisi. Varrebbe infine la pena fermarsi a riflettere un attimo su tutto questo e anche su come i comportamenti quotidiani siano, insieme al resto, all’origine del tutto; d’altra parte, per chiudere con una citazione cinematografica, “penso che quando non si dice più «grazie» e «per favore» la fine è vicina” . E di «grazie» e «per favore» se ne sentono sempre meno.

Jack O. Hearts  @twitTagli

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