Il programma del Movimento 5 Stelle: analisi di una non-alternativa di governo

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Il nostro Paese, soprattutto negli ultimi 30 anni, è stato governato tendenzialmente maluccio. Debiti sempre più insostenibili, opere incompiute, scarsa visione, scarsa propensione alla ricerca e allo sviluppo, scarsa capacità di riqualificare le zone più claudicanti del Paese e così via. Cose che conosciamo tutti.
A ciò si aggiunge una caterva immane di casi giudiziari che hanno coinvolto coloro che avevamo eletto come nostri rappresentanti politici: le eccezioni ci sono state, ma sono state ahimè casi sporadici.
Non stupisce quindi che i cosiddetti partiti tradizionali vacillino un po’ anche a causa del successo di nuove tipologie di partito. Il Movimento 5 Stelle è stato caparbio nel proporsi come alternativa a tali partiti tradizionali e a trasformarsi da movimento di protesta in potenziale partito di governo.

Al Movimento vanno anche fatti sinceri complimenti poichè ha riportato al centro del dibattito pubblico, dopo “Mani Pulite”, l’onestà della classe politica al centro dell’attenzione, tentando di evitare che il sottobosco politico continuasse a sperperare o intascare le risorse dei cittadini.
Premesso tutto ciò, e pur essendo insoddisfatto e talvolta disgustato dalla gestione politico-amministrativa del mio Paese nel recente passato, il Movimento 5 Stelle non pare avere le caratteristiche per costituire una alternativa valida in grado di risollevare le sorti d’Italia. Anzi.
E questo, ovviamente, non significa avallare l’equazione “sei contro di noi? Ecco il solito disonesto, complice della disonestà politica”. Ri-anzi.
Breve carrellata dei motivi:

IL REDDITO DI CITTADINANZA
Il reddito di cittadinanza è, a livello nazionale, il vero cavallo di battaglia anti-crisi del M5S. È una mossa politica su cui puntano tantissimo sia dal punto di vista elettorale, sia dal punto di vista amministrativo: è ritenuto come una misura capace di migliorare le condizioni di milioni di cittadini italiani.
Si tratta un’erogazione monetaria diretta da parte dello Stato, quantificato per l’anno 2014 in euro 9.360 annui e in euro 780 mensili che viene calcolata come i 6/10 del reddito mediano italiano di 15.514€. 
Tale cifra verrebbe data ai cittadini disoccupati che vivono sotto la soglia di povertà e verrebbe revocato nel caso questi rifiutassero più di 3 offerte di lavoro. (Per approfondire, clicca qui)

Iniziativa negli intenti lodevole; ma delicatissima. Per due motivi:

  • il costo è valutato (la stime giunge dal blog di Beppe Grillo) in circa 15 miliardi di €, coperti con una serie di tagli (che potete leggere qui).
    Le voci sono le più svariate, dai tagli delle auto blu alla standardizzazione dei costi pubblici tra le diverse Regioni (il che, dicono, farebbe risparmiare 5 miliardi allo stato), all’aumento di tassazione a banche, assicurazioni, chiesa e gioco d’azzardo.
    Ammesso e non concesso che i famigerati “tagli” coprano i costi, permettetemi di ritenere che riuscire a tagliare tutte le voci di spesa elencate sul blog di Grillo – che toccano i più disparati campi e le più influenti lobbies – sia un compito davvero improbo;
  • L’Italia non brilla per senso civico, nè per etica.
    I rischi che il reddito di cittadinanza si trasformi in una misura utile non ai più poveri ma ai più furbi, e che diventi una voragine mangia-soldi che crea schiere di non-lavoratori sostenuti dallo Stato, è alta e abbastanza concreta.

Sia chiaro: queste due motivazioni non rendono il reddito di cittadinanza una misura sbagliata di per sè, anzi, ma evidenziano – a parer mio – quanto sia una iniziativa delicatissima ed imponente, sia nei suoi aspetti economici sia in quelli sociali.
Alcune finalità del reddito di cittadinanza sono però condivisibili, e dopo aver letto il PDF presentato sul blog di Grillo ho guardato una decina di interviste a Di Maio e Di Battista su questo argomento: sono tutte abbastanza simili e ne propongo solo due estratti, secondo me significativi, su come il reddito venga gestito e su come venga finanziato.

Per il secondo video, basta cliccare la foto.

 

E di qui la domanda: con queste premesse e questi ragionamenti, si può delegare la gestione di una misura di tale portata e con tali rischi a costoro?

 

LE RICETTE ANTI-CRISI
Oltre al reddito di cittadinanza c’è altro. 
Alessandro Di Battista, in un’intervista a Repubblica che potete leggere integralmente qui, all’esplicita domanda su quali settori si dovesse puntare per far crescere l’Italia, risponde: “Puntiamo sull’enogastronomia, una nostra eccellenza, il nostro petrolio. In questo campo bisogna investire nella qualità, nelle start up, nelle piccole e medie imprese. Lo stesso vale per la cultura e il turismo”.
Ecco. Ritenere che l’enogastronomia sia il nostro petrolio, che le start-up siano la panacea alla nostra crescita (avete mai letto qualche dato sui tassi di mortalità delle start-up e su quante riescano effettivamente ad ingrandirsi e svilupparsi?) o che il turismo possa essere un settore trainante del Belpaese (se così fosse, Spagna e Grecia sarebbero paesi ricchissimi), è tanto affascinante, quanto economicamente e politicamente avventato. E lo dice uno che di che enogastronomia, start-up e turismo ci vive.
Ma tra l’incentivarle ed il ritenerle la ricetta per la ri-crescita di uno delle 10 nazioni economicamente e politicamente più influenti al mondo, direi che c’è una differenza abissale.

 

EURO ED EUROPA
Il Movimento si è più volte detto favorevole ad un referendum sull’Euro. Tralasciando i “dettagli” giuridici (un referendum sui trattati internazionali in teoria è vietato dalla Costituzione), una buona fetta della cittadinanza ritiene che sarebbe stato più corretto sottoporre all’elettorato la scelta se entrare o meno nell’Euro.
Richiedere se uscirne però, è una cosa diametralmente opposta.
Facciamo finta, come ha fatto lo stesso giornalista Floris nell’intervista qui sotto, che si proponga effettivamente all’italiano di uscire dall’Euro.

Dal min 17:54 al 21:58 Di Maio parla del referendum sull’Euro.

 

Cosa accadrebbe?
I più attenti, o semplicemente coloro che possono permettersi un consulente finanziario, andrebbero in banca e ritirerebbero tutti i propri soldi per metterli in una cassetta di sicurezza. Nel caso non lo facessero rischierebbero di perdere, nel momento della conversione dei propri risparmi in Lire, tra il 25 ed il 35% del valore.
A meno che Grillo sia in grado di convincere 60 milioni di italiani a lasciare i propri risparmi in banca, il rischio immediato è quindi che la maggior parte di noi, non appena si paventa il rischio di uscita dall’Euro, si precipiti in banca per prelevare i propri risparmi per metterli in una cassetta di sicurezza, attendere che la situazione si stabilizzi e poi decidere cosa fare dei propri contanti.
Le banche non sarebbero assolutamente in grado di fornire liquidità a tutti i propri clienti che in pochi giorni si presentano per prelevare i risparmi: per farlo, dovrebbero iniziare a svendere titoli (per far entrare liquidità) e smettere di fare prestiti a cittadini ed imprese (per non farne uscire).
Non serve una laurea in economia per capire che, se tutte le banche vendono titoli, ovviamente il valore di questi titoli scende e le attività delle banche anche. Di conseguenza rischiano l’insolvenza.

Se inoltre cittadini e imprese non ottengono più prestiti da queste, l’economia entra ancor di più in recessione.
Il circolo vizioso è quindi concreto e parecchio negativo, e ciò accadrebbe fin dal primo momento in cui si dovesse decidere di uscire.
Insomma: nel M5S non pare ci sia la piena coscienza delle eventuali conseguenze negative di un’uscita dall’Euro, nè di come possano gestire tale transizione.

Infine la posizione grillina al Parlamento europeo è sempre stata estremamente ambigua: prima a braccetto con l’ultra destra inglese di Farage e del suo UKIP e ora la figuraccia con i liberali dell’ALDE (che ha tra le fila l’odiato Mario Monti e che è capitanato dal liberale Guy Verhofstadt, definito in passato da Grillo stesso “l’eurodeputato che colleziona poltrone“).

 

OLIMPIADI E GRANDI EVENTI
A Roma, come sanno anche i sassi, ha vinto fortunatamente Virginia Raggi. Dico “fortunatamente” perchè dopo l’infausta gestione tout court di Alemanno e la gestione da parte del PD della figura di Ignazio Marino, non poteva oggettivamente essere altrimenti.
La scelta più importante di questa giunta è stata sicuramente quella riguardante le Olimpiadi, e a deludere non è stato tanrto l’esito finale (come noto, le Olimpadi del 2024 non saranno a Roma), ma come è stata affrontata la questione: il Movimento, il partito che fin dal suo primo respiro si è etichettato come la garanzia dell’onestà e del cambiamento, si è tirato indietro di fronte alla responsabilità di gestione.
Mai come in questo caso avrebbe potuto dimostrare la sua spinta bonificatrice, sarebbe stata  una occasione d’oro!

Le Olimpiadi sono storicamente uno tra gli eventi più affascinanti ed imponenti al mondo. Nessuno come loro sposta persone, soldi ed attenzione mediatica in una sola città; al contempo sono storicamente un bagno di sangue per le casse cittadine poichè -nella quasi totalità dei casi passati- gli introiti non sono mai riusciti nel breve periodo a coprire nemmeno lontanamente le spese sostenute.
Se a ciò aggiungiamo che in Italia gli appalti vengono gestiti “all’italiana” aumentando costi e tempi e finendo in tasche spesso mafiose, la frittata può essere presto fatta: per un attimo ci ho sperato, in una “candidatura sostenibile” gestita da un partito formalmente impegnato sul fronte dell’onestà, in cui il business plan dell’evento fosse in grado di definire al centesimo le spese e gli introiti, in cui i costi superflui venivano tagliati, in cui gli appalti sarebbero stati controllati in modo intransigente, in cui anche le entrate extra (i fondi da Governo, sponsor, CIO eccetera) sarebbero stati utilizzati per migliorare le infrastrutture cittadine.
E invece no. La chiusura è stata netta, e la scusante è stata infantile: “non c’è abbastanza tempo”. A dir no siam bravi tutti. A fare le cose fatte bene e sostenibili, un po’ meno.

Per necessità di lunghezza non approfondisco altri aspetti che  comunque non reputo me importanti, quali:

  • l’ambiguo posizionamento del Movimento 5 Stelle nei confronti dei vaccini e dell’obbligo sanitario di questi;
  • il passaggio da Movimento iper-giustizialista a Movimento garantista non appena gli avvisi di garanzia hanno iniziato a far capolino anche tra gli attivisti;
  • il modo con cui viene gestito il Partito, con un capo non votato ed un’azienda privata che stipulano contratti vincolanti con persone elette dai cittadini;
  • l’utilizzo della democrazia diretta su temi complessi ( vedi votazione su piano nazionale energetico) che mettono nelle mani dei cittadini, decisioni che dovrebbero essere prese da esperti del settore;
  • il modo in cui è stata screditata l’informazione, prima infangano giornali e telegiornali ( che spesso lo meritavano, per carità) dicendo che erano di parte e poi ergendo il blog di Grillo e pagine vicino ad esso ( vedi tzetze.it ) come unica fonte oggettiva che svela le verità ai cittadini;

Per tutti questi motivi – pur non essendo complice della disonestà, del malaffare politico o dell’incapacità dirigenziale – non penso che il Movimento 5 Stelle sia un’alternativa valida alla situazione attuale. Attendo fiducioso le risposte di chi resta convinto della bontà del progetto politico, possibilmente senza iniziare con i triti “eh ma allora Berlusconi?”, “eh ma allora il PD?”, “eh ma allora quello e quell’altro?”.

Luca Murta
Zetablue blog

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