Il populismo di sinistra come chiave per un nuovo contratto politico-sociale

 

Il populismo di sinistra forse esiste, anche se è più complicato di quanto si potrebbe pensare; non basta, a definirlo, la scorciatoia dell’opposizione tra popolo ed élite.
Quello che con tutta evidenza abbiamo a sinistra, e Podemos ne è il caso più eclatante, è una sorta di rassicurazione comunicativa. Non si è inventata una nuova forma della politica, non si è prodotta una nuova segmentazione del campo di battaglia.
Si è semplicemente fondata una nuova retorica, utile a comunicare la discontinuità; a dire alla folla dei delusi della socialdemocrazia “non faremo di nuovo gli stessi errori, noi siamo contro l’Austerità e vi proteggeremo”.
Pablo Iglesias, il primo ad aver sdoganato il populismo di sinistra a livello istituzionale
Pablo Iglesias, il primo ad aver sdoganato il populismo di sinistra a livello istituzionale

La cifra dell’altro populismo, il più diffuso populismo di destra aggressivo e regressivo, sta in stretto legame con l’irrazionalità. Non perché il populismo sia irrazionale di per sé, ma piuttosto perché coltiva una mistica dell’irrazionalità, sdogana l’irrazionalità nel campo politico.
E lo fa attraverso una nozione abbastanza tradizionale e in un certo senso liberale di che cosa sia la razionalità, ponendola in contrapposizione alla pancia (da riempire) e alla prima impressione (verità istintiva e primordiale) del popolo.
In questa rappresentazione, la ragione è privilegio di chi è libero dal bisogno, dell’élite; secondo i populisti di destra il sapere popolare, voce dell’istinto naturale e del bisogno, è costantemente ignorato dai privilegiati e dai potenti.

Da qui il nuovo anti-intellettualismo, da qui la possibile liberazione dai freni del pudore o comunque da preoccupazioni più generali sulla morale e gli equilibri della società. Se il popolo attraverso il populismo si sente legittimato a pensarsi come straccione, di conseguenza penserà ai propri desideri in termini non di volontà e aspirazione ma di sopravvivenza e necessità: il che trasforma appunto la volontà in un assoluto, immediata e non mediabile necessità di lotta per la vita, dove non c’è troppo spazio per la pietà o per considerazioni più generali e dunque astratte.

Non si tratta di condannare irrevocabilmente la politica dei bisogni primari. Le masse hanno fatto irruzione nella storia, a partire dalla Rivoluzione Francese, sotto queste spoglie. Legittimamente, senza dubbio, l’irruzione dei bisogni bassi e delle necessità vitali ha allargato il campo della politica, ha obbligato il potere a fare i conti con la miseria e la sopravvivenza dei molti.
La retorica dei bisogni primari può avere la stessa funzione della retorica del populismo di sinistra: assicurare che i governanti abbiano perfettamente chiaro il fatto che i cittadini vogliono rafforzare le forme della protezione sociale.

Il populismo, di destra o sinistra che sia, fa uso dell’irrazionalità come strumento politico ma non è irrazionale: esso in realtà è una forma di contratto comunicativo e indiretto.
Il popolo vuole protezione, la voce con cui lo chiede è una retorica apparentemente anti-socialdemocratica o dei bisogni primari, a seconda del caso; ma la relazione è simile, il fine è simile.
Gli esiti sono, però, drammaticamente diversi a seconda di quale discorso articoli e produca la voce del popolo.

Robin Piazzo

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