Populismo e critica economica: davvero sono in relazione necessaria?

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Chi come me segue (alla larga e da sinistra) un’interpretazione della contemporaneità “alla Laclau” – secondo la quale la crisi economica ha messo a nudo l’avanzato stato di decadimento delle identità politiche – dovrebbe avere molto di cui preoccuparsi dopo i primi giorni di questo governo
Stesso dicasi per chi, sempre come me, ripone le proprie speranze nella possibilità di rendere progressista l’approssimativa opposizione popolo/elite (essa stessa figlia un po’ della crisi economica e un po’ del dissolvimento delle identità politiche più settoriali).

La speranza finora è stata di vedere in Italia ciò che è accaduto in Grecia, Spagna, Francia e Regno Unito, ovvero la nascita di un populismo che con qualche artificio è riuscito a farsi veicolo delle tradizionali posizioni socialdemocratiche. L’ipotesi era semplice: ciò era avvenuto in quei Paesi perché l’Austerità aveva politicizzato le masse. E, in virtù della reazione all’austerità, si era aperto uno spazio di critica pienamente sfruttabile solo dai movimenti capaci di incarnare con coerenza l’opposizione ai dettami economici neoliberali.
Uno potrebbe dunque pensare: Salvini e M5S hanno saputo articolare questa opposizione all’Austerità in una cornice conservatrice. Quindi, saranno messi alla prova dalla propria capacità di portare avanti una battaglia anti-establishment; se non ne saranno in grado, faranno la fine di Syriza.

Ebbene, in qualche giorno di governo abbiamo già avuto vari segnali di un appeasement, sufficienti per tutti coloro che già non avessero rizzato le orecchie nel momento in cui è stata proposta la flat-tax in campagna elettorale.
Probabilmente il governo Conte sarà un governo economicamente liberista e compatibilista con gli assetti continentali, magari con qualche forzatura sul deficit ma nessuna rivoluzione nel ruolo dello Stato.
Qualcuno dei sostenitori del governo si è scandalizzato?

Il punto è che forse abbiamo sopravvalutato la coscienza economica degli elettori. Probabilmente nelle menti dei cittadini è tutto molto più confuso, e la crisi economica c’entra meno di quanto vorremmo credere. L’emersione di una opposizione popolo/elite probabilmente dipende più dal mutare delle soggettività politiche e della relazione, oggi più immediata, tra individuo e Politico (un po’ quel che diceva Bernard Manin qualche tempo fa), che non dagli sviluppi della crisi.
La crisi economica crea scontento, ma non politicizza le masse. L’opposizione all’Austerità è una sola delle possibili configurazioni dell’opposizione popolo/elite, e servono degli attori politici capaci di inculcarla nel discorso pubblico in maniera convincente, perché non emerge da sé.

Ma non dipende tutto dagli attori collettivi. Dipende anche dai cittadini italiani. Quanti sostenitori del governo del cambiamento hanno gioito d’innanzi ai primi cenni compatibilisti, ammirando la responsabilità dei nuovi governanti?
Secondo me, molti.
Vuol dire che in Italia ci sono ancora molti democristiani. Il tempo ci dirà se sotto la superficie cova qualcosa d’altro.

Senza dubbio, se le cose stanno così, le responsabilità nell’ascesa del populismo regressivo della sinistra italiana sono minori di quanto credevamo.
Il fatto che buona parte di PD e LeU abbiano sostenuto Monti è un fatto decisivo per noi politicizzati, mentre probabilmente non lo è per i cittadini normali, apolitici, per i quali il problema è più plausibilmente il fatto che nel sostenere Monti non si sia riusciti a mettere in scena, accanto al compatibilismo, una forma di critica al sistema; cosa difficile, certo, ma probabilmente scopriremo che Salvini e Di Maio hanno da insegnarci qualcosa anche su questo genere di peripezie.

Robin Piazzo

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