Sopravvivere o morire: perché l’opposizione deve diventare Jon Snow

Brexit, Trump, Steve Bannon, Salvini, Di Maio, Bolsonaro. Sono anni che il vento politico globale soffia in una sola, evidente direzione e chi si vorrebbe opporre a simili tendenze in questo momento non ha la credibilità o i numeri per farci niente.

C’è chi parla di neofascismo e di populismo, di conseguenze socioeconomiche disastrose e di manipolazione di massa tramite lo “spaccio” di post-verità, l’affermazione di una società abitata da una grandissima percentuale di individui con una percezione distorta di quello che ci circonda.

In Italia siamo esperti in fatto di analfabetismo funzionale: siamo secondi in Europa dietro la Turchia secondo un sondaggio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.  La nostra percezione della realtà in molti casi è distorta o facilmente manipolabile e non siamo in grado di interpretare correttamente dati o informazioni di fronte a noi.

È per questo che l’estrema destra e le correnti populiste vincono le elezioni? Forse.
Forse chi vota Trump o Bolsonaro partecipa a questo fenomeno collettivo, a metà strada tra l’analfabetismo digitale e l’incapacità di organizzare e interpretare la propria memoria personale e le informazioni di cui si dispone. Forse questa analisi dei fatti è faziosa e snob, perché presuppone che chiunque la pensi diversamente da noi è automaticamente ignorante, una mente semplice e inferiore.
Alla Casa Bianca risiede un presidente che mente in continuazione ai suoi elettori, ma circa la metà degli americani crede a tutto quello che dice senza metterlo in discussione o analizzarlo criticamente.

È davvero colpa degli smartphone e dei social network, dell’indebolimento della volontà e dell’arbitrio degli esseri umani in una società costantemente connessa?
La tesi secondo cui esiste una diretta correlazione tra la “società digitale” dei giorni nostri e quello che sta succedendo a molte democrazie liberali è una delle più popolari e dibattute. È una teoria affascinante e contiene molti contenuti assolutamente condivisibili e illuminanti, per chiunque di noi scelga di mettersi seduto e riflettere per un istante all’alba del post-elezioni brasiliane. Alla domanda “Cosa sta succedendo al mondo?”, una riflessione di questa natura offre risposte esaustive e ricche di significato.

Io però vorrei affrontare il tema da un altro punto di vista, che sto lentamente maturando e che credo contenga al suo interno il vero senso non tanto del “perché sta succedendo tutto questo”, ma del come contrastarlo efficacemente.
Davvero si può concludere che il successo elettorale di Matteo Salvini (tanto per dirne uno che ci riguarda direttamente) dipenda dai profondi cambiamenti nel nostro linguaggio, nella nostra mente e nella nostra memoria a seguito dell’affermazione di uno stile di vita sempre più “connesso” e sempre meno in grado di percepire correttamente la realtà? Secondo me una spiegazione di questo tipo è riduttiva.

Secondo me, chi la settimana scorsa ha votato Bolsonaro non lo ha fatto perché i social media gli hanno lavato il cervello; lo ha fatto per un piccolo, semplice e primordiale istinto che ci appartiene dall’alba dei tempi: il desiderio di sopravvivenza e la paura di scomparire.
Perché dovremmo odiare aprioristicamente l’altro e il diverso da noi, tanto da assumere posizioni intolleranti in materia di immigrazione, accoglienza e progresso sociale?

Lo facciamo perché pensiamo che l’immigrazione rappresenti un rischio alla nostra sopravvivenza, e le correnti politiche di maggiore successo al mondo stanno cavalcando questa onda sentimentale: gli immigrati ci fanno paura perché mettono a rischio il nostro modo di stare al mondo. Gli italiani in media sono convinti che gli immigrati nel loro Paese siano il 30%, quando nei fatti non superano il 7%. Perché? Perché Matteo Salvini ce l’ha gridato nelle orecchie per anni di campagna elettorale? Siamo davvero così suscettibili ad un livello tanto superficiale di manipolazione?

No. L’estrema destra funziona perché il suo programma politico risponde a un bisogno chiaro e preciso che alberga in ognuno di noi, ed è la necessità di sopravvivere. È l’unica istanza che ogni essere umano sarà sempre in grado di abbracciare, l’unica cosa che ci permette di alzarci la mattina e fare tutto quello che facciamo.
Prima di identificarci in ogni altra cosa, prima di essere cittadini, amici, mariti, mogli, fratelli e sorelle, vogliamo sopravvivere. È l’argomentazione più straordinariamente populista che sia mai esistita, e finiremo con l’eleggere chiunque ci offra delle sicurezze in questo senso.

Per tantissimi elettori in diverse nazioni del mondo, sopravvivere significa avere rassicurazioni, significa “America first” e “Prima gli italiani”, perché nessuno odia per partito preso. Odiamo solo se ci sentiamo minacciati, se la nostra sopravvivenza è in pericolo.

Non si contrasta una forza politica che promette la tua sopravvivenza parlando di diritti civili, sostenibilità, welfare e accoglienza. Nessuno di noi è il “cattivo” della propria storia, il razzista, l’omofobo e l’intollerante. Lo diventiamo perché ci sentiamo di avere ragione: pensiamo di avere chiare le vere priorità, come la crescita economica, la sicurezza, il diritto al reddito, il condono fiscale e le tasse più basse. La sinistra è “raccontata” come la forza politica che ha non è più in grado di intercettare le vere priorità dei cittadini del mondo, ma solo di pensare al “buonismo”: chi se ne importa dei “poveri immigrati”, quando sono i nostri compatrioti a morire di fame per strada.

L’istinto di sopravvivenza è l’emozione più forte che esista, e chiunque si opponga al vento dominante dell’estrema destra deve capire come intercettarla davvero. E, per nostra fortuna e sfortuna, esiste una seria argomentazione di cui disporre se si vuole parlare di sopravvivenza in ambito politico ai giorni nostri.
Avete presente Jon Snow?

Per chi non ce l’ha presente, perdonate in anticipo il prossimo paragrafo. Fatevi i fatti vostri per le prossime righe, poi tornate a seguirmi.

Jon Snow è uno dei protagonisti del popolarissimo telefilm fantasy “Il Trono di Spade”, arrivato ormai alla sua settima stagione. Nel corso delle stagioni più recenti, diciamo dalla quinta in poi, le motivazioni del suo personaggio sono molto semplici e articolabili sostanzialmente in una sola, grande crociata di cui si fa portavoce con chiunque incontri.

La battaglia personale di Jon Snow si può riassumere in pratica nel discorso: “L’apocalisse sta arrivando, mettete da parte le vostre futili beghe personali su chi abbia diritti di stare sul trono e datemi retta. C’è un esercito di zombie che sta per invadere le nostre terre, dobbiamo farci qualcosa oppure saremo tutti morti nel giro di qualche anno”.

Cosa c’entra tutto questo con il populismo e l’estrema destra? Tutto.
Jon Snow parla di apocalisse all’orizzonte e nessuno gli dà retta, perché è troppo impegnato a combattere la sua battaglia personale. Nessuno presta realmente attenzione a quanto dice il buon vecchio Jon, perché il pericolo di cui parla è imminente ma non esattamente dietro angolo.
Non lo possiamo toccare con mano o guardare in faccia mentre usciamo per strada. Non rappresenta un pericolo alla nostra sopravvivenza perché, di fatto, non lo percepiamo. Quando cominceremo a farlo, sarà troppo tardi.

L’apocalisse di Jon Snow, l’invasione dei white walkers, non sono gli immigrati di cui siamo testimoni tutti i giorni. Non è la “crisi”, non sono le tasse che paghiamo. Non ne abbiamo paura perché non ci rendiamo davvero conto che esiste attraverso i nostri sensi: è un pericolo che resterà sempre ipotetico, potenziale.
Finché non sarà troppo tardi per rimediare. 
Vi ricorda qualcosa?

Senza scomodare George Martin, noi i nostri white walkers ce li abbiamo in casa. Si chiamano “riscaldamento globale” e rappresentano esattamente lo stesso genere di pericolo: tra qualche anno sarà troppo tardi per rimediare, forse è già troppo tardi oggi, ma nessuno di noi lo percepisce come tangibile minaccia al nostro stile di vita e alla nostra sopravvivenza.
Se volete leggere qualcosa di un po’ più approfondito (e sicuramente deprimente) su quanto il pianeta si trovi sull’orlo della catastrofe ambientale, vi rimando a questi articoli di Esquire e Il Post, che citano a loro volta reportage del New York Times e di moltissime altre fonti. Ovunque si fa riferimento al report del 2018 dell’International Panel on Climate Change: in sostanza, per avere qualche possibilità di gestire il cambiamento sarà necessario mantenersi sotto il + 1,5 C di riscaldamento, e sarà necessario agire entro il prossimo decennio. Anche seguendo alla lettera gli attuali accordi per tagliare le emissioni, ci troveremo a + 3 gradi entro il 2100.

Gli effetti del riscaldamento globale sono evidenti e lo diventano ogni anno di più, ma nonostante tutto continuiamo ad ignorarne la gravità. Presto o tardi cominceranno ad occupare non solo la nostra testa, ma le nostre giornate: vivremo in un pianeta più ostile, le nostre abitudini e i nostri stili di vita cambieranno radicalmente. In peggio. Quello che traspare più di ogni altra cosa è la scarsa consapevolezza, tanto da parte nostra e quanto da parte dei nostri leader, dei rischi che stiamo correndo e delle angoscianti conseguenze che ci attendono all’orizzonte.

Agire in modo da salvare la vita alla nostra specie appare ad oggi praticamente impossibile, perché richiede cambiamenti economici, politici e culturali troppo significativi e in direzione diametralmente opposta a come sta tirando il vento negli ultimi anni. Tanto per fare un esempio: Trump si è ritirato dagli accordi di Parigi sul clima, e Bolsonaro promette di fare altrettanto, oltre che favorire apertamente le grandi industrie agricole, e quindi la deforestazione massiccia.

Di fronte a una minaccia globale alla nostra sopravvivenza di questa entità, come è possibile che nessuna forza politica nazionale sia davvero al lavoro per combattere il riscaldamento globale e invertire la tendenza che rischia di scatenare catastrofi ambientali irreparabili in meno di un secolo?

Forse è perché l’effetto serra è un po’ come l’esercito dei white walkers del Trono di Spade: avanza inesorabile e nessuno lo ostacola, mentre siamo tutti troppo impegnati a combatterci a vicenda per questioni irrilevanti. Siamo intrappolati nel nostro “gioco di troni” personale, nel quale leader politici fanno campagna elettorale 24 ore su 24 al posto di governare per il futuro di una nazione. E, prima che ce ne accorgeremo, l’inverno arriverà per tutti. Winter is coming: si chiama “effetto serra”, ma è la stessa cosa.

È per questo che alle prossime elezioni europee è fondamentale alzare il sedere dalla nostra poltrona di scettici disillusi da tutto e votare per gente come i Verdi, perché magari nel Parlamento di Bruxelles un loro gruppo lo riescono davvero a formare. È fondamentale fare politica concreta, attiva, partecipata e partendo dal basso e dalle istituzioni locali: informare, resistere e combattere in nome dell’unica battaglia che abbia davvero senso: la sopravvivenza.

Mentre gli attuali leader populisti e neofascisti ricevono consensi alimentati da spauracchi come l’immigrazione, l’opposizione ha in mano il pulsante per accendere realmente il nostro istinto di sopravvivenza: l’ambientalismo. È un tema costantemente marginalizzato ed estromesso dai dibattiti elettorali, ma è l’unico che conti davvero: difendere non la patria o la bandiera, ma la Terra che abitiamo.

La sinistra, o qualunque cosa si voglia chiamare la voragine che attualmente occupa il posto dell’opposizione in Italia, è nelle condizioni di ricostruire tutto dalle ceneri: cambiare pelle, crescere, maturare e prendere consapevolezza delle reali priorità per le quali chiunque sia animato da un minimo di “spirito politico” debba battersi. Non c’è niente di più importante al mondo in questo momento, e sarà impopolare dirlo, ma i cosiddetti Verdi sono il futuro non solo per la nostra democrazia, ma soprattutto per il nostro pianeta.
Per “Verdi” intendo una forza organizzata e compatta che metta l’ambiente in cima all’elenco di priorità di cui un programma politico debba occuparsi. In alcuni paesi del mondo esiste da decenni, e ci sono movimenti che lavorano ogni giorno in nome di questo imperativo. In Italia è praticamente inesistente, e c’è assoluto bisogno di farlo resuscitare.

Jon Snow ha rotto le scatole a tutti con questa storia dell’apocalisse incombente, ma alla fine gli hanno dato ragione. Esiste una differenza tra una Cassandra e un Bastardo della casata Stark, e la differenza risiede nella capacità di assillare il prossimo al punto che presto o tardi lo staranno a sentire e si fideranno di lui. Si chiama “essere un leader”.

Quello che la nostra opposizione e tante altre opposizioni di tanti altri Paesi possono fare, quello che devono fare, è concentrare gli sforzi nell’indirizzare le loro proposte sull’unica, vera emergenza alla nostra sopravvivenza che ci attende nel prossimo futuro. Fintanto che gli elettori resteranno sordi a questa particolare melodia, il populismo più violento e il neofascismo più retrogrado continueranno a trionfare.

Ma quando prenderemo consapevolezza dell’importanza di questa battaglia, sarà allora che il vento comincerà a cambiare. E sarà un bene per il pianeta in cui viviamo, in tutti i sensi: quello fisico e quello digitale, quello dell’ambiente che ci rifiutiamo di trattare bene e quello delle democrazie che stiamo mettendo a repentaglio.
E sarà solo allora che si manifesterà di fronte a noi una speranza di sopravvivenza.

Davide Mela

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