L’Europa che si astiene

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Partiamo da un dato semplice quanto chiaro: alle scorse elezioni per il Parlamento Europeo la partecipazione è stata di poco superiore al 43%. Ha vinto il “partito” dell’astensione.
Possiamo dire, in altre parole, che ha vinto la sfiducia all’Europa. O, quanto meno, a questa Europa.
Dando uno sguardo alla mappa delle astensioni elaborata dall’Agence France-Presse, emerge chiaramente come le punte del fenomeno dell’astensione siano rintracciabili soprattutto nell’Europa dell’Est, con dati che vanno dall’87% della Slovacchia al 64,5% della Romania.
Ma i dati non sono confortanti neanche altrove, con un astensionismo che supera il 50% in Portogallo (65,5%), Regno Unito (64%), Olanda (63%), Francia (56,5%) e Austria (55%).

Si tratta certamente di dati da prendere con cautela. Bisognerebbe cominciare dal rilevare come lo stesso dato globale dell’affluenza sia in lieve aumento rispetto alla precedente tornata elettorale.
Similmente bisogna considerare come vi sia stata una maggiore affluenza alle urne rispetto al passato in alcuni dei Paesi ad alto tasso di astensionismo (ad esempio in Germania, con un salto dal 43,3% al 47,9%; in Francia, che passa dal 40,6% al 43,5%; nel Regno Unito, che va dal 34,7% al 36%).
Insomma, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, ci sarebbe da essere in realtà rallegrati e stimolati a fare ancora meglio.

Eppure il dato continua ad apparire sconfortante, soprattutto se lo uniamo all’avanzata dei partiti cosiddetti euroscettici. Ad esempio in Italia – dove l’astensione è stata poco più alta del 40% – il M5S  ha raccolto il 20% dei consensi e la Lega poco più del 6%, per un totale di un 26% dei voti verso rappresentanti di posizioni avverse all’Europa.
Aggregando questo risultato a quello della porzione di astenuti, risulta che più del 60% degli elettori italiani sarebbe contrario o comunque sia indifferente rispetto all’Europa.
È solo un esempio, ma un aggregazione tra crescita degli euroscettici e dati sull’astensione confermerebbe un quadro di sostanziale sconfitta degli europeisti anche altrove. Guardando ad alcuni Paesi che abbiamo indicato, notiamo che in Francia si è affermato il Front National della Le Pen col 26%, nel Regno Unito l’UKIP è il primo partito col 27,5%, mentre in Ungheria lo Jobbik ottiene il 15%.

Ora, perché darsi tanta pena di sommare gli astenuti all’avanzata degli euroscettici? In fin dei conti – si dirà – chi tace acconsente, chi non partecipa lascia carta bianca a chi vince, non ha a cuore i suoi diritti e i suoi doveri. Peggio per lui, non avrà poi diritto a lamentarsi. Da europeista, vorrei che fosse così.
Ma ritengo che la faccenda sia più complessa.
Non possiamo continuare a guardare con atteggiamento sostanzialmente altezzoso, finanche snob, chi sceglie di non affluire alle urne a esprimersi. Astenersi non è solo una faccenda di indifferenza, di disaffezione politica, di scarso senso civico. Esiste anche un’astensione “consapevole”, di protesta, che spesso emerge alla fine di difficili valutazioni e ragionamenti critici.

È l’astensione di quelli che non vogliono scegliere il meno peggio o andare avanti a dosi di male minore, di quelli che non riescono a trovare neanche una porzione minima di rappresentanza nei soggetti politici in gioco.
È – nel caso specifico – l’astensione di quelli che non vedono nell’Europa unita un bel sogno da realizzare, ma l’incubo di un’entità sostanzialmente autocratica e oppressiva che porta avanti politiche inaccettabili.

E questo nonostante queste ultime elezioni, per la prima volta, permettessero di accrescere il peso del Parlamento Europeo e conseguentemente di esprimersi riguardo alla nomina del futuro Presidente della Commissione Europea (lo abbiamo spiegato qui).
In altre parole, un punto di svolta verso la trasformazione dell’Unione Europea in un entità meno aleatoria e più direttamente legittimata dall’elettorato di tutti gli Stati membri.
Ora, ipotizzando che  anche solo la metà degli astenuti alle scorse elezioni europee abbia ragionato in maniera “consapevole”, la sconfitta dell’europeismo appare evidente. L’Europa che esce da queste elezioni non è solamente in crisi per via dei difficili e precari equilibri politici su cui dovrà basarsi, ma è anche un’Europa sostanzialmente delegittimata da un enorme fetta di astensioni e dall’avanzata delle forze euroscettiche.
Qualunque sarà la futura guida politica europea, non potrà non tener conto di questo dato.

Proseguire, nonostante tutto e a dispetto di tutto, sulla strada dell’unificazione europea potrebbe essere percepito come un “forzare la mano” e si darebbe a quest’Europa un volto sempre più burbero e sempre meno democratico: in fin dei conti, su un dato del 43,09% di votanti, governerebbe una coalizione votata da poco più del 20% della popolazione europea.
Se si accettano le regole della democrazia rappresentativa e della legittimazione attraverso il voto, la percentuale appare assai scarsa.
Troppo scarsa.

Nessuno dice di invalidare le elezioni o di arrestare la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ci mancherebbe. Ma è doveroso, finanche necessario, che l’Europa inizi a porsi il problema di essere sempre più un processo democratico “dal basso”.
Si può fare in tanti modi, a partire dalla scuola, dall’informazione (che, diciamolo, non è stata affatto all’altezza), da una seria divulgazione, da iniziative sul territorio non solo da parte dei partiti europei, ma anche dei semplici europeisti.

Diversamente, un ipotetico governo europeo scarsamente legittimato potrebbe risultare sempre più inviso agli europei e, di conseguenza, i suoi provvedimenti potrebbero cadere nel vuoto o, peggio, alimentare la protesta di chi l’Europa (e soprattutto quest’Europa) non la vuole.
A quel punto, il sogno di un’Europa unita potrebbe frammentarsi, svanendo in una plumbea alba dal sapore acre del secolo scorso.

doc. NEMO
@twitTagli

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