La Brexit non è colpa degli elettori, ma di David Cameron

Ora che il parlamento britannico ha bocciato l’accordo sulla Brexit, sono tornate alla carica le Marie Antoniette dei giorni nostri, quelli che, se le cose vanno male, di sicuro la colpa è di un puzzone analfabeta che ha diritto di voto. Un po’ come quelli che, deterministicamente, accusano gli immigrati per tutto, pure se la pioggia gli entra nelle scarpe.

Ecco quindi che il peccato originale del clima di incertezza in Gran Bretagna viene ricondotto agli elettori che si sono espressi per uscire dalla Ue. Oppure a Jeremy Corbyn, che non si sarebbe battuto con abbastanza convinzione per il Remain. Se solo non lasciassimo decidere il popolo su questioni che non è in grado di comprendere, insomma, il buon David Cameron sarebbe ancora primo ministro di un bellissimo governo europeista.
Ops. Giusto, David Cameron. Ve lo ricordate? Forse è il caso di un riepilogo.

Il 22 gennaio 2013 David Cameron, allora leader dei conservatori e primo ministro, fece una promessa: se i Tories avessero vinto le elezioni del 2015, il suo governo avrebbe indetto entro due anni un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.
Perché questa scommessa? I motivi erano almeno 4:

  1. Gli equilibri di potere nel partito conservatore. Cameron voleva neutralizzare l’influente ala euroscettica del suo partito, scaricando sull’elettorato il dissenso interno. Per qualche anno, sperava, il tema di una Brexit non sarebbe più stato al centro del dibattito del partito.
  2. I sondaggi. Mancava meno di un anno e mezzo alle europee del 2014 e due alle politiche. I sondaggi davano i conservatori 9 punti dietro al Labour, ma la vera incognita era l’Ukip di Nigel Farage che raggiungeva inaspettatamente il 10% dei potenziali consensi, erodendo il bacino dei conservatori. Spostando i Tories più a destra, Cameron contava di isolare l’Ukip e rubargli voti.
  3. I media. I giornali scandalistici titolavano dell’imminente invasione di lavoratori dai Paesi periferici della Ue e della sempre più rischiosa fusione del Regno con le politiche economiche dell’Europa. Con la mossa del referendum, Cameron si augurava di liberarsi di una pressione mediatica e politica ormai insostenibile.
  4. La crisi. La cura dell’economia a base di austerità non funzionava: cosa c’era di meglio della promessa di una rinegoziazione dei termini dell’adesione alla Ue e di un successivo referendum per attribuire all’Europa i fallimenti del governo britannico?

Cameron, tuttavia, sbagliò tutti i calcoli. I membri del suo partito, continuarono a fare dell’Europa un martello su cui battere. George Osborne, il cancelliere dello scacchiere, usava la crisi del debito in Grecia per giustificare la scarsa crescita dell’economia domestica e i tagli al welfare state. Nei banchi del governo gli euroscettici erano sempre di più. L’Ukip, poi, ebbe una strepitosa performance alle europee e non fu in alcun modo indebolito dall’annuncio del referendum.

In realtà Cameron non credeva che ci sarebbe mai stato un referendum. Nessuno allora poteva immaginare che nel 2015 i Tories avrebbero vinto le elezioni da soli, senza dover chiedere il sostegno dei LibDem, forse l’unico partito convintamente europeista in Gran Bretagna. Ma accadde. Cameron aveva perso la sua scommessa e fu costretto a mantenere l’impegno.

Se oggi il Regno Unito è in queste condizioni, lo deve a un leader debole come David Cameron e alla classe dirigente dei conservatori. Hanno scaricato sugli elettori le loro liti interne, i loro fallimenti, la loro falsa propaganda. E non se ne sono assunti ancora la responsabilità. I cittadini sono vittime, altro che colpevoli, vittime di politici che guardano solo ai sondaggi, al potere spicciolo, e non hanno alcuna visione del futuro, pretendendo anzi che sia il popolo a svolgere il lavoro che loro non sanno fare.

Jacopo Di Miceli

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