Cameron… con vista Europa: le conseguenze in politica estera

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Cosa cambia dopo le elezioni politiche britanniche (che per tradizione cascano sempre di giovedì), in termini di politica estera? La risposta breve è: nulla.
Ma la risposta breve cela, nella sua bisillabica verità, il più ampio e pressante significato che emerge dalla inaspettata vittoria del leader tory David Cameron: se in effetti non avverrà alcuna virata nel pensiero politico che amministra l’Inghilterra (e che modula la sua influenza mondiale attraverso gli organi UE e internazionali), allora il cammino che abbiamo davanti – e qui usare il “noi” è un europeismo necessario – resta puntinato di possibili rivolgimenti istituzionali senza precedenti.
Futuri ribaltoni europei, malumori regionali, e chissà cos’altro.

Il fallimento dei sondaggi, e dell’insipido avversario Ed Miliband, risiede in quello che potrebbe essere stato il matchpoint elettorale del primo ministro: l’impegno personale alla revisione dei Trattati istitutivi europei – sopratutto nel capitolo sociale, che per Cameron dovrebbe limitare la libera circolazione dei cittadini nell’area Schengen per bloccare l’emorragia interna dell’immigrazione da altri Paesi europei.
A ciò va aggiunta la promessa di un referendum: entro il 2017 i cittadini avranno la facoltà di giudicare la posizione inglese all’interno dell’Unione Europea, ci restiamo oppure no?
Pare di sentire Nigel Farage dell’UKIP e le sirene antieuropeiste che l’anno scorso avevano spaventato un po’ tutti, nel Vecchio Continente. Invece stavolta è stato un partito storico e di massa come quello Conservatore ad appropriarsi di quella parte di popolazione “indignata” che, in questi anni di paralisi economica, sta portando al voto milioni di europei. 

Nell’isola di Sua Maestà c’è chi ha gridato alla “fine della politica” inglese, mentre pare che il Daily Express abbia titolato che l’Unione vorrebbe “fondere la Francia con il Regno Unito”.
Ad un occhio internazionale non sfuggono due cose. La prima è che, proprio allo stesso modo in cui perdura la crisi europea, non si vede più un limite all’esagerazione e alle tossine narrative sparate dai tabloid.
La seconda è che, se la politica inglese è naturalmente lontana dall’essere “finita”, la possibile uscita di scena di Londra dall’UE (o “Brexit”, così simile e così diversa dalla “Grexit” di Atene) sarebbe un completo disastro interno, e uno schiaffo appena inferiore per le altre parti contraenti dell’Unione.

L’economia inglese, i cui dati in crescita (al netto della crisi del welfare e dell’aumento della diseguaglianza tra fasce di reddito) possono aver contribuito alla rielezione di Cameron, soffrirebbe terribilmente l’uscita dal mercato unico europeo. Il grande bacino istituzionale in cui da quasi trent’anni vanno ad integrarsi servizi, investimenti e capitale umano di tutte le nazioni europee resterebbe fuori dalle risorte frontiere che i Tories di oggi sognano per fermare l’immigrazione.
La divisione burocratica dall’Europa significherebbe anche un completo rivolgimento nel settore degli investimenti esteri diretti: i grandi capitali sceglierebbero di puntare sull’Europa o sulla piccola e sola Inghilterra?

La risposta è ovvia, ma dicendo “Inghilterra” e non “UK” si apre un’altra questione. Perché se in effetti è improbabile che Cameron riesca a convincere gli altri stakeholders che la revisione dei trattati sia cosa buona e giusta (il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk dal canto suo la paragona ad una “apertura del vaso di Pandora”, per farsi un’idea del clima a Bruxelles), è ben più incerto l’esito del referendum promesso dall’inquilino di Downing Street.
Se il Regno Unito facesse Brexit, la Scozia non starebbe più al gioco e si tornerebbe ad un nuovo referendum indipendentista ad Edimburgo, dall’esito pressoché scontato (e contrario allo scorso ottobre, chiariamolo!).

Un’Inghilterra senza Regno Unito, allora, conoscerebbe una serie inaudita di problemi, che per brevità è meglio lasciare all’immaginazione. Per ora, fino al voto popolare promesso entro il 2017, la linea britannica perseguirà la via crucis dell’austerità in Europa, al fianco di Angela Merkel, e dall’altra parte del tavolo rispetto al nuovo amico della Russia Alexis Tsipras: un cammino che coinvolge anche l’Italia verso un futuro istituzionale fatto di nebbia.
Il nuovo governo di Westminster lavorerà come sempre nella “special relationship” con gli Stati Uniti, indebolendo giornalmente i propositi dell’Unione di ampliare le sue competenze in tema di sicurezza e difesa, restando fedele all’accordo NATO.

Tutto questo, sempre che l’adagio di Tomasi di Lampedusa non valga anche al contrario: se non cambierà nulla nelle politiche del Regno Unito, forse tutto cambierà, per tutti gli attori di questo intricato spettacolo.
La rielezione di David Cameron, in un approccio di analisi che è per forza globale, non è di certo un pacifico mantenimento della rotta di governo.
Al contrario, consegna un altro grosso punto interrogativo alla tela già imbrattata di dubbi delle presenti e future relazioni internazionali.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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