Del perché la sinistra italiana fa bene a gioire per Corbyn e Tsipras

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Recentemente ho sentito molto ironizzare sulla passione della sinistra italiana per i “papi stranieri”. La tesi sarebbe che la sinistra italiana gioisce delle vittorie altrui perché non può farlo delle proprie. Forse è cosi. Forse.

Credo invece che la sinistra sia e debba essere, per sua natura, internazionalista. Questo perché, soprattutto in un mondo le cui sfide sono globalizzate, si pone obiettivi che non possono essere risolti in un paese solo.

E d’altronde non è un caso se tutte quelle volte nella storia in cui la sinistra sia riuscita ad intervenire sul reale, sono state quelle volte in cui il suo afflato era transnazionale.

Non per niente, “quello lì”, concluse il Manifesto con la frase “proletari di tutti i paesi unitevi”.

E non è neanche un caso che il declino della sinistra europea di inizio millennio sia cominciato quando ha cominciato a rinchiudersi nei confini nazionali e nell’interesse locale, invece di guardare alla sfida globale.
L’esempio più evidente è quello di Tony Blair che ha rinunciato al ruolo di leader europeo pur di rafforzare il legame strategico del suo Paese con gli Stati Uniti, seguendo Bush nella sua folle campagna in Iraq. Per non parlare delle terribili decisioni in ambito di politica economica che, per favorire la City di Londra, hanno reso il mercato finanziario europeo e mondiale una giungla più di quanto già non fosse. (Ma potremmo dire cose simili di altre esperienze della sinistra di Governo, anche di quella italiana).

Insomma non vi è da stupirsi se la sinistra italiana guardi con interesse a quanto accade nella sinistra del resto del mondo e anzi, dal mio punto di vista, è un dato estremamente positivo: la destra mondiale “fa cordone” con abilità e in questo modo ha imposto, molto gramscianamente, la sua egemonia culturale.
Non sarebbe un male se la sinistra imparasse a fare altrettanto.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona

 

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