Come abbiamo visto Real Madrid – Juventus (semifinale di ritorno 2015)

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“Questa è la storia di un uomo che con soli 10€ riuscì a sedersi a un tavolo di ricchi, ricchissimi signori, a mangiare e bere come e più di loro senza che si accorgessero che il nuovo convitato non era affatto come loro…”
“Come dici? No, non si chiamava Antonio, ma Massimiliano, e di cognome faceva Allegri, non Conte, anche se spesso si faceva chiamare il Conte Max…”

Qualsiasi pezzo oggi venga scritto sulla Juventus, che dopo 12 anni raggiunge una finale di Champions League, dovrebbe iniziare con un panegirico al suo allenatore, Allegri, artefice di questa straordinaria stagione.
In un’epoca in cui sono di moda i santoni e i filosofi alla Guardiola, alla Simeone, alla Conte – per carità! ognuno con il proprio Verbo! ché poi si offendono –, Allegri ricorda un po’ Ancelotti nella sua semplicità e nel modo di fare calcio.

Ripete sempre che giocare bene tecnicamente è l’unica cosa che conta, banalizzando chiunque predichi e si arrovelli su Weltanschaaung calcistiche basate sui numeri (4-3-1-2 o 4-3-3? difesa a tre o a quattro?) e stigmatizzando ogni dogma e preconcetto – Allegri non gioca con la difesa a tre. Allegri non sa che farsene di Pirlo.

Facendolo, ha dato ai propri giocatori la convinzione dei loro mezzi e delle loro possibilità: solo così si spiega come una Juventus tecnicamente inferiore rispetto a molti club europei abbia avuto la forza di presentarsi al Bernabeu, al cospetto del Real Madrid campione in carica, vestita di calma, quasi già sapesse che alla fine…

Real Madrid 1 – Juventus 1: si va a Berlino (Max!)

IL PRIMO TEMPO – Pochi cambi rispetto alle formazioni affrontatesi la settimana precedente: dentro Pogba per Sturaro, mentre Ancelotti riporta S.Ramos al suo ruolo naturale di difensore centrale mandando Pepe in panchina e recupera – con un bel po’ di pretattica “gioca-non gioca” – il suo centravanti, Benzema. 4-3-3 per il Madrid, 4-3-1-2 per la Juve. Insomma, fin qui niente di nuovo.

Erano molto pericolosi, per i torinesi, i primi 10’-15’ minuti, quando i campioni madridisti potevano far pesare il loro pedigree di superstar internazionali in termini di esperienza e classe e indirizzare psicologicamente il match.
Il Real si muove prevalentemente sugli esterni, in particolare sfruttando il cambio di gioco, una mediana Kroos-James-Isco tecnicamente mostruosa e la corrente di sinistra Marcelo-Ronaldo: i pericoli arrivano più o meno tutti da lì.
Capiamo l’importanza di Benzema quando, dopo un cross di Carvajal dalla destra, si libera in un fazzoletto d’erba di Lichtsteiner in area e calcia a lato a meno di un metro da Buffon.

La Juve, memore della lezione di Montecarlo (dove pare però che molti giocatori non fossero in condizioni fisiche adeguate per via di un’influenza), non si fa schiacciare nella propria area, e, anzi, il palleggio in costruzione non risulta difficoltoso – e i padroni di casa pressano; Vidal arriva al tiro da fuori spaventando Casillas. Poco prima, Ronaldo aveva tirato alto su una punizione da 25-28 metri e in posizione leggermente defilata sulla sinistra, e Vidal aveva alzato pericolosamente il gomito (fuori dall’area).
Un lancio di Marcelo in profondità per il 9 madridista spaventa la retroguardia juventina costretta a spazzare sul seguente passaggio rasoterra che scorre di fronte all’area piccola prima dell’intervento di Evra. Un minuto dopo, si fa vedere Bale da 30 metri con un sinistro violento che Buffon smanaccia fuori.

È una fase diversa del match: la Juve ha sì retto i primi minuti, ma il Real ora è costantemente nella metà campo avversaria e, con la tecnica di cui dispone, riesce sempre a procurare qualche imbarazzo alla retroguardia ospite.
Al 22’, azione dal limite sinistro di Ronaldo che in caduta serve James in area. Il dieci del Madrid si muove verso sinistra e verso la linea di fondo, seguito da Chiellini e Lichtsteiner. Situazione innocua, ma Chiellini interviene goffamente e l’arbitro fischia: rigore.

Non è la prima volta che il 3 juventino commette ingenuità di questo tipo: agli ottavi 2008/’09 contro il Chelsea, l’anno scorso sempre contro il Real. Questa volta non viene espulso, ma il danno è, se possibile, maggiore perché con l’1-0 di Ronaldo – che segna – il Real Madrid si qualificherebbe per la finale.
La Juve va sotto nel punteggio e di testa e soffre: al 28’ Ronaldo spreca un tre-contro-due in contropiede cercando l’assist in mezzo all’area per Isco al posto del tiro. Un minuto dopo, Buffon salva su colpo di testa di Benzema.

Una statistica: la Juventus non prende una palla di testa sui calci da fermo, difesa o attacco che sia. Al 40’ Ronaldo, lanciato da Bale, aggangia al volo e spara di sinistro colpendo l’esterno della rete. Un minuto dopo, prodezza di Buffon su sinistro ravvicinato di Benzema.

L’1-0 a fine primo tempo è un buon risultato per la Juventus perché poteva maturare un passivo più pesante. La prestazione è invece rivedibile, ma la sensazione che al Bernabeu il differente tasso tecnico faccia valere il proprio peso è forte. Ai giocatori del Real riescono certi controlli di palla e certe azioni che semplicemente non appartengono al calcio italiano, e la Juventus, pur nella sua eccellenza, patisce quest’inferiorità.

Nulla è perduto, comunque, ci sono ancora 45’.

IL SECONDO TEMPO – I torinesi entrano in campo con un piglio diverso e un po’ più saldo; il Real è sempre pronto al contrattacco. Si muovono lenti i giocatori in maglia blu, a un ritmo diverso rispetto a quello dei loro avversari. Questa flemma consapevole emana un senso di forza che, credo, si percepisca anche sul campo.

Il paragone con Ancelotti e le sue squadre è di nuovo calzante: io non ricordo di aver mai visto una squadra del tecnico di Reggiolo correre alla disperata o lanciarsi all’arrembaggio per recuperare un risultato o un match. Il suo grande Milan e il suo Real – le società dove ha vinto la Coppa – hanno sempre praticato un calcio ragionato e ragionevole, di qualità, nel quale la quantità è sempre stata affidata a qualche singolo (Gattuso con i rossoneri, Di Maria l’anno scorso). La Juve sembra muoversi allo stesso modo: lenta, sorniona.

Al 51’ Marchisio sfiora il palo da fuori. Al 55’ Vidal spreca una buona azione cercando un filtrante per Morata in fuorigioco. La Juve è in pressione, e al 58’ passa. Cross dalla destra, Casillas respinge e la palla atterra fuori dall’area, dove Vidal alza un campanile diretto chissà dove al centro dell’area. La difesa del Real non sale, Pogba, disturbato da Ramos solo all’ultimo, fa sponda di testa e Morata, libero (Kroos è dietro di lui ma non riesce nemmeno a ostacolarlo), stoppa e tira con forza. La palla rimbalza davanti a Casillas che non controlla, gol. 
Uno pari al 58’, la Juve così sarebbe qualificata. 

E qui il plauso va a Marotta e Paratici che nell’estate 2014, con Immobile neo-capocannoniere in Serie A in mano e un tecnico che faceva le bizze perché voleva rifondare la squadra, hanno avuto la forza di scegliere un 22enne spagnolo di grandi potenzialità ma ancora acerbo per i palcoscenici torinesi ed europei. Quel ragazzo, ora, sta portando la Juventus alla sua ottava finale di Champions League – che, tra l’altro, lui ha già vinto nel 2014 proprio con il Real.

Gli ultimi 30’ minuti sono di sofferenza per gli juventini: Bale al 61’ manda a lato da distanza ravvicinata un cross di Ronaldo che, credo, tutti allo stadio abbiano visto già in rete. Al 68’, sempre Bale, di testa, colpisce poco sopra l’incrocio – era la fotocopia dell’azione che l’anno scorso aveva portato il gallese a realizzare il 2-1 in finale contro l’Atletico. Il destino: che ci vuoi fare, Gareth?
Due minuti prima, Marchisio, infiltrato da Vidal, ha l’occasione di chiudere il match ma, solo davanti a Casillas, piazza la palla e consente il miracolo al numero 1 spagnolo.
Una domanda: ma perché gli italiani davanti alla porta tirano piano?

Incomincia la girandola delle sostituzioni: fuori Benzema per Hernandez, ma per il Real cambia poco. Al 77’ esce Pirlo – completamente fuori partita – per Barzagli, e la Juve passa a 3 dietro. Al 84’ entra Llorente per Morata, poi Pogba sciupa l’ennesima occasione per chiudere il discorso qualificazione tirando forte e centrale solo in mezzo all’area su assist del navarro.
A sua discolpa, poco prima il francese aveva percorso palla al piede 40 metri procurandosi un fallo da Ramos, ed era soltanto alla seconda partita dopo 50 giorni di assenza.

I blancos ci credono ancora, ma non riescono a essere pericolosi. La difesa a cinque e l’uscita di Pirlo forniscono compattezza dietro e la Juventus non soffre più il lancio in orizzontale a cambiare versante d’attacco. I cross adesso sono preda dei difensori juventini. Esce anche Pogba, e, dopo 4’ di recupero, la Juventus torna in finale di Champions League: 12 anni dopo la finale tutta italiana di Manchester sarà Juve-Barca a Berlino.

Sulla finale del 6 giugno ci sarà modo di ragionare più avanti, e confermo quanto espresso ieri qui: contrariamente a quanto sostengono in molti, la squadra di Allegri non parte battuta.

Maurizio Riguzzi 
@twitTagli 

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