Tagli in Area: 26° giornata – Nuova vita tattica per Hamsik (e per Pogba?)

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Otto marzo 2015, ore 23: fine del campionato di calcio italiano, lo scudetto se lo prende, di forza e d’autorità, Pog… la Juventus di Allegri che, pur non marciando a un ritmo vertiginoso, ha seminato e stracciato la concorrenza.
Roma e Napoli si sono incartate nei loro complessi e le sorprese d’alta classifica come Lazio e Fiorentina non hanno la forza sufficiente a contrastare l’armata bianconera se non nell’evento singolo (vedi la semifinale di Coppa Italia della scorsa settimana).
La lotta per la retrocessione sembra anch’essa quasi decisa, perché seppur l’Atalanta si sia complicata la vita licenziando il suo allenatore – un po’ a sorpresa, dietro c’è chi fa peggio, come il Cagliari che richiama Zeman dopo averlo allontanato soltanto tre mesi fa.
Di che scrivere dunque?

Pur mancando di suspance, il campionato presenta qualche tema d’interesse, soprattutto dal punto di vista tecnico. È sempre molto facile parlare di chi sta facendo male – Inzaghi, la Roma versione 2015; lo è meno quando si vuole raccontare le gesta di chi si sta distinguendo per i propri meriti.

Questo week end ho guardato quasi per intero due partite, precisamente Napoli-Inter e Juventus-Sassuolo, e i giocatori che hanno catturato la mia attenzione sono stati, in serie, Hamsik e Pogba.
Facile, direte voi: hanno segnato. Non solo, rispondo io: è stata la prestazione per intero, il loro modo di stare in campo ad avermi colpito favorevolmente.

Dello slovacco, da un paio d’anni si dice che non sia più lo stesso ­­­– il magnifico incursore ammirato sotto la gestione Mazzarri, per intenderci.
Un ‘giocatore in crisi’, veniva definito, per via di un gioco, quello di Benitez, che mal si addiceva a uno come lui. In effetti, con l’allenatore spagnolo, Marekiaro ha segnato meno rispetto alla precedente gestione tecnica e, in generale, è stato meno appariscente. Con Mazzarri, Hamsik sfruttava il lavoro di Cavani e Lavezzi, che aprivano gli spazi per il suo gioco, e la tendenza di quella squadra a giocare per vie centrali e con un contropiede ispirato da un pressing feroce e abbastanza alto.
Benitez, invece, chiede alla squadra di stare un po’ più bassa – non sempre: con la Roma, quest’autunno, la tattica vincente è stata un pressing alto e asfissiante per i portatori di palla giallorossi –, per sfruttare il campo sugli esterni in fase di ripartenza. Non a caso ora segnano molto loro, gli esterni: Callejon, Gabbiadini, Insigne e Mertens.

Guardando la partita contro l’Inter, mi è sembrato che Hamsik avesse completamente afferrato il senso del gioco di Benitez, il quale non gli chiede più di essere un secondo finalizzatore ma di fungere da termometro, da regista offensivo, da distributore di palloni che ha sì licenza di offendere, ma che si deve anche preoccupare di quel che succede dietro di lui in fase di costruzione della manovra.
Hamsik ha disputato una buona partita, e il Napoli, per 70’, ne ha approfittato.
Riusciranno i giornalisti, che da due stagioni ormai predicano l’inizio della parabola discendente di questo giocatore, a comprendere l’evoluzione e la maturazione tattica dello slovacco? A mio avviso, no, perché i giornali hanno bisogno di titoli e numeri, e in questa posizione Hamsik si mostra di meno, lasciando la scena ai suoi compagni.
Benitez, però, continua a tenerlo in alta considerazione, e forse ora riusciamo a capire il perché.

Per Pogba, il discorso è diverso. Il francese è un fenomeno, probabilmente uno di quelli che possono segnare il calcio mondiale per un lustro e più e perciò non stupisce quel che anche ieri è riuscito a fare.
Controllo al volo, in corsa, tiro secco e gol. Per il resto, la solita prestazione di chi sa di poter cambiare il match in ogni momento: Pogba, almeno qui in Italia, emana una sensazione di onnipotenza.
Mi soffermo, però, su una dichiarazione di Allegri nel post partita, quando, a una domanda di un commentatore di Sky su una possibile futura collocazione del francese classe 1993 sulla trequarti, ha risposto che secondo lui, in quella posizione, Pogba potrebbe fare molta fatica perché, grande e grosso com’è, ha bisogno di spazio per lanciarsi e tra le linee, invece, finirebbe per sentirsi schiacciato.

Il punto è che secondo me Allegri ha ragione solo in parte. Se infatti il Pogba trequartista venisse inserito nel 4-3-1-2 attuale, ha ragione il mister juventino, il francese verrebbe limitato, e molto, mancandogli lo spazio per far valere il suo strapotere fisico.
C’è da aggiungere, a questo ragionamento, che questo è ciò che sta succedendo a Vidal che quest’anno pare non imbroccarne una in quella posizione.
È semplice: Vidal è un giocatore da ‘qualità nella quantità’, mentre Allegri gli sta chiedendo ‘qualità’ e basta – anche se l’interpretazione di Allegri con il trequartista è particolare: basti ricordare che nel suo Milan quel ruolo era di Boateng, non precisamente un 10 classico.
Tornando a Pogba, in quel ruolo sarebbe improduttivo: per carità, è un fenomeno e di certo si adatterebbe, ma resterebbe la sensazione di uno spreco.

E se pensassimo a un 4-2-3-1 e a un Pogba stile Yaya-Touré? Cosa ne verrebbe fuori? Con un sistema di gioco simile, magari cercando di allungare le distanze tra i reparti, Pogba avrebbe tutto lo spazio per mettere a terra i suoi cavalli e dare, allo stesso tempo, spazio alla sua tecnica e al suo fiuto per il goal che, a dirla tutta, sembra un po’ compresso nel centrocampo juventino.
Dell’Ivoriano si dicevano le stesse cose, ma da quando gioca nel City non è mai sceso sotto i 6 goal a stagione, toccando quota 20 (in campionato, in 35 presenze) la scorsa stagione.
Non sto consigliando questo sistema ad Allegri, per carità: credo però che chi vorrà, in un futuro che spero remotissimo, acquistare il francesino classe ’93, dovrà impostare il proprio gioco in questo modo. 

Maurizio Riguzzi
@twitTagli 

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