C’erano una volta un orso, un pugile e un sacco di preti pedofili: The Revenant e gli altri film da Oscar

1401x788-the-revenant-DF-02339R_rgb.jpg

Ora, non è che io sia pigro e tenti di liquidare i (presunti) tre film più importanti della stagione in un unico articolo
Però diciamo che ho colto la palla al balzo, e invece di stare lì a spendere 4.000 battute sulla fotografia di Emmanuel Lubezki ho deciso di fare un frullatone generale e parlare contemporaneamente di 3 opere che saranno (a vario livello) protagonisti dei prossimi Oscar.
Il primo è, prevedibilmente, The Revenant di Alejandro G. Iñárritu: uno straordinario sfoggio di arroganza tecnica e potere di generare immagini che prende l’ego di Paolo Sorrentino e ci banchetta sopra come fosse il cortometraggio dell’oratorio prodotto da Don Livio. 

Il secondo è il nuovo film di Ryan Coogler, che magari non vi dice molto ma è l’autore di quella discreta bombetta del cinema indie di qualche anno fa che si chiamava “Prossima Fermata Fruitvale Station”; è anche l’ultima apparizione al cinema di quel mostro sacro e personale punto di riferimento valoriale che risponde al nome di Rocky “Caposaldo-della-mia-infanzia” Balboa. 

Il terzo film è un dramma teso, giornalistico e asciutto sulla squadra di reporter che nel 2001 ha sollevato il polverone definitivo sullo scandalo della pedofilia nella chiesa cattolica: si chiama “Il caso Spotlight” ed è scritto e diretto da tal Tom McCarthy, sceneggiatore navigato e regista di “The Visitor” e “The Station Agent”. 

Che cos’hanno in comune i 3 film? Assolutamente nulla. Mi piacerebbe poter tracciare un parallelo parlando di cinema d’autore prestato ad elementi e storie tipicamente “di genere”: dopo tutto, The Revenant è un po’ un western e un po’ un action-movie dal classico impianto “uomo vs natura”, Creed è un film sportivo che segue la scalata al successo di un perdente e Spotlight è un legal thriller al cui centro sta un manipolo di uomini scoprono ed espongono una cospirazione più grande di tutti loro.
Ma nessuna di queste cose è completamente vera. 

Leggendo le mie considerazioni su Birdman, si può facilmente evincere come io non sia un devoto fan di Iñárritu. All’interno della sua filmografia si possono facilmente distinguere tratti come il pazzesco controllo formale, la regia sempre protagonista e realmente sperimentale, la collaborazione con Lubezki che ha portato a sequenze impressionanti come la scena d’azione che apre The Revenant.
Si possono anche attribuire a Iñárritu pregi quali saper dirigere grandi attori ed essere di fatto riconoscibile come “il regista che sussurrava ai Premi Oscar”.
Gli aspetti su cui invece non mi sento di unirmi al coro di elogi sperticati riguardano la presunta “poetica” del regista messicano: quella alimentata da grandi, immortali temi che sintetizzano l’animo e la passione umana all’interno di un film.
Per fare un esempio, il nocciolo tematico di Birdman era una critica al fatto che al giorno d’oggi Hollywood fa troppi film di supereroi; non esattamente un concetto illuminante messo a disposizione delle masse da un visionario autore pluripremiato; eppure un po’ è passato come tale. 

Detto questo, avete presente quando guardate un film che non vi sta piacendo particolarmente, ma di cui riconoscete la maestria tecnica? Ad esempio, io vedendo Sorrentino mi sono sempre augurato che prima o poi lo assumessero per fare un film di James Bond. Con Servillo a fare il cattivo.
É tipo il mio sogno segreto. 
In maniera più o meno analoga, guardando Birdman mi è capitato di pensare: e se tutto questo talento venisse messo al servizio di un film d’azione e avventura brutale, realistico, spietato e pieno di sequenze movimentate con cavalli, pistole e nativi americani? 

Ecco, The Revenant è più o meno quella roba lì. Oltre al fatto che Iñárritu ci ha dovuto infilare con la forza la sua “poetica”: le sequenze oniriche, lo spiritualismo, le lente carrellate in mezzo alla natura selvaggia… occasionalmente interrotte dal meraviglioso borbottìo di Tom Hardy. 
The Revenant è solo parzialmente un film di genere, perché è interrotto da velleità d’autore e pretese di narrazione titanica: per dirla in maniera semplicistica (ma come molti critici hanno comunque fatto notare) uno dei problemi di The Revenant rischia di essere la troppa forma che sacrifica il contenuto.
Tuttavia, se ci si concentra sull’ampio spazio offerto al puro spettacolo visivo e alla grandezza di un team tecnico e creativo che ha costruito un’opera semplicemente memorabile, si capisce in fretta che il nuovo film di Iñárritu vale la pena esser visto. Possibilmente, in un grosso schermo.

Di Caprio che si fa squartare da un orso è divertente, comunque la si voglia mettere. Quella sequenza in particolare è forse tra le cose più pazzesche che abbia visto al cinema da anni. Ma sapete cos’altro è pazzesco? Il figlio di Apollo Creed che si fa allenare da un vecchio e malato Rocky Balboa. 
Ora, io lo so che voi non ci credete. So che il cinismo di fondo e pure lo snobismo accendono le loro spie quando, a distanza di poche righe, si mettono insieme i nomi di Iñárritu e Sylvester Stallone. 
So anche però che il Rocky originale è tutto fuorché un film di cassetta: è un prodotto del miglior spirito del cinema anni ’70, un racconto struggente e metaforico che proiettava la poetica di un “autore” (e qui sì, non mi vergogno di dirlo) all’interno di un registro popolare e creava una figura capace di reggere sulle sue spalle il peso di un franchise cinematografico vecchio quasi 40 anni. 

Come si può razionalmente pensare che una roba come Creed sia collocabile all’interno dei film più importanti della stagione cinematografica? Semplicemente, perché torna allo spirito del capostipite della saga e confeziona un prodotto a metà strada tra il reboot e l’omaggio appassionato, in un’operazione non troppo dissimile da quella fatta da J.J. Abrams con Star Wars Episodio VII: ci sono nuovi, luccicanti e simpatici protagonisti; ma c’è anche lo sfruttamento narrativo della nostalgia, il desiderio di smuovere gli animi facendo tornare sulla scena bestie da palcoscenico che si credevano scomparse da tempo.
In particolare, c’è l’ultima (forse) è più grande battaglia di Rocky Balboa. 

Creed è tecnicamente parte dell’universo di Rocky, ma è soprattutto un film di Ryan Coogler: diretto in modo asciutto e coinvolgente, con una sensibilità acuta verso i personaggi e un protagonista che incanala lo stesso spirito da “bambinone feroce” che proiettava Stallone da giovane.
Rispetta ciò che è venuto prima di lui con intelligenza e delicatezza, e allo stesso tempo muove un importante passo verso la trasformazione in qualcosa di completamente nuovo e autonomo. 
Come fa Creed ad essere un film da Oscar? Semplicemente, Creed è il miglior film di Rocky dai tempi del primo capitolo. Parla di tenacia, forza di volontà… un po’ come Spotlight, solo senza la pedofilia. 

Spotlight racconta dell’indagine svolta da una task force del Boston Globe nei primi anni 2000, a proposito delle molteplici accuse di molestie sessuali emerse contro i preti di Boston e della sistematica copertura da parte della chiesa cattolica. 
Il film fa di tutto per tenere alta la suspense di un’indagine di cui, di fatto, conosciamo già l’esito: sorretto da una sceneggiatura che se ne frega abbastanza dell’approfondimento dei personaggi e privilegia lo “spiegone raffinato”, cioè il tentativo di far andare avanti la trama attraverso dialoghi serrati di personaggi che di fatto raccontano quello che sta succedendo invece di mostrarlo, Spotlight beneficia però di una performance collettiva di un cast di insieme composto da validissimi caratteristi e attori eccellenti che brillano anche in parti ingrate o poco sviluppate. Tra un solido Mark Ruffalo e navigati interpreti come Michael Keaton, Stanley Tucci e John Slattery, il migliore della squadra è, inaspettatamente, un Liev Schreiber che tira fuori il personaggio migliore con forse il minor numero di battute a disposizione. 

Tra le performance e una storia accattivante, a metà strada tra l’inchiesta pura e semplice e il legal thriller, Spotlight è un solido prodotto di fiction (per così dire, nel senso che è tratto da una storia vera) ma a tratti soffre della sindrome da “Vorrei essere un documentario”.
Per quanto ne abbia apprezzato lo svolgimento e la semplicità di esecuzione, credo che il suo difetto principale sia proprio il dimenticarsi quasi del tutto di alcune necessità pratiche, come quella di costruire personaggi tridimensionali che abbiano un’orizzonte privato e si possano distinguere l’uno con l’altro in maniera diversa dall’essere associabili alla star che li interpreta. 

C’erano una volta un orso, un pugile e un sacco di preti pedofili… e la morale della favola è che uno di questi tre nemmeno è stato nominato agli Oscar.
Con tutta l’ammirazione per il lavoro compiuto per Spotlight, e con tutta la meraviglia e lo spettacolo che The Revenant è capace di offrire, non riesco a scacciare dalla testa la sensazione che, in realtà, quello escluso resti il più meritevole dei tre.  

Davide Mela

Segui Tagli su Facebook Twitter

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.