Di come mi hanno costretto a vedere Pride (e del perché potrebbe piacere anche a voi)

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Fino a sabato scorso, se mi chiedevate di Pride vi sarebbe toccato uno sproloquio sugli U2 e su quanto la versione live di Rattle & Hum sia inarrivabile.
Sabato scorso, invece, decido di andare al cinema. “Decido” in realtà è un verbo improprio; semmai “vengo costretto“: avete presente quei momenti del rapporto di coppia in cui avete il timone della relazione, decidete che direzione prendere, siete la parte dominante? Ecco, sabato sera non era uno di quelli.

Consegno le armi, abdico, mercanteggio un armistizio con la stessa forza contrattuale di Hirohito col Generale MacArthur sulla Corazzata Missouri.
Provo un’apertura diplomatica: “almeno un film decente, ti prego“. L’unica concessione – perché di concessione si tratta – che mi viene fatta è bandire il film con Julianne Moore. Attrice stupenda, ma francamente la storia di una donna di mezza età che precipita nell’Alzheimer anche no.
Ringalluzzito da questa inaspettata apertura di credito, provo ad allargarmi: “Ci sarebbe quel film coi matematici e coi servizi segreti che devono decifrare il Codice Enigma…“.
La sua voce mi risponde “No, avevo un’altra idea“; i suoi occhi mi comunicano “Minchia, che palle!“.
Non ho scampo.

Pride è uno di quei film che mai andrei a vedere per conto mio: storia pietistica, gay+poveri contro i cattivi, situazione cristallizzata, sai già dall’inizio per chi tiferai, buoni sentimenti, morale granitica. Il pensiero unico in 120 minuti di cellulosa. Ma appunto stasera la mia volontà vale come quella di un lepidottero, e dunque “due biglietti per lo spettacolo delle 22.30“.
Ho un sonno atroce: se unite il tepore del cinema, capirete come l’opzione “Io che resto sveglio fino alla fine” sia quotata più o meno come lo scudetto del Parma. Non sarà solo il consequienziale cazziatone giga-atomico a tenermi sveglio.

Perché Pride è un film da vedere. Da far vedere, anche ai ragazzi.
Al netto del fatto che a qualunque situazione politica “recente” (con “recente si intende dal 1945 in avanti) la nostra generazione si approccia per tifoseria, semplicemente perché quelle cose non ce le han fatte studiare, e dunque che sarebbe bello avere una visione del thatcherismo non ideologica, Pride ti butta negli anni ’80 inglesi, che non è mai un brutto cascare.

Racconta dello sciopero di 51 settimane dei minatori britannici lasciando la querelle politica sullo sfondo: a dominare la scena c’è la geniale idea di un gruppo di attivisti LGBT di appoggiare la rozza e diffidente workin’ class.
Siamo discriminati e osteggiati noi, sono discriminati e osteggiati loro: questo l’assunto da cui parte il giovane Mark Ashton (Ben Schnetzer, foto).
Ashton non era solo un attivista gay: era il leader della giovanile del Partito Comunista della Gran Bretagna, anche se questo aspetto – con grande classe – nel film non viene mai in rilievo. Morirà a 27 anni di AIDS.

Il film non è perfetto:

  • si concede un paio di macchiette, ma nessuna di queste è sguaiata;
  • si concede un paio di ovvietà (uno dei minatori doveva per forza essere sotto sotto un po’ gay), ma nessuna di queste è stucchevole o dissonante;
  • non sviluppa compiutamente tutte le sottostorie (perché l’attore, il fidanzato del bibliotecario gallese, prima dice che non si mischia a dei ragazzini e poi diventa l’anima della festa?), ma la storia regge perfettamente nonostante lasci perdere qualche dettaglio;
  • infine, inserisce una serie di argomenti paralleli e contingenti che rischiano di essere dispersivi (il pestaggio di uno degli attivisti gay; la tematica dell’AIDS, la malattia di Mark che – nel film – sembra servire solo a mettere la scritta “morirà a 27 anni” prima dei titoli di coda).

Tuttavia, riesce a divertire, a intrattenere per 120 minuti tondi: per un orso come il sottoscritto, che al cinema vuole soprattutto divagare, questo è un vantaggio non da poco.

Lo fa con una recitazione convincente e con – evviva! – nessuna allusione porno-ammiccante (ci scommetto quel che vi pare: con un regista italiano, due giovani lesbiche avrebbero di sicuro avuto una scena per solleticare fantasie maschili, uscendo definitivamente dai loro personaggi. Grande classe, pure qui).

Lo fa con una colonna sonora azzeccata (gli Smiths per dare il “via” vero e proprio all’azione sono un colpo di genio), lo fa soprattutto con una ironia diffusa e leggera, capace di stemperare un discorso che altrimenti sarebbe un mattone indigeribile.

È questo sostrato di leggerezza, pur raccontando due vicende drammatiche che si incontrano, a permettere la creazione – ogni tanto – di scene commoventi, ma lontane dal perbenismo alla De Amicis (o “alla fiction Rai”, che è la stessa cosa).

Ciascuno scelga la sua: il film – nonostante abbia ricevuto una pseudo-approvazione da Massimo Gramellini – è perfettamente godibile, fresco, addirittura sereno (nei limiti del possibile). Ti fa uscire contento dalla sala.
Il tutto ovviamente mi mette in una posizione scomodissima, dato che la prossima volta avrò ancora meno argomentazioni per difendermi dalla mia lady e dal suo inquisitorio “Sarebbe anche ora che mi riportassi al cinema“.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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