Star Wars Episodio VII: fenomenologia del sequel, del prequel e del “non se ne sa mai abbastanza”

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Non è mai abbastanza. Una delle prime cose che gli esperti maturandi dicono a chi si appresta a cominciare il triennio liceale è che: “Sì, Dante è interessante, ma solo l’Inferno; il resto diventa ‘na palla…”.
Una professoressa amante del Sommo (in senso metaforico, ça va sans dire: anche se l’età più o meno era compatibile) è riuscita a farmi in parte ricredere, ma – al netto dei suoi amorevoli sforzi – sì, è vero, l’Inferno colpisce e appassiona certamente più delle altre due Cantiche: i dannati, le loro pene, le fiamme e le immagini così realisticamente cruente ne fanno un sol boccone, della raffinata filosofia e teologia del Purgatorio e del Paradiso. 

Come a dire: il primo episodio è molto facile da seguire e piace, gli altri due…ecco, gli altri due un po’ meno. Un rapporto che ancora oggi è croce e delizia dei produttori cinematografici. 
Quando un film si rivela un successo  qualcuno si accontenta di incassare milioni al botteghino e di vedere il proprio volto sulle copertine dei giornali, qualcun’altro anni dopo pensa: “E se ne facessimo il sequel?”.
Di per sé l’idea non è sbagliata: molti film finiscono con un finale aperto che lascia gli spettatori sospesi nella ricerca di risposte alla classica domanda “E ora che succederà?”.
Poi c’è il next level: “E prima di questo come stavano le cose?“. È quello che è capitato a Bilbo Baggins ne Lo Hobbit, che si è rivelato piuttosto positivo, sia per la critica sia per gli incassi.

Talvolta però, il “di più” eccede nel “troppo”; talvolta è difficile produrre un Cavaliere Oscuro per ogni film. Carrellata di orrori a mo’ di esempio:

  • Lo Squalo 2
  • Batman & Robin
  • Highlander 2
  • La Mummia il Ritorno
  • Grease 2
  • Basic Instict 2
  • (potrei continuare giorni).

Perché si sono dimoastrati flop di critica e incassi? Perché sviano discorsi rimasti sospesi dal film precedente, aggiungendo in compenso un milione di ingredienti nuovi ed eccessivi. Il trait-d’union è rappresentato da un attore del vecchio cast inserito forzatamente per cercare di intenerire lo spettatore (ma il Patrick Swayze di Dirty Dancing 2 era troppo liftingato per suscitare tenerezza): il tutto si colloca così nella sfera del “né carne né pesce” che nel rispetto del precedente capolavoro si sarebbe anche potuta evitare.
E anche se le trilogie di Jurassic Park, Matrix e Il Signore degli Anelli sono un esempio di come il “di più” possa rivelarsi perfetto, continuo con timore a chiedermi cosa ne sarà dell’episodio VII di Star Wars, la cui uscita è prevista per Dicembre 2015.

Il cast dell'episodio VII negli studi di Londra

La saga creata da George Lucas uscì nel maggio del 1977 negli Stati Uniti e diventò subito un successo; l’idea che “tanto tempo fa in una galassia lontana lontana” fossero esistiti cattivi dal respiro affannato vestiti all black, benefattori della razza umana dal nome vagamente orientale (si pronuncia : “Obi Uan Chenobi”) e dotati di una spada laser colorata conquistò prima gli States, poi anche l’Europa.
Il soggetto era quello classico della lotta tra bene e male, ma l’ambientazione tra deserti da cui è possibile vedere tramontare ben due Soli e locande frequentate da Harrison Ford (aggiunti al fatto che invece di congedarsi con un “ciao” si usasse la più solenne e cavalieresca forma del “Che la Forza sia con te”) ne fecero un capolavoro.
Il cattivissimo Imperatore e il suo vassallo Dart Vader vennero poi mandati in congedo, Ian Solo e la Principessa Leila sempre provvista di trecce si amarono, Luke non trovò una fidanzata ma divenne il  Jedi che aveva salvato l’umanità e tutto sarebbe potuto finire qui.

Invece no. Dal 1999 al 2005 uscirono i tre film del prequel che raccontavano come il tenero Anakin Skywalker, interpretato poi dal bell’Hayden Christensen, fosse potuto diventare così cattivo, come avesse perso la voce e perchè si vestisse in quel modo così poco vivace. Alla fine se ne evinse che, come quasi sempre ad Hollywood e sulle pagine di Harmony, la causa primaria del mutamento era stato l’amore che il giovane provava nei confronti della moglie clandestina (la bellissima Natalie Portman) che un buon Jedi non avrebbe nemmeno dovuto avere (e già questa piccola trasgressione al celibato ci fa capire molte cose).
Insomma: nel 2005 ancora una volta lo spettatore uscì dalla sala con qualche disappunto ma pur sempre appagato, con molte consapevolezze e risposte tra le mani. Cos’altro allora ci resta da sapere su quella “galassia lontana lontana”?

Io non ne ho la più pallida idea, ma il regista scelto per il nuovo episodio, J.J. Abrams, sembra avere un progetto e un cast ben preciso già al lavoro nei suoi studi londinesi.
L’unico s-e-t-t-i-m-o episodio che ricordi è quello della saga di Harry Potter; riusciranno Chewbacca, J.J. Abrams e i Jedi ad ottenere lo stesso successo?
Che la Forza sia con voi. Ne avrete bisogno..

Elle Ti
@twitTagli

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