Afghanistan un anno dopo/1: il diario di Alberto Alpozzi

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Abbiamo conosciuto il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi qualche mese fa, reduce da un viaggio in Libano per documentare la missione di pace del contingente italiano.

Animato da quel fuoco sacro che arde solo in chi ha passione per il proprio mestiere Alberto non è riuscito a stare fermo a Torino per molto tempo e l’8 dicembre è ripartito per l’Afghanistan, dove aveva già trascorso il Natale 2011 al fianco dei nostri soldati.

Dieci ore di volo, tre di fuso orario. Alberto atterra ad Herat, a un anno di distanza dalla sua prima esperienza afghana. L’impatto non è quello della prima volta ma colpisce lo stesso. Pochi istanti per abituarsi alla luce accecante del sole con i rotori degli elicotteri e il rombo degli aerei che fanno da colonna sonora. Il primo giorno afghano scivola via in fretta tra briefing, accrediti, consegna delle chiavi dell’alloggiamento e quel poco di burocrazia che anche in mezzo al deserto non manca.

Cala il sole, arriva la notte e la prima sorpresa è un cielo stellato come non se ne vedono più dalle nostre parti, dove l’inquinamento luminoso trasforma le notti in un surrogato artificiale del giorno.

72377_4274688460404_157376262_n (1)Il mattino successivo inizia con la scelta accurata degli indumenti da indossare. Non per fare una passeggiata ed ostentare griffes e orpelli, per proteggersi. Abbigliamento resistente, comodo, un giubbotto antiproiettili e un elmetto in kevlar sono l’unico “outfit” – come lo definirebbe un fashion blogger -, che ti puoi permettere in un posto dove conta più la sostanza dell’apparenza.

Secondo giorno e già è il momento della prima pattuglia. Si sale a bordo di fuoristrada bianchi per non dare nell’occhio e scortati dai militari del San Marco si fa rotta verso Herat. La città sta cambiando. Lentamente la vita sembra tornare alla normalità. Rispetto all’anno scorso i bambini possono giocare negli spiazzi vuoti, è già una grande conquista per un paese che cerca di ritrovare pace e democrazia.

Nuove costruzioni si aggiungono a quelle esistenti, molti uomini dell’ANA – Afghan National Army – e la polizia afghana controllano le strade. Il convoglio desta curiosità tra le persone ai margini della strada e soprattutto tra i bambini. È sufficiente scendere dai mezzi che un nugolo di bambini sorridenti si avvicina con una bilancia in mano, si offrono di pesare le persone e tutti i militari con pazienza si sottopongono alla pesatura. I nostri soldati distribuiscono confezioni di dolci e succhi di frutta tra le grida di giubilo dei bambini. Basta davvero poco per rallegrare loro la giornata.

Il giorno dopo è già tempo di volare verso sud, direzione Farah dove avverrà la cerimonia di Transition. A Farah si respira un’aria decisamente diversa rispetto ad Herat. Anche qui si avverte il cambiamento ma l’esercito afghano locale ha da poco raggiunto la necessaria maturità professionale: ora toccherà a loro mettere in pratica quello che hanno imparato, affiancati fino al 2014 dai nostri militari. 425585_4279434219045_1045779834_n (1)

La vita nella base di Camp Arena trascorre con tempistiche diverse. Non ci sono molti momenti di flemma, non c’è spazio per l’ozio. Ognuno ha il suo compito e la macchina funziona solo se tutti gli ingranaggi girano perfettamente, dentro e fuori dalla base. Alberto attende il via libera per poter raggiungere Bala Boluk, estremo sud dell’Afghanistan, ultimo avamposto italiano. Una zona ancora a rischio che presto passerà nelle mani dell’Ana.

– continua –

Alessandro Porro

@alexxporro

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