Abenomics vs Europa: l’esempio del Giappone

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Per uscir da questa crisi che dura da ormai 5 anni le autorità economiche europee possono trovare in oriente un ottimo modello da seguire. Quello del paese del Sol Levante.
Non per la decisione del premier giapponese Shinzo Abe, annunciata dal Financial Times, di alzare la tassa sui consumi (la nostra Iva) dal 5 all’8% nei prossimi mesi, e al 10% successivamente. Perché, chiariamoci, ad alzare le tasse noi europei siamo imbattibili.
Ma perché lo ha fatto soltanto dopo due trimestri di forte crescita, sui quali ha ovviamente influito l’aggressiva manovra economica, tanto innovativa da prendere il suo nome: Abenomics.

L’Abenomics consiste in una forte espansione monetaria (cioè stampare moneta a vagonate) ed espansione fiscale (aumentare la spesa pubblica) sul modello keynesiano, con l’obiettivo di risollevare il Giappone da un depressione economica decennale. E sembra che ci sia riuscito. Il deprezzamento dello Yen ha favorito le esportazioni, e la crescita ha raggiunto oltre il 3%, trainata dai consumi.
Ora Abe ha deciso che è il momento di alzare le tasse. Perché farlo? Perché le manovre monetarie nel lungo periodo sono neutrali, servono solo a prendere tempo per le riforme permanenti. Alzare le tasse permetterà al governo di abbassare il debito pubblico.

Perché non farlo prima? Perché l’obiettivo di Abe era quello di far ripartire i consumi (riuscendoci). Metterci sopra una tassa rischia di mandare all’aria tutto quanto: per questo ha prima aspettato che l’economia tornasse a crescere a ritmi sostenibili.

Ed ecco la prima differenza con l’Europa. Le autorità economiche, ergendo l’austerity ad unica fede, hanno pensato che il modo migliore per uscire dalla crisi fosse proprio tagliare spesa pubblica e alzare le tasse. Abbassare quindi il debito pubblico prima di far ripartire i consumi. Dimenticando la lezione di Keynes: «Il momento giusto per l’austerità al Tesoro è l’espansione, non la recessione».

La spiegazione, semplificando al massimo, è questa:

  • il reddito nazionale Y è dato da Y=C+I+G (con C = consumi, I = investimenti, G = spesa pubblica)
  • abbassando i consumi (C) con le tasse e tagliando la spesa (G), il reddito nazionale Y non fa che diminuire ulteriormente
  • se il reddito nazionale diminuisce, il debito aumenta. 

I bocconiani del governo Monti questo dovevano saperlo.

Allora perché si è scelto la via (fallimentare) dell’austerity? Motivo 1: dare fiducia ai mercati sulla sostenibilità delle casse italiane (o del sud-Europa in generale) riducendo il disavanzo, visto che i Bot italiani stavano raggiungendo interessi altissimi a causa di questa mancanza di fiducia (il cosiddetto, famigerato, mefistofelico spread).
Ma la fiducia dei mercati si guadagna con un’economia in crescita, mentre l’austerity ha aggravato la depressione.

Motivo 2: chi ha vissuto oltre le proprie possibilità, indebitandosi troppo, ora deve fare ammenda e tirare la cinghia. Questa punizione morale non ha ovviamente fondamenta economiche, ed ha portato al collasso dell’intero sistema.

Motivo 3: l’Europa minacciava sanzioni a causa dello sforamento rispetto al Patto di stabilità e dei suoi limiti su deficit e disavanzo.

Ma tassare un’economia in depressione aumenta la crisi. Bisogna far ripartire consumi e investimenti immettendo denaro nel sistema, anche a costo di sforare le soglie di un trattato sottoscritto ormai 16 anni fa. Solo dopo si pensa ad abbassare il debito (come per esempio han fatto i Giapponesi). 
Riscriviamo il Patto di stabilità, adottiamo manovre economiche espansive a livello europeo, impariamo dalla lezione di Keynes al tempo della Grande crisi del ’29. E per l’amor del cielo, basta parlare di austerity.

Commerciale
@LucaGemmi

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