Il ritorno della crisi dell’Eurozona

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Le brutte notizie arrivano sempre d’estate.
Anzi, quelle che hanno colpito l’Eurozona sono vere e proprie mazzate, su due fronti: crescita e inflazione. La sua economia più importante, e fino ad oggi considerata la più solida, perde lo 0,2% del PIL nel secondo trimestre dell’anno. E c’è chi pensa che per la Germania non sia una caduta momentanea.
Intanto, la Francia continua a non crescere e l’Italia è entrata tecnicamente in recessione.
A questo si aggiunge uno scenario di deflazione in diversi paesi: in Spagna si registra un’inflazione negativa dello 0,3% su base annua, stesso valore per la Francia, ma su base mensile. Inflazione in calo in Germania, +0,3% in Luglio, e in Italia, con dieci grandi città già in deflazione. 

I DANNI DELLA DEFLAZIONE – Se i prezzi calano, perché noi consumatori non ne siamo avvantaggiati? Per tre motivi.

  1. in uno scenario di deflazione, le aziende registrano ricavi e redditività in calo e sono costrette a licenziare.
    Le persone licenziate si ritrovano senza reddito, diminuiscono i consumi e diminuiscono ulteriormente i ricavi delle aziende. Si instaura così un circolo vizioso.
  2. Perché comprare oggi a un certo prezzo, se domani il prezzo calerà? La deflazione porta a rimandare continuamente l’acquisto dei beni durevoli, i più costosi, determinando un crollo dei consumi e della domanda.
  3. L’indebitamento, in termini reali, aumenta, perché aumenta il valore della moneta nel tempo. Questo vale sia per i debiti privati, sia per quelli pubblici.

Combattere il calo dell’inflazione è possibile, ma combattere la deflazione è molto difficile. Non basta intraprendere politiche fiscali espansive, perché le persone potrebbero risparmiare piuttosto che spendere.
Chi può fare la differenza è la Bce: non tagliando ulteriormente i tassi, già a zero, ma intraprendendo misure di politica monetaria non convenzionali (leggasi Quantitave Easing): inondare di liquidità il sistema, sul modello americano, inglese e nipponico.
Gli ostacoli ci sono, fra tutti la paura tedesca per l’inflazione, retaggio della Repubblica di Weimar. Lo stesso presidente della Bundesbank Weidmann continua a sostenere che «in Europa non c’è un pericolo deflazione». E Weidmann fa parte dell’esecutivo della Bce.

PERICOLO RECESSIONE – L’Italia è tecnicamente e praticamente in recessione. Il secondo semestre dell’anno registra un -0,2%.
L’urgenza di manovre economiche, invece che infinite riforme del senato, è ovvia. Meno ovvio è l’incontro “segreto” fra Renzi e Draghi nella casa di campagna del Governatore della Bce in Umbria.

La consulenza di un economista come Draghi è ovviamente preziosa per uno che di economia non ne sa quasi nulla come Renzi.
Dall’altro lato, se va tutelata l’indipendenza della Bce da influenze politiche sulle decisioni di politica monetaria, è anche vero il contrario.
Il presidente della Bce non è un organo eletto democraticamente. C’è da sperare che sia stato Renzi a chiedere a consiglio a Draghi, e non Draghi a chiedere riforme a Renzi.

La notizia più preoccupante è il crollo del Pil tedesco. Non è ancora ufficialmente recessione, si tratta solo di un semestre, ma preoccupa comunque.
Il modello tedesco di austerità e vocazione all’esportazione è quello che è stato offerto all’Eurozona sin dall’inizio della crisi. Che la potente locomotiva tedesca si stia fermando? Ne abbiamo già discusso qualche mese fa su Tagli, e le nostre previsioni sembrano oggi più fondate: un paese votato all’esportazione dipende dai paesi verso cui esporta.
La Germania esporta in Europa, e l’Europa è da anni in recessione/stagnazione. Bisogna poi aggiungere la guerra di sanzioni economiche fra Occidente e Russia, altra meta di esportazioni tedesche.

La paura è che questo non sia un arresto temporaneo, ma qualcosa di più grave. La Germania ha bisogno di manovre di stimolo fiscale che rilancino gli investimenti e il consumo interno.
Perché se la locomotiva deraglierà, potrebbe portare tutta l’Eurozona con sé.

Commerciale 
@twitTagli

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