Storia di un manicomio italiano: intervista al Dottor Giuseppe Luciano

In Italia i luoghi di ricovero dedicati ai malati di mente vennero istituiti nel momento in cui la condotta dei pazienti, venne interpretata pericolosa e tale da confinare i malati ad un regime di “semi-detenzione. La loro “liberazione” avvenne solo con la legge abrogativa degli ospedali psichiatrici del 13.05.1978. Questa venne prima preceduta da una lunga e tortuosa battaglia sociale e culturale, di cui il dottor Giuseppe Luciano fu protagonista.
Medico specialistica in Neuropatologia e psichiatria e in Neuropsichiatria Infantile, il dottor Luciano ha lavorato negli ospedali psichiatrici di Torino dal 1965 al 1986 in qualità di Primario. Ha, inoltre, ricoperto il ruolo di responsabile dell’Ufficio riforma psichiatrica della Regione Piemonte dal 1979 al 1980.

Storia di un manicomio italia: Dallo Spedale de’ Pazzerelli alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Torino

Il volume, edito da FrancoAngeli, racconta alcune delle vicissitudini del trattamento delle persone residenti in provincia di Torino affette da disturbi mentali, durante il regno sabaudo e nei primi venticinque anni della Repubblica, fino a giungere alla travagliata liberazione di tanti cittadini italiani sottoposti a un regime di segregazione ingiusto e degradante e, in particolare, alla chiusura dell’istituto nato come regio manicomio di Torino ben 5 anni prima della legge del 1978. Così il dottor Giuseppe Luciano spiega cosa successe in quel periodo.

Dottor Giuseppe Luciano, come mai ha deciso di scrivere questo libro?

La prima motivazione è dettata dalla mia volontà di lasciare una testimonianza ai miei colleghi che svolgono attualmente questo lavoro. In seconda battuta il lavoro ha lo scopo di valutare se, quanto è stato fatto dopo il 1978, sia valido ancora oggi o sono in corso degli errori “eliminabili”. Infine per dare ai miei nipoti una testimonianza del mio operato. Il mio obiettivo è sempre stata la volontà di migliorare la vita dei malati di mente, concedendogli dignità e libertà.

Qual è la condizione primaria delle persone che soffrono di problemi mentali?

Purtroppo, la solitudine. Il disturbo mentale dà fastidio non solo al malato, ma anche a chi gli sta accanto.
Il paziente non trova la solidarietà da parte degli altri e questo crea ancora maggiore sofferenza. Inoltre, il ricovero può aumentare nel malato il senso di “solitudine” in quanto viene percepito come una segregazione dalla società. Per questo, negli ospedali e nelle carceri, avvengono il maggior numero di suicidi.
Ricordo che spesso dentro ai luoghi di segregazione giudiziari ci finiscono molti innocenti e, in quel caso, il rischio di suicidio è ancora maggiore perché la persona perde la sua credibilità e il rispetto sociale.

Lo psichiatra Franco Basaglia, che morì il 29 agosto 1980 per un tumore al cervello.
Nel suo libro racconta la storia di varie pazienti del Regio Manicomio. Chi era Luisa?

Molte persone arrivavano in manicomio anche se non presentavano alcun grave disturbo.  Tra queste vi era Luisa: ho un ricordo di lei carico di tenerezza e solidarietà. Dopo il ricovero, a seguito della liberazione, ha trovato un lavoro e la dignità da sempre sperata.

Negli anni del Regio Manicomio, la sua e quella del dottor Annibale Crosignani fu una battaglia solitaria?

All’inizio sì, ma la nuova cultura politico sociale cambiò le cose. Il dottor Crosignani fu determinato, fin dall’inizio, a dare dignità alla vita dei malati. Il suo aiuto fu determinante nella chiusura dei manicomi.

A che punto siamo oggi?

Le neuroscienze stanno dando agli specialisti nuovi mezzi per studiare i disturbi mentali. Possiamo avanzare delle “diagnosi precoci” di malattia neuro-degenerative.
Inoltre vi è la psicologia cognitiva che studia i meccanismi di errore di giudizio in cui tutti noi incappiamo. Quello che non è cambiata è la cultura della società, che vede ancora le malattie mentali come qualcosa di intollerabile. Noi, al Regio Manicomio, avevamo fatto un falò con tutti i mezzi di mezzi di contenzione. Mi piacerebbe che avvenisse lo stesso con la barriera culturale che vi è nella società verso i malati di mente.

Valeria Rombolà

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