Un romanzo sul viaggio dei profughi italiani verso la Svezia dopo la catastrofe climatica

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Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia è un libro che fa paura. E fa paura perché è tremendamente verosimile.
Pensare ai mutamenti climatici con «la serietà dovuta», scrive Ian McEwan in Solar, in una citazione significativamente riportata nell’epigrafe, vorrebbe dire «non pensare ad altro ventiquattr’ore su ventiquattro», ridurre tutto il resto a mera irrilevanza. Ma «la vita quotidiana non lo permette», e così finiamo per eludere la questione e procrastinarla, anche se i granelli di sabbia della nostra clessidra cadono ineluttabilmente verso un destino di giorno in giorno più irreversibile.

Nel 2080 il mondo è un luogo in cui nessuno vorrebbe vivere: il riscaldamento del pianeta ha desertificato quasi tutte le terre che non sono state invase dall’innalzamento dei mari e degli oceani. Acqua e cibo scarseggiano ovunque. La Scandinavia, diventata una penisola mite e temperata, è il miraggio cui anelano tutti i disperati del mondo.
Fra questi c’è il protagonista Livio, un neuroscienzato ormai sulla via della vecchiaia, che si è unito a una carovana di migliaia di profughi italiani in un viaggio della speranza a piedi verso la Svezia. Ad organizzare il tutto ci ha pensato una società quotata alla borsa di Trondheim, in Norvegia: denaro in cambio di scorte di viveri e di guide armate. Nel futuro c’è chi ha saputo trarre profitto dall’apocalisse.

La colonna sfibrata dal caldo e dalla sete avanza in un’Italia devastata e abbandonata: dalle città giungono echi di spari e immagini di impiccati agli alberi, mentre nelle campagne accozzaglie di anime miserabili difendono fino alla morte putride pozze d’acqua. Non c’è spazio per la pietà, ciascuno pensa alla propria sopravvivenza.

Dal passato di Livio emergono, intanto, flashback sulla vita prima della catastrofe: gli eventi che conducono alla fine della civiltà si susseguono in un climax di spaventosa inesorabilità.
Non ci sono effetti speciali o pacchiani colpi di scena all’americana. I segni dei problemi dei nostri giorni li ritroviamo qui, amplificati dall’aumento delle temperature e dalle crisi geopolitiche che ne derivano: masse di migranti si rifugiano in Europa per fuggire dalle carestie, creando sacche etniche che pian piano si sottraggono al controllo statale; gli scontri fra cristiani e musulmani dilaniano le città; l’Occidente si rifugia nel nazionalismo mentre le derrate alimentari, l’acqua e l’energia cominciano a non bastare più per tutti. E sul clima ogni Paese procede per sé, incapace di assumere decisioni impopolari.

Con il rigore certosino dei grandi scrittori, Arpaia si è documentato a fondo sulle principali ricerche sugli effetti del riscaldamento del globo, di cui fornisce un’utile bibliografia in calce al volume. Ne risulta, più che un romanzo, una docufiction tratta da un futuro possibile, se non addirittura tragicamente probabile, a meno di un repentino e immediato cambio di rotta.

Finora, il principale errore di comunicazione degli scienziati è stato quello di aver provato a terrorizzarci coi numeri e la razionalità. Ma forse servono davvero gli artisti e gli scrittori perché la consapevolezza di una catastrofe imminente possa essere instillata nella mente delle persone.
Il 2080 può sembrare lontano, ma il bambino che lo vedrà è già nato.

Jacopo Di Miceli

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