Murray-Janowicz ed il comportamente assolutamente antisportivo tenuto da Wimbledon

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Non passerà alla storia del tennis la semifinale del torneo di Wimbledon tra il campione olimpico, n° 2 al mondo, Andy Murray e il ventiduenne Jerzy Janowicz, ma probabilmente lascerà un piccolo segno tra gli appassionati dello sport e gli amanti della “sacralità” di Wimbledon, il tempio del tennis su prato.
Anche se il 3-1 con cui si è imposto il beniamino di casa non rispecchia la tanta, forse troppa (questo ce lo dirà Djokovic, domenica, in finale), fatica fatta per opporsi al ragazzone polacco, è stato l’atteggiamento di Wimbledon a lasciare piuttosto a desiderare. Dagli arbitri che, presa la decisione di chiudere il tetto prima dell’ultimo set quasi si prostrano ai piedi di un Murray che fa i capricci per cercare di convincerli a non farlo, fino agli spalti che – come già accaduto nei quarti di final contro lo spagnolo Verdasco – confermano la descrizione di Gianni Clerici sulle colonne di Repubblica: un tifo “da Wembley più che da Wimbledon”.

murray janowitz wimbledon foto 3In tutto questo circo nessuno si è curato dello sfidante: 22 anni il 13 novembre scorso, Janowicz ha avuto la sfortuna di presentarsi al primo appuntamento più importante della sua carriera – mai era arrivato in semifinale in uno dei tornei più prestigiosi – contro lo scozzese più amato d’Inghilterra (in onore di quello spirito british che viene rispolverato solo quando fa più comodo).
Il ragazzone polacco gioca con la spensieratezza di chi non ha nulla da perdere, ma a Wimbledon questo non interessa. Invece di premiare gli sforzi del giovane che, dopo aver trascinato il campione di casa al tie-break e conquistato il primo set, continua a cercare di forzare per ottenere anche il secondo, arrivano sempre brusii e schiamazzi durante il suo turno di battuta e boati e ovazioni per ogni errore.
Il tutto sotto alle orecchie dell’arbitro che, pur costretto spesso all’intervento, lo fa molto meno del dovuto.

La svolta arriva sull’1-1, 4-2 per Janowicz: un Murray irriconoscibile sta per regalare il secondo break allo sfidante, quando un fortunosissimo nastro lo toglie dai pasticci. Se tensione e nervosismo possono essere una giustificazione per le mancate scuse dello scozzese – cortesia tra tennisti che la Radwanska, ad esempio, ha dedicato in più occasioni alla Lisicki nella semifinale femminile – l’esplosione di Wimbledon sembrava più consona per gli spalti di Wembley (per tornare al paragone di Clerici) al quarto di Hurst contro la Germania Ovest che regalò la prima ed unica Coppa del Mondo all’Inghilterra nel ’66.

Quello è il momento che ammazza definitivamente resistenza del polacco e partita. Il tennis è uno sport molto cinico e crudele, che costringe i giocatori a (con)vivere da soli nella tensione, sedendosi in panchina senza poter scambiare parole né sguardi con nessuno tra un set e l’altro.
Grande torneo, grande avversario, grande scenario, grande sfortuna: gli ingredienti per la resa di Jerzy Janowicz ci sono tutti e la sua inesperienza lo lascia schiacciare dalla pressione.

murray janowitz wimbledon foto 1A lasciare il piccolo segno tra gli appassionati, però, è un episodio innocuo, all’apparenza insignificante che accade durante il terzo set col polacco al servizio.
Con la strada già in discesa per Murray e Janowicz alle prese con uno dei suoi innumerevoli primi falli, Wimbledon si permette di sbeffeggiarlo sulla seconda palla. Una battuta, forse simpatica, che attira le risate dei presenti e lascia sorridere anche l’arbitro, che non si scompone ma non richiama nemmeno all’ordine, ma che infastidisce giustamente Janowicz tanto da fargli portare il dito alla bocca, chiedendo rispetto.

Una mancanza che probabilmente, anzi sicuramente, non sarebbe stata concessa a parti invertite, ma col beniamino di casa in campo tutto viene incredibilmente perdonato. Succede così che il ricordo più nitido di questo incontro, risultato a parte, rimarrà la decisione di far chiudere il tetto, tanto sollecitata da Janowicz (che probabilmente preferiva utilizzarla solo come scusa, viste le energie fisiche e mentali che gli scarseggiavano) e platealmente contestata dal capriccio di Murray, mentre in pochi si ricorderanno del comportamento di Wimbledon, ben lontano dai fasti antichi che punivano col cartellino rosso al primo sgarro (se ne parli con Mc Enroe o, più recentemente, con le suole delle scarpe di Roger Federer).

Stefano Rosso
@twitTagli

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