Il Santiago Bernabeu, uno stadio per turisti

La facciata esterna del Santiago Bernabeu, il tempio delle partite casalinghe del Real Madrid, è tanto imponente da rispecchiare pienamente storia e blasone di uno dei club più famosi del mondo.

Succede così che presentandosi di fronte ai cancelli – pardon, le torri – dello stadio in prossimità di un’anonima partita di campionato, contro una Real Saragozza qualsiasi, si assiste allo spettacolo che tutt’Europa invidia al calcio spagnolo: migliaia di persone che trotterellano attorno all’impianto sportivo, chi ammazzando l’attesa nei vari negozi attigui, chi mangiando qualcosa nei numerosi punti di ristoro, chi ancora dannandosi alla ricerca di un tagliando d’ingresso che non troverà, perché le biglietterie chiudono generalmente il giorno precedente per esaurimento dei posti disponibili, nonostante i prezzi tutt’altro che abbordabili.
All’interno del Bernabeu, poi, lo spettacolo è ancora più impressionante, con quasi un centinaio di migliaia di persone stipate nei cinque anelli di uno stadio condito da linea wireless e riscaldamento a disposizione dei tifosi: il flusso ininterrotto dei flash delle macchine fotografiche colora gli spalti di una coreografia che ben s’intona con la camiseta blanca dei padroni di casa ed il colpo d’occhio non può che lasciare senza fiato.

Eppure, all’ingresso delle squadre in campo, si nota qualcosa che stona.

Se la ola accompagna soltanto i grandi nomi ed i colori sulle tribune si confondono in un arcobaleno che rimane ben distante dal bianco candido ed imponente del Real Madrid, a destare stupore è il silenzio attorno alla partita: a parte un gruppo di scalmanati, quantificabile in una tifoseria degna di una Lega Pro di bassa levatura, il resto dei centomila presenti si lascia andare solo a boati umorali cedendo il passo all’assordante rumore del vuoto.

Lo smacco è impressionante e la distanza tra il campo e gli spalti, pur senza l’italianissima pista di atletica, appare immensa.

Ad acuirla maggiormente ci pensano poi i giocatori in campo. Il Real ha gioco facile nel passare in vantaggio e l’esultanza dell’Higuain o del Di Maria di turno palesano definitivamente l’imbarazzo: uno sguardo alla telecamera, un sorriso o un bacio, e poi l’abbraccio dei compagni.

Basta.

Non un cenno, non un grido, non un saluto a curva o spettatori; come se non ci fossero. Di rimando, dal pubblico, si assiste alla medesima scena: si applaude, ci si esalta, si festeggia, ma nessuno sguardo al giocatore in questione.

Un pensiero attraversa la mente di uno dei presenti e lo sciovinio continuo di flash che accompagna indistintamente tutti i 90′ di gioco ne avvalora il significato: il Santiago Bernabeu è uno stadio da turisti. Di turisti.

Così come una piazza, uno scorcio, un museo, tra le tappe imperdibili di Madrid c’è anche la partita di pallone. Dall’entusiasmo iniziale per il bel calcio ed i grandi palcoscenici si passa alla semplice foto ricordo, da mostrare agli amici – magari in tempo reale, sfruttando proprio la linea wireless dell’impianto – per scatenare invidie e rivalità, e la magica atmosfera dei centomila in uno stadio si scioglie inesorabilmente, per i più romantici, in un senso di delusione inconfortabile.

Al triplice fischio, sul 4-0, la testa bassa e la camminata veloce di Cristiano Ronaldo che viene riflessa sui maxischermi risuona come l’amara risposta alle aspettative mancate e mentre le scale di uscita degli spalti si affollano non per guadagnare l’esterno dell’impianto di gioco ma per scattare una foto ricordo, non sono in molti ad accorgersi che lo Special One, Mourinho, aveva guadagnato la via degli spogliatoi già prima della fine dell’incontro, incurante di ciò che aveva intorno.

Mentre i pensieri continuano ad affollarsi nella mente del solito spettatore è la mano di un addetto alla sicurezza a riportarlo alla realtà: c’è da sbrigarsi a scendere le scale per mettersi in coda per la foto-ricordo, altrimenti ci si può scordare di trovare posto in uno dei bistrot attorno allo stadio.

Per mangiare qualcosa, s’intende, dopo una faticosa giornata da turista.

Stefano Rosso

[Questo articolo è uscito su Toronews, testata dove Stefano Rosso lavora]

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