Ho visto “The Interview” e Kim Jong-Un dovrebbe stare tranquillo

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L’altra sera ho visto The Interview, il film che ha causato attacchi informatici e rischiato di scatenare una crisi geopolitica. Un caso-studio illuminante che mostra come il cyber-terrorismo sia in grado di danneggiare seriamente una multinazionale. Un oggetto di dibattito complesso e affascinante, con fazioni a difesa della libertà di espressione opposte ad altre pronte a fermare un’impresa intellettuale ritenuta eccessivamente rischiosa.

UNA COMMEDIA DEMENZIALE – Il film (non chiedetemi come l’ho visto, ma il divano era comodo e il download è filato liscio) è un’innocua farsa che appartiene al filone tipicamente neo-hollywoodiano della “stoner comedy”. I nomi coinvolti, da Seth Rogen e Evan Goldberg a James Franco, sono parte del team produttivo dietro lo riuscitissimo “This Is the End” e di molti progetti firmati Judd Apatow, vero e proprio “padrino” della recente comedy americana. 

Di per sè, The Interview è una divertente (ma demenziale, molto demenziale) commedia, godibile e dissacrante quanto basta per perdonare la frequenza delle battute sui culi. Una variazione sul tema di “This Is the End”, dove i personaggi sono più o meno gli stessi adorabili imbecilli alle prese con una situazione più grande di loro: nel caso specifico, assassinare il leader della Corea del Nord.
Non è una satira feroce e consapevole, ma usa la sua premessa come semplice pretesto narrativo, del tutto slegato da qualunque messaggio che si avvicini minimamente alla propaganda o alla denuncia.

FARSA DIETRO LA FARSA – Ciò che più affascina del film non è il suo contenuto, quanto più il caos che ha generato in seguito alle minacce di ritorsioni: dopo la release del primo trailer internazionale del film, un gruppo collegato alla Corea del Nord ha intimato alla Sony Pictures, lo studio cinematografico che ha prodotto il film, di cancellare The Interview dalla faccia della Terra.  

Con una deliziosa ironia a posteriori, è inevitabile pensare che il finto Kim Jong-Un cinematografico di The Interview avrebbe probabilmente fatto la stessa cosa. Anche senza tutta questa vicenda, il dittatore coreano sarebbe già passato alla storia per essere la vittima (probabilmente inconsapevole, a questo punto) di molti meme e avere raggiunto, insieme a pochi altri eletti come Nicolas Cage e Grumpy Cat, lo status di “Eroe nazionale dell’internet che cazzeggia”.

Ma l’eredità che ora lascia al mondo è davvero memorabile, perchè Kim Jong-Un è il presunto mandante di un colossale attacco informatico lanciato per impedire che un film lo ritraesse mentre ascolta Katy Perry dentro un carroarmato.
Dal punto di vista di un seguace del regime nordcoreano, pensare di boicottare The Interview è un po’ come se nel 1985 l’Unione Sovietica avesse minacciato attacchi nucleari per protestare contro il finale di Rocky IV. E intendiamoci, secondo me Putin è ancora un po’ arrabbiato che non non abbia vinto Ivan Drago.

Ma la conseguenza più seria di questa “farsa dietro la farsa” sono effettivamente gli strascichi lasciati dall’attacco informatico ai database della Sony. Intere comunicazioni private tra dirigenti sono state rese pubbliche e la Sony ha quasi perso costose proprietà intellettuali a causa di uno scambio di e-mail: ne sono seguite gaffe, insulti pubblici, battute razziste e una generale sensazione di essere incappati in una gigantesca figura di merda.

Amy Pascal, amministratrice delegata di Sony Pictures, sta tutt’ora lottando per non perdere la poltrona e non causare altri danni alla società; nel frattempo, grazie agli hacker, conosciamo le ragioni per cui Sony ha venduto il film su Steve Jobs alla Fox oppure sappiamo che il nuovo Spider-Man cinematografico sta per essere licenziato.

Più importante di tutto, sappiamo che la Sony ha subito un crollo di credibilità senza precedenti e si è trovata di fronte a un dubbio amletico: una di quelle scelte che gli americani chiamano “lose-lose situation” e che si è presentata di fronte a loro nel momento in cui la minaccia nordcoreana si era estesa alla promessa di “fare esplodere i cinema”.

Se la Sony avesse deciso di distribuire ugualmente il film e per disgrazia fosse successo qualcosa, lo studio avrebbe praticamente chiuso i battenti. L’intuizione più sottile e passata inosservata dietro questa nuova “forma di terrorismo” sta nel fatto che l’attacco ha colpito l’America dove è più sensibile. Non il patriottismo. Non la difesa delle proprie frontiere. Non la politica estera. 
La paura che qualcuno ti faccia causa.

É ovvio che la Sony avrebbe fatto marcia indietro sulla distribuzione in larga scala: il rischio di un incidente, e di doverne fisicamente pagare le conseguenze, era troppo alto. Ma in aggiunta a questo dato, anche grazie alla vicenda e alla sua copertura giornalistica, il film aveva raggiunto un livello di pubblicità gratuita tale che non c’era più bisogno di piazzarlo in 3 multisala su 4. Bastava diffonderlo nelle principali piattaforme Video On Demand e permettere ai circuiti indipendenti di proiettarne una copia.
Al momento, è possibile vedersi The Interview su Youtube Movies, Google Play, Microsoft Xbox Video, oltre che su un sito creato apposta da Sony e altri portali per il noleggio, lo streaming o il download a pagamento.

La mossa di distribuire il film al cinema è stata caldeggiata da gente come Obama, George Clooney, George R. Martin e praticamente l’intera popolazione di Twitter. The Interview godrà di una copertura adeguata e se ne potrà verificare l’andamento commerciale (che non immagino essere negativo). Tutto è bene quello che finisce bene.
Tranne per un paio di cose.

UN PERICOLOSO PRECEDENTE – La decisione iniziale della Sony di cancellare il film segna un pericolosissimo precedente. Qualunque entità che un giorno verrà infastidita dall’esistenza di un’opera intellettuale (nel senso più ampio del termine, concedetemelo. The Interview è “intellettuale” quanto una veglia delle sentinelle in piedi) adesso ha instillata una pulce nell’orecchio. Qualunque studio cinematografico che valuterà l’idea di “correre dei rischi” con un film, dovrà ora pensare alla lezione che The Interview e il cyber-terrorismo hanno impartito alla Sony. E questo è un danno incalcolabile, di cui potremo constatare l’entità nei prossimi anni.

È paradossale, ma certamente comico, che un film demenziale e senza pretese abbia segnato un simile corso di eventi. Mi sembra soprattutto che la realtà abbia pesantemente superato la fantasia: magari la storia dietro The Interview è materiale per un film migliore di The Interview, e l’America dovrebbe bombardare i paesi nemici con dvd di film di Adam Sandler invece che usare i droni. Ma mi rendo conto che forse sarebbe troppo anche per la Corea del Nord. Magari Kim Jong-Un è davvero come lo ritraggono Seth Rogen e Evan Goldber: magari ascolta pop da ragazzine, si fa le canne con James Franco e ha un’irrisolta sindrome di Peter Pan.
Mi piacerebbe intervistarlo. 

Davide Mela
@twitTagli

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