Game of Thrones: un brutto finale non rovina un bellissimo viaggio

And now our watch has ended, e mentre penso al fatto che Game of Thrones sia davvero finito non posso che provare una certa malinconia: la stessa sensazione che hai quando chiudi le pagine di un lungo, corposo romanzo, che ti ha tenuto compagna per mesi o anni.

Mentre penso al finale di Game of Thrones, mi tornano in mente vecchie reminiscenze di studi scolastici da tempo impolverati nel cassetto dei ricordi. Il laureato in filosofia che è in me si risveglia per un istante dal torpore, spegne la playstation 4 e accende il cervello nel tentativo di spiegarsi meglio.

Chissà se ci riuscirà.

Non garantisco nulla, ma soprattutto prometto di non scrivere un articolo sull’onda di quelli che hanno invaso le notti buie e piene di terrore del nostro internet, roba con titoli come “le dieci cose di cui non ti eri accorto nel finale di Game of Thrones”, oppure “Facciamo una petizione online per rigirare l’ottava stagione”. La cultura dei fan è una roba sempre più tossica e illeggibile, soprattutto quella che ruota attorno a fenomeni di massa particolarmente discussi come Game of Thrones. La verità è che è sempre molto importante prendersi meno sul serio. Stiamo parlando di draghi, non di diritti umani. 

Con questa scusa, sto per sbrodolare qualche migliaia di riga in cui farò considerazioni a ruota libera cercando di scavare un pelino più in profondità, ammesso che ne sia in grado.

Ovviamente ci saranno spoiller. Non ve lo sto neanche a dire.

Chi ha letto Macbeth saprà che le profezie sono un soggetto insidioso.

Quando le streghe predicono il futuro di Macbeth, gli rivelano che non sarà mai sconfitto finché la foresta non avanzerà verso il suo castello. Macbeth si sente tranquillo, convinto che gli alberi non possano muoversi da soli, finché l’esercito nemico non usa i rami degli alberi della foresta per decorare le armature e nascondersi nella notte. Macbeth vede la foresta avanzare verso di lui, e sa di avere perso la guerra.

Anche nei romanzi di George R. R. Martin le profezie sono insidiose. I lettori dei libri conosceranno bene tutti i discorsi relativi al “principe promesso” e alla strega che predice il futuro di Cersei, che hanno trovato un loro compimento quasi poetico all’interno della serie. Il “principe promesso” è ovviamente Jon, che è costretto a trafiggere la donna che ama con la sua spada “magica”, mentre Cersei muore esattamente nel modo che le era stato annunciato, soffocata tra le braccia di suo fratello e sconfitta da una regina più giovane e più bella di lei.

Le profezie sono insidiose: non si devono interpretare in modo letterale, ma piuttosto si devono “adattare” liberamente, trasporre in un nuovo linguaggio che ne metterà in scena il destino già scritto nelle fiamme, ineluttabile, da cui nessun Macbeth può scappare.

I cinque romanzi di A Song of Ice and Fire di Martin sono una profezia incompiuta, un destino già scritto a cui mancano le ultime parole che chiuderanno il cerchio per sempre. Lo sono per chi si è occupato di adattarli nella più grande serie televisiva di sempre, Game of Thrones, e lo sono sopratutto per il suo vastissimo pubblico di appassionati.

Se normalmente una profezia è insidiosa, contiene zone d’ombra, misteri irrisolti e indovinelli da interpretare soggettivamente, una profezia incompiuta è quasi intraducibile dalla mente umana.

Prima che arrivassero Weiss e Benioff con il loro pitch per una serie targata HBO, A Song of Ice and Fire era un po’ il Signore degli Anelli del terzo millennio: una proprietà intellettuale dal potenziale sconfinato ma drammaticamente difficile da trasporre al cinema o in televisione, e soprattutto una storia “lavori in corso” condotta da un autore straordinario ma notoriamente lento a scrivere e forse un po’ sulla strada della perdizione in una saga di cui ormai aveva raccontato tutto e di più, esplorato mondi grandi e piccoli, dimenticato trame e personaggi e condotto un gioco ad incastri di un puzzle da un milione di pezzi. I lettori sanno di cosa sto parlando, perchè si ricorderanno di cose come il piano segreto di Doran Martell o Penny, la nana da circo innamorata di Tyrion per una buona fetta del quinto libro.

I lettori sanno anche che esiste una profonda differenza tra i primi tre libri della saga e i quarto e quinto capitolo, ed è una differenza che evidenzia ancora più profondamente l’incommensurabilità di fondo tra i romanzi e la serie televisiva.

I primi tre libri di A Song of Ice and Fire sono thriller incalzanti e dal ritmo serrato, occasionalmente spezzato da descrizioni dettagliate di banchetti e colazioni frugali, ma comunque guidate da una grande spinta propulsiva nel fare avanzare la trama, muovere i personaggi sulla scacchiera e produrre incontri, scontri e conflitti memorabili, con lo sguardo sempre fisso sulla psicologia interna di personaggi provvisti di uno spessore praticamente ineguagliabile all’interno del genere fantasy.

Il quarto e il quinto libro moltiplicano i punti di vista e rallentano violentemente il motore della storia, fino a lasciare in mano al lettore una lenta e cerebrale analisi di sottotrame e personaggi di cui si ignora il peso specifico nell’economia generale.

La struttura di Game of Thrones, come serie televisiva con un ritmo preciso e particolare, fatto di lenti set-up e improvvisi, epici climax posizionati intorno al finale di ogni stagione, segue una parabola uguale e contraria a quella dei romanzi.

Game of Thrones parte lento, molto lento, e dalla quinta stagione procede in fretta, con un’evidente “efficienza” narrativa di fondo e una  propulsione drammatica accelerata allo scopo di incastrare i pezzi del puzzle il più rapidamente possibile. Via le sottotrame e via i set-up, via i personaggi secondari e via le lente preparazioni, la lunga “calma prima della tempesta”: le ultime stagioni di Game of Thrones abitano nel cuore della tempesta e non si muovono mai dal fulcro dell’azione, se non per brevi momenti introspettivi. L’idea stessa del payoff, della “rincompensa” ad un set-up introdotto anni prima, viene messa in discussione a favore di un più generico “foreshadowing”, un indizio vago e impreciso che annuncia la sorte di un personaggio o lo sviluppo di una trama senza articolarne i dettagli.

Per capirci: la metamorfosi di Daenerys da protettrice dei più deboli a tiranno sanguinario non gode di alcun set-up, ma al massimo viene suggerita in modo aleatorio attraverso piccoli indizi interpretabili soggettivamente.

La differenza tra “foreshadowing” e set-up è esattamente quello che cambia il modo di godere di un’opera letteraria e della sua conclusione. Il fatto che quando Frodo tornerà alla Contea non riuscirà a riconquistare la sua innocenza, persa per sempre dopo la distruzione dell’unico anello, è l’unico epilogo intellettualmente “gratificante” che sarebbe mai stato possibile per il personaggio. La discesa nella follia di Daenerys è frutto di un’affrettata e artificiale esigenza narrativa che avrebbe meritato un approfondimento lento e scandito nel tempo. La differenza sta tutta lì: nel tempo.

L’unico vero metro di giudizio per interpretare le profezie.

Interpretare, adattare, “tradurre” una profezia da un linguaggio ad un altro è un po’ come pretendere che Game of Thrones sia un vero equivalente di A Song of Ice and Fire. In fondo è quello che desideravo anche io, principalmente perchè sono convinto che in realtà il signor Martin questi libri non li finirà mai, e che Weiss e Benioff almeno sono riusciti a chiudere una lunga storia di cui da tantissimo attendevo una risoluzione.

Per questo motivo meritano rispetto se non ammirazione, e chiudere una storia di questa portata, con tutti i limiti del caso, rappresenta comunque un risultato memorabile che resterà impresso nella memoria collettiva e che segnerà uno standard altissimo per qualunque futuro progetto di serialità, non solo all’interno del genere fantasy ma a livello assoluto.

Tuttavia, non starò a perdere tempo nel dirvi che penso che il finale di Game of Thrones sia un fallimento totale, una conclusione deludente a più livelli ma soprattutto sul piano della sua esecuzione: un affrettato e svogliato bignami di quelli che probabilmente erano plot-point indicati dallo stesso George Martin, ma che avrebbero meritato dignità, approfondimento e tempo.

Troppo fiumi di parole (tanto per citare i Jalisse) sono già stati scritti a proposito del finale, e dopo che Wired tira fuori una recensione illustrata di Zerocalcare non vedo proprio perchè io dovrei mettermi a raccontarvi il perchè o percome penso che l’ottava stagione di Game of Thrones sia un grosso incidente di percorso e rappresenti un definitivo calo di qualità nella scrittura rispetto al livello generale delle prime cinque o sei stagioni precedenti. Quello che invece farò è riportarvi indietro al 1999, quando al cinema uscì Fight Club di David Fincher.

(Spoiler in arrivo per chi non ha mai visto Fight Club. Mi sento autorizzato, essendo un film di vent’anni fa.)

Mi ricordo di avere visto Fight Club intorno al 2004, appena iniziato il liceo, e mi ricordo che aveva scosso profondamente la mia testolina prepuberale. Mi ero innamorato dell’energia anarcoide che sprigionava il film e del carisma incredibile di Brad Pitt nel ruolo di Tyler Durden, talmente tanto che all’epoca non avevo assolutamente capito che in realtà il film doveva essere una feroce satira dissacrante del maschilismo tossico e che il personaggio di Tyler Durden era una proiezione del “maschio ideale” partorita da una mente disturbata. Al tempo pensavo fosse il mio eroe: era nichilista, biondo, muscoloso e snocciolava perle di saggezza da discount come “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Aggiungeteci un po’ di proto-filosofia anni ’90, in pieno stile The Matrix, che prendeva ispirazione da Platone e dalla teoria della vita autentica e inautentica di Heidegger, e per il me stesso targato 2004 diventava davvero troppa roba tutta insieme.

La verità è che vi sto parlando di Fight Club perchè si tratta di un film bellissimo, ma di una trasposizione fondamentalmente sbagliata del libro da cui è tratto. Il romanzo “Fight Club” di Chuck Palahniuk non si conclude con una memorabile sequenza orchestrata dai Pixies in cui il nostro protagonista assiste al successo della sua impresa e osserva il mondo bruciare nel caos che il suo “sé stesso autentico” ha generato.

Il romanzo si conclude nell’unico modo possibile per restare coerenti alla sua satira di fondo: il mondo non brucia. I palazzi del potere non esplodono. Tyler Durden ha combinato un pasticcio, e nulla del suo piano rivoluzionario avrà davvero un peso o un significato. Il Fight Club non è la risposta, ma la manifestazione di una generazione maschile malata e disturbata.

Fight Club di David Fincher è un film bellissimo allo stesso modo in cui Il Trono di Spade è una delle più grandi serie televisive di sempre. Non riconoscerne i meriti, il valore produttivo e la portata rivoluzionaria per il suo medium è da cechi e ipocriti: nessun episodio dell’ottava stagione cancellerà il Red Wedding, e nessun affrettato svolgimento spazio-temporale visto farà dimenticare episodi come “Kissed by Fire” (Stagione 3, Episodio 5), forse una delle migliori ore televisive mai scritte e realizzate.

Allo stesso tempo, Fight Club di David Fincher è un adattamento approssimativo e irresponsabile di un’opera letteraria immensamente più densa e profonda, e le medesime parole possono essere scritte a proposito del progetto di Weiss e Benioff. Game of Thrones è esistenza inautentica, è uno “scegliere a partire dagli altri”, confrontandosi, commisurandosi. Sbagliando. Cadendo, soprattutto alla fine. Si regge su errori di fondo di sceneggiatura che sarebbero anche potuti essere corretti con relativa facilità, se si avesse avuto il desiderio e il tempo a disposizione per strutturare uno svolgimento della storia più lento e ragionato.

Al contrario, Game of Thrones ha bruciato le tappe per cercare di arrivare indenne alla fine, sperando di non incappare nell’inevitabile destino di una profezia interpretata male. Ha deluso aspettative troppo grandi per qualunque artista, perchè era messo a confronto con un’opera letteraria che forse non si concluderà mai, ma che rimane presente nell’etere come termine di paragone.

Ma, alla fine di tutto questo poco digeribile mucchio di riflessioni, credo sia importante portarci a casa la convinzione che un brutto finale non rovina un bellissimo viaggio.

Pensate al pubblico di appassionati di Fight Club: nel 2004 non si parlava così tanto di petizioni online, thread di discussione, trending topic e dibattiti su Reddit. Non c’era una massa di delusi dal finale di Fight Club, ma piuttosto c’erano milioni di adolescenti che ne avevano completamente travisato il senso e avevano cominciato a indossare camice sgargianti, pellicce smanicate e occhiali da sole di notte per imitare Brad Pitt. Andavano in giro con gli slogan del film sulle t-shirt, sognando di fondare un proprio “progetto Mayhem”.

Quegli stessi adolescenti oggi si riconoscono nelle stesse cose che il romanzo di Palahniuk aveva di fatto anticipato, come una profezia: il movimento alt-right, le community di troll, la diffusione del maschilismo tossico e dell’anti-femminismo come ideale di vita.

Pensate al destino, circa 20 anni dopo, del film di David Fincher. È quasi più crudele del nostro, pubblico di appassionati di Game of Thrones.

Come ho detto, un brutto finale non rovina un bellissimo viaggio.

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