Il 2015 e l’Antico Futuro del cinema

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Sì, lo sappiamo tutti: “Ritorno al Futuro II” è ambientato nel 2015. Internet ci impedisce letteralmente di dimenticarlo

Siamo la generazione che rivendica da anni la necessità di possedere un paio di nike bombate alla Marty McFly ai piedi. Stiamo recuperando la memoria di un film ambientato precisamente trent’anni fa, in un’operazione collettiva di retro-futurismo che francamente non avrei mai immaginato. 
Voglio dire, anche io adoro “Ritorno al Futuro”. Chi può umanamente dire il contrario?
Al liceo rompevo sempre le scatole al mio compagno di banco svegliandolo dalla lezione di matematica al grido di “Marty! I libici!”, ma ero piuttosto isolato in questa pratica.
Eravamo in pochi ad esclamare “Grande Giove!” prima di essere estratti a sorte per l’interrogazione di greco. 

Perché sto parlando degli anni del liceo? Perché “Ritorno al Futuro II” sta lasciando un impatto pazzesco nell’inconscio collettivo dell’anno solare 2015 e secondo me è semplicemente un segno dei tempi.
Il retro-futurismo è divertente, e il motivo principale per cui il 2015 di Ritorno al Futuro subisce rievocazioni è perché in fondo vorremmo tutti vivere un pezzo di quella fantasia meravigliosamente anni ’80. 

Ma allo stesso tempo, c’è un indiscutibile sentimento che sovrasta la cultura pop di questi anni: la nostalgia, il mezzo più potente con cui l’industria cinematografica vende i suoi prodotti nell’era moderna. 
La nostalgia ha provocato il rigurgito di nuovi Star Wars, Terminator, Ghostbusters, sequel improbabili di Top Gun, Beverly Hills Cop, Mad Max, Poltergeist (e non vado avanti nell’elenco solo per spirito di decenza) che ci sommergeranno quest’anno e i prossimi: i Marty McFly dell’epoca, gli adolescenti di allora, sono il principale target di mercato di adesso. 
Gli anni ’80 sono tornati e sono qui per restare fino a quando non sarà più conveniente far tornare gli anni ’90.
Personalmente, tremo al pensiero del rilancio di roba come Flubber, Piccoli Brividi e Jumanji, ma state certi che succederà. 

È il 2015, e viviamo ufficialmente nell’epoca della nostalgia: i sentimenti sono difficili da distillare, ma il cinema è uno dei settori al mondo che più disperatamente sta tentando di farlo.
Viviamo nella perpetua convinzione che “l’originale era più bello del remake”, ma solo perché rimpiangiamo la nostra infanzia. Il Freddy Kruger di trent’anni fa aveva tutto un altro sapore, e non fanno più i film come una volta.
Mentre noi ci crogioliamo a pensare alle barrette galak che non sono più in commercio, siamo arrivati al 2015. Entriamo ufficialmente nell’anno che la nostra memoria collettiva aveva registrato come “futuro”. 

Saremo anche arrivati al 2015, ma ancora non sono state inventate le sole due cose di cui davvero mi importava:  macchine volanti e viaggi nel tempo, di cui la vecchia e gloriosa DeLorian del film di Zemeckis era una sintesi sublime. 

La nostalgia fa brutti scherzi: ci convince che sia una buona idea far tornare a recitare Arnold Schwarzenegger. Ci fa spendere soldi per andare al cinema a vedere “The Expendables”, praticamente l’incarnazione anabolizzata del concetto di “monetizzare la nostalgia”.
Materializza l’idea che la marca “Hasbro” alle spalle di un film sia più importante del concetto che lo anima, e non importa se l’idea di un film tratto dalle Hot Wheels, da Monopoly o da Battaglia Navale sia una stronzata. L’importante è farlo. 

Nel 2015, Stallone e Bruce Willis non hanno più successo perché sono stelle del cinema. Ne hanno perché sono bei ricordi. 
Pensate mai al fatto che l’anno di uscita di “Ritorno al Futuro”, il 1985, è diventato tanto vecchio per noi quanto lo era il 1955 per i protagonisti di quel film?
Non fa venire i brividi?
Non vorreste rubare lo skateboard a Marty McFly, salire sulla DeLorean e fare un salto nel 1985 per suonare… che so, Never Gonna Give You Up ad un ballo scolastico?
Questo è il potere della nostalgia. 

Non possiedo una macchina del tempo; ci sto lavorando, ma sono ancora piuttosto lontano e non so quanto una laurea triennale in filosofia potrà portarmi vicino alla meta.
Come minimo avrei dovuto studiare ingegneria, e se penso agli anni in cui dovevo scegliere vengo assalito dalla nostalgia, la stessa che mi ha fatto buttare quelle due ore nel nuovo film delle Tartarughe Ninja e mi ha fatto comprare quel pupazzetto di Ash dell’Armata delle Tenebre.
La stessa emozione che farà prosperare il mercato dell’intrattenimento, perché forse è vero che tutto è già stato fatto e pensato. Forse siamo destinati a vivere per sempre nello stesso cerchio piatto di remake di film dell’orrore e brand riconoscibili. 


La cosa paradossale è che non mi sto lamentando. Sono talmente assuefatto dalla nostalgia che qualsiasi anelito di intrattenimento originale viene sistematicamente sepolto dall’attesa per il nuovo film della Marvel: un po’ perché i film della Marvel sono belli, e un po’ perché da ragazzino leggevo tanti fumetti. E vedere Thor sullo schermo mi fa venire nostalgia.
Non mi sto lamentando perché, insomma, vorrei che capitasse sempre un’annata cinematografica nella quale andrò al cinema 287 volte e assisterò al ritorno in auge dei miei capisaldi dell’infanzia. Le navi spaziali e i dinosauri vanno sempre bene. Ma spero non arrivi mai il momento in cui la nostalgia mi darà la nausea, perché persino per i ricordi più inzuccherati esiste la saturazione. 

Il 2015 è un anno storico per il cinema, e non per merito di “Ritorno al Futuro”. Rappresenta l’imposizione di un paradigma già esistente da tempo, ma che mai come quest’anno esploderà in tutta la sua violenta deprivazione da originalità. 
Non è una necessità, non è una coincidenza, ma è una scelta, e ne stiamo subendo l’influenza un Guerre Stellari VII alla volta: è la precisa volontà di guardare indietro per continuare ad andare avanti. 
È la legalizzazione della nostalgia sul mercato. 

Davide Mela
@twitTagli 

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