Giappone, Giordania, spade e apostasia nella prima parte del nuovo Dabiq

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Due uomini che indossano il dishdasha bianco — il lungo e bianco indumento maschile tipico della penisola araba — stringono tra le mani quel foglio, ormai celebre, di colore nero e bianco con su scritto Je suis Charlie. Una scritta li sormonta, l’altra li sorregge: Dabiq, recita la prima; “Dall’ipocrisia all’apostasia, l’estinzione della grayzone”, dice invece la seconda.
La prima scritta è il titolo dell’inquietante e ufficiale rivista dello Stato Islamico che giunge ora al suo settimo numero (vi abbiamo già dedicato un articolo qui); la seconda è il titolo che si è voluto dare alle 83 pagine in uscita in questi giorni.
Ed ecco che, come nel centro di un mirino, stretti tra due scritte nella morsa della critica e dello sdegno dei jihadisti dell’IS, si trovano due uomini di fede musulmana.

In realtà non fanno altro che rispondere alle pretese europee — più o meno esplicite — degli ultimi mesi, che hanno chiesto a tutti i Musulmani di dissociarsi pubblicamente dal terrorismo e dagli autori delle stragi di Parigi. In Europa questo atteggiamento è caldeggiato e apprezzato. Tra i confini dello Stato Islamico diventa apostasia.
Con quel grayzone in copertina s’intende la frantumazione della religione musulmana nelle sue diverse varianti, dottrine e scuole accentuatesi e aggravatesi dopo gli attentati dell’11 Settembre, quando i Musulmani — punta il dito la redazione di Dabiq — avrebbero commesso il fatale errore di non sottoscrivere compatti e unanimi le condanne di Bin Laden e al-Qaeda, ma al contrario, si sarebbero nascosti dietro la bandiera dell’Islam moderato, rinnegando la propria fede — o meglio, l’Islam di cui si nutrivano i terroristi — per evitare di perdere il “privilegio” di essere tollerati in Occidente. 
Dunque c’è chi pur di avere “la vita facile”, proseguono gli scribi di Dabiq, se n’è rimasto in Europa o negli Stati Uniti, ha storto il naso di fronte ad al-Qaeda e si è rifiutato di contribuire alla formazione dello Stato Islamico, perché il limbo, la grayzone come la chiamano loro, era più invitante.

Tuttavia Dabiq mette in guardia: la grayzone, grazie all’avvento e alla crescita dello Stato Islamico, sta lentamente sparendo, si sta dissolvendo a favore di un bipolarismo che da “Islam Vero vs. Islam deviato nelle sue molteplici varianti” sta diventando “Stato Islamico vs. Crociati Occidentali”.
Leggendo gli scribi di
Dabiq e le notizie sui nostri media, sappiamo bene che sempre più persone abbracciano la causa dell’IS e che soprattutto in Iraq, Siria e Libia, volontaria o meno che sia la sua causa, la grayzone dei musulmani contrari al Califfo è davvero sempre più debole nelle sue ragioni, nei suoi mezzi e nei suoi leader.

Il nuovo numero di Dabiq non può che essere fitto di argomenti e pagine: nel tempo intercorso dall’uscita del sesto numero ci sono stati gli attentati a Parigi, ma anche la condanna a morte del pilota giordano nella gabbia di fuoco e la decapitazione dei due giornalisti giapponesi.
Dalla loro esecuzione prende infatti avvio la premessa della rivista, un’intransigente critica al governo giapponese per il suo essere “schiavo dell’Occidente dalla Seconda Guerra Mondiale” e servo dei “Crociati americani”.
Dal riassunto su come si siano svolte in quel contesto le fallite trattative diplomatiche tra IS, Giappone e Giordania si arriva a fine pagina all’esplicita minaccia: d’ora in avanti si sappia che “la spada del Califfato è stata sguainata contro i pagani giapponesi”. 

Messi in guardia i giapponesi, il capitolo successivo è invece dedicato all’esecuzione stile Giovanna D’Arco inferta al pilota giordano Muaz Kassasbe. Di lui in questo numero si dice poco o niente — era già stato oggetto di un’intervista nel numero precedente — , ma la sua atroce condanna a morte è utilizzata come punto di partenza per effettuare un parallelismo con le vittime dei bombardamenti della coalizione americana.
Tra di loro, la redazione di Dabiq sceglie strategicamente di mostrare la foto raggelante di due bambini carbonizzati.

Segue poi un commento alla “risposta” giordana, l’esecuzione di due prigionieri legati all’IS messa in atto da Amman all’indomani di quella del suo pilota: nonostante lo Stato Islamico, si legge, “abbia fatto tutto il possibile per assicurare il rilascio di entrambi, Allah ha decretato che sarebbero dovuti tornare da lui, un incomparabile onore che entrambi hanno desiderato, ansiosamente perseguito e per cui hanno supplicato il loro Signore”.
Alla faccia di chi pensava che il Califfo e i suoi fossero rimasti colpiti e danneggiati dalle vendicative esecuzioni di due dei loro, si procede citando un hadith: “A chiunque (cfr. la Giordania, ndr) danneggi un alleato dei Miei, io ho proclamato guerra”.
Sono poi menzionati cinque dettagliati esempi di come la pratica di bruciare vive le persone sia stata usata fin dai primi anni dell’Islam da Califfi e guerrieri per punire gli apostati, così da dimostrare quanto forte e radicata sia la preparazione ideologica e accademica dei membri dell’IS, che non trascurano di citare esempi, nomi, anni, battaglie e luoghi, per portare in superficie i loro antichi modelli.

Vi siete mai chiesti quale sia il modo in cui i piani alti dell’IS concepiscono l’Islam che hanno così prepotentemente voluto inserire nella propria definizione? A pagina 20 la risposta iconografica più immediata: una spada sopra la quale si legge: “L’Islam è la religione della spada, non è pacifismo”.
Il “pacifismo”, scrivono, è una parola inventata da “bugiardi” musulmani sostenuti con doppi fini dagli inglesi, poiché questi ultimi vedevano nel jihad un freno al proprio imperialismo.
Se quindi, secondo gli scribi di Dabiq, la pace non è un termine da associare all’Islam, allora i due musulmani fotografati a pagina 21 con un cartello che dice: “Islam = Paz”, sono, e lo esprime in maniera puntuale e precisa la didascalia alla foto, dei “deviants”, anche loro degli apostati, circondati da altrettanto precise e immancabili citazioni di Sure del Corano. 

L’intoppo al meccanismo dell’IS non è però così difficile da notare: basta leggere in una biblioteca una qualsiasi copia del Corano per rendersi conto di alcune discrepanze tra le Sure citate da Dabiq per giustificare l’uso della violenza e gli stessi passi reperibili in un’altra copia del libro sacro dell’Islam.
Dove sono le minacce o i riferimenti bellici presenti invece in Dabiq

Riservo a un altro foglio bianco la seconda parte della rivista: gli elogi a Coulibaly, la descrizione dello scenario libico e la conclusione, come sempre ambigua e inquietante, del reporter britannico John Cantlie.
Dopo letture come quella di Dabiq ci vuole sempre una pausa per riprendere contatto con la realtà.

Elle Ti
@twitTagli 

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