Sempre più connessi e sempre più soli (tema tecnico-scientifico maturità 2015)

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Ci chiamano nativi digitali, nati con il device (uno qualsiasi) tra le mani, come fosse un’estensione stessa del nostro corpo. E chi non lo è ci definisce così: soli.
Per la generazione dei nostri genitori, e non c’è biasimo in questo, vedere flotte di adolescenti immersi nello smartphone, ad esempio sull’autobus, può dare l’immagine di una generazione isolata con ciò che la circonda.

Ma poi ci sono anche quelli del mito del progresso. Intellettuali evoluzionisti 2.0 che credono nello sviluppo tecnologico come nuovo illuminismo ed età dell’oro.
Per loro la nuova era della comunicazione che stiamo vivendo è strumento per l’espansione della democrazia e per la condivisione della cultura. Una nuova America da conquistare e dove costruire la società del futuro: libera, democratica, aperta.

Chi ha ragione? Le nuove frontiere della tecnologia ci rendono soli e schiavi dei nostri device o ci porteranno verso una nuova dimensione, dove le disuguaglianze saranno abbattute?
Fin troppo banale ammettere che si tratta di una dicotomia schematica e che bisogna, semmai, prendere in considerazione le infinite scale di grigi che vivono tra una posizione e l’altra.
Perché, se da un lato può sembrare che le nuove generazioni tendano a sostituire le moderne forme di comunicazione a quelle di interazione tradizionale, dall’altro si sottovaluta il concetto che “nuovo” non significhi necessariamente “pericoloso”.

Non è neanche del tutto vero che il boom tecnologico abbia, fino a questo momento, contribuito all’abbattimento delle disuguaglianze sociali. Basti pensare che vi sono intere aree del mondo dove tale sviluppo non è ancora del tutto radicato. E anche nel nostro Paese non vi è omogeneità nell’accesso alle risorse.
Quindi semmai, fino a questo momento, sembrerebbe che questa nuova frontiera della comunicazione stia seguendo le spaccature sociali storicamente radicate.
Attualizzando il pensiero di Karl Marx, si potrebbe arrivare a pensare addirittura che il concetto di comunicazione abbia sostituito quello di produzione nel conflitto di classe. In questo senso, chi ha accesso ai mezzi di comunicazione si porrà in una posizione dominante, rispetto a chi, invece, ha scarso accesso a questa risorsa.

Ma anche questa posizione è ammissibile solo in parte. La produzione e l’accesso alla tecnologia – laptop, smartphone, tablet – sta diventando sempre più economica e alla portata anche delle classi più povere delle società occidentali. Un po’ come accadde con il fordismo e le automobili. Questo avviene prevalentemente per lo sfruttamento della manodopera dei lavoratori dei cosiddetti stati emergenti.
Quindi si può ancora parlare di marxismo, ma nel senso classico del termine: l’accesso alle risorse di produzione è ancora centrale.
Tuttavia, i processi della globalizzazione ha spostato la linea della lotta di classe, delocalizzandola.
Il conflitto non è più solo tra classe operaia e borghesia, ma tra la working class occidentale e quella dei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, ridurre il fenomeno ai sistemi produttivi è, ancora una volta, fuorviante e anacronistico. La facilità di accesso alle risorse tecnologiche è tale anche per la sua facilità di utilizzo. Le nuove frontiere del web permettono la realizzazione contenuti, senza che siano necessarie competenze specifiche in campo di programmazione, ad esempio.
Il web 2.0 permette all’utenza di essere allo stesso tempo fruitore, produttore e divulgatore.

Le conseguenze di tale cambiamento sono riscontrabili su due fronti: pubblico e privato.
Dal punto di vista pubblico, questa trasformazione ha permesso la nascita di nuove realtà politiche dal basso. La velocità e la facilità di produrre informazioni ha garantito la crescita di gruppi che hanno trovato nel web l’humus ideale per germogliare. Si pensi, in questo senso, alle rivolte della cosiddetta Primavera Araba o al consenso elettorale assunto dal Movimento 5 Stelle in Italia.
Nel primo caso, Internet (e in particolare Twitter), ha permesso alla protesta di diffondersi, scavalcando i canali ufficiali del regime. Un paragone novecentesco, in questo contesto, può essere fatto con Radio Londra durante la Resistenza.
Nel secondo caso, invece, una ponderata pianificazione di marketing ha permesso di cogliere le nuove sfide dell’internet (in questo caso soprattutto il blog ufficiale e Facebook) come nuovo strumento di comunicazione di massa a fini elettorali.
La comunicazione, in questo caso, era però orientata dal leader ai suoi elettori: meno orizzontale e più verticale. Il paragone può essere quello della comunicazione televisiva a scopi elettorali messa in atto da Silvio Berlusconi negli anni ’90.

Anche lo Stato Islamico non si è lasciato sfuggire le opportunità del mezzo per fare propaganda. Con la facilità di diffusione di materiale multimediale – soprattutto video – l’Isis utilizza i nuovi canali per arruolare discepoli in giro per il mondo.
L’obiettivo è dimostrare la grandezza dell’esercito di Allah, le grandi prospettive per chi vi aderisce e l’immensità del progetto politico. In questo caso il paragone è il cinema, utilizzato dalle dittature nazifasciste europee.

Da questa analisi si evince che le nuove tecnologie digitali, dal punto di vista politico, possono essere un importante strumento di condivisione di informazioni, al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Possono essere uno strumento accessibile e utilizzabile dalle grandi masse per raggiungere il fabbisogno di libertà che nasce in seno alle società.
Ma può anche essere un grande strumento di manipolazione di massa e di propaganda, grazie alla sua capacità di diffondere informazione spesso distorte e tendenziose, come accadde per i mezzi di comunicazione classici.

Dal punto di vista privato, invece, il cambiamento è decisamente più visibile e senza paragoni. Grazie alle tecnologie di social networking, la sfera privata non coincide più, necessariamente, con intimità e riservatezza.
Ogni giorno condividiamo dati e informazioni personali, i quali lasciano un’impronta indelebile nei server. Condividiamo le nostre foto e quelle dei nostri figli con un pubblico potenzialmente infinito di utenti.
Questo ha delle conseguenze che rischiano di essere incontrollabili: una volta che qualcosa è su internet, ci rimane per sempre. Tali informazioni vengono raccolte per fare business, ad esempio. Oppure possono essere oggetto di pettegolezzo e scherno. Una sorta di piazza di paese, con 7 miliardi di potenziali pettegoli. Mica male, no?

Ma, come spesso accade, le novità creano anche nuove possibilità. Con i sistemi di messaggistica istantanea, spesso gratuiti, riusciamo a relazionarci, anche quotidianamente, con altri esseri umani lontani nel tempo e nello spazio. Whatsapp è la nuova Locomotiva di Guccini: “ruggendo si lascia indietro distanze che sembravano infinite”.
Possono nascere, in questo contesto, nuove relazioni e nuove amicizie. La possibilità di interagire è pressoché infinita. E non è vero che i nuovi modi di interazione sostituiscono i vecchi. Semplicemente si sommano e si mescolano, dando vita a una nuova vita sociale.
E questo è positivo.

La facilità di produzione di contenuti, inoltre, permette a diverse persone di realizzare la propria creatività e competenza. È relativamente facile – o almeno lo è di più rispetto a 20 anni fa – autoprodurre la propria musica, realizzare corti o scrivere storie. Tanto è vero che molte case discografiche, di produzione cinematografica o editori fanno scouting nel cosiddetto mondo del web.
Le nuove frontiere della comunicazione sono ancora, per gran parte, inesplorate. Per ora possiamo solamente attrezzarci per farne l’uso migliore possibile.
Remare contro questa corrente sarebbe un errore. Compito delle istituzioni classiche, come la scuola e la famiglia, è quella di fornirci gli strumenti culturali per affrontare il cambiamento e per proteggerci da eventuali derive.

Andrea Dotti
@twitTagli

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