Da terra di nessuno a terra dei jihadisti: perché il Sinai

La penisola del Sinai: zona cuscinetto tra Il Cairo e Israele, ricca di gasdotti e commercialmente strategica (il Canale di Suez); per lo più desertica, ma cosparsa, sulla costa, di villaggi vacanze all’europea.
Appetibili attrazioni turistiche atte a infoltire le tasche degli egiziani in un lontano tempo di pace, queste oasi cementificate sono ora semi vuote o chiuse.
Così si presenta da lontano la penisola del Sinai, una penisola quasi fantasma che è però anche il suolo in cui si perpetuano da anni numerose violenze.

Attrae lo studioso e il giornalista forse meno della Siria e dell’Iraq, ma brucia ormai come queste aree. Culla dell’irredentismo beduino fin dai tempi di Mubarak, questo lembo di terra ha nutrito i malesseri di una società frustrata, spesso sentitatisi dimenticata dal governo del Cairo che ha avuto come costante priorità lo sviluppo economico delle grandi città e della Valle del Nilo.
La storia insegna, le frustrazioni e il senso di abbandono di alcuni sono la forza vitale di altri: la linfa che permette ai gruppi islamisti già presenti sul territorio, e in proficuo contatto con alcune ali della vicina Hamas, di rafforzarsi e attrarre adepti.
Sotto la bandiera della vendetta, con la promessa di un futuro più roseo e con il metodo della violenza.

Terreno fertile per il terrorismo jihadista, nel 2011 il Sinai dà alla luce Ansar Bayt al-Maqdi  (Abm), un gruppo terrorista islamista che agisce in discreto silenzio, approfittando del boato della folla e del suono della rivoluzione che al contrario, nello stesso istante, invadono piazza Tahir.
La penisola fantasma ha finalmente i suoi padroni, e persino i custodi secolari del Sinai, le più diversificate tribù beduine, persino loro chiudono un occhio e lasciano fare.
A volte anzi appoggiano queste nuove milizie o addirittura si arruolano tra le loro file.

L’Abm cresce in numero e si rafforza. Non conta solo sul supporto locale e sul disinteresse che il Cairo e la comunità internazionale mostrano verso la regione del Sinai: conta anche sulla debolezza dello stato egiziano che dopo la “Primavera araba” rimane senza il suo padrone-sultano Mubarak.
E anche quando i Fratelli Musulmani riescono a portare al governo il presidente Morsi, quest’ultimo è debole, disillude le promesse fatte alla popolazione egiziana e, dopo soli undici mesi di governo, viene destituito dal colpo di stato dell’attuale presidente Al-Sisi.

Siamo nel 2013 e a questo punto, l’Abm si rafforza ancora di più: il fallimento dell’islam politico propugnato da Morsi conduce una parte dei suoi anziani sostenitori a sposare la causa estremista del terrorismo jihadista; e tra chi è ancora incerto sul da farsi, la cieca politica di repressione del movimento dei Fratelli Musulmani indetta dal neo presidente Al-Sisi, finisce per convincere ulteriori reclute che l’Abm sia l’unica strada per resistere e difendersi.
Non convincono forse fino in fondo la sua ideologia così estrema e i suoi metodi, ma quando si è soffocati da un governo che pare ancora più autoritario dei precedenti, persino questi miliziani al-qaedisti del deserto appaiono più seducenti.

I primi obiettivi sono la polizia e l’esercito egiziano, un insieme di pedine addestrate da Il Cairo e spedite ai posti di blocco o al confine con Gaza: controllano i traffici illeciti che transitano tra i due lati della frontiera, e allo stesso tempo tentano di allontanare lo spettro jihadista.
Arriva poi il turno dei turisti: da quelli che osano avventurarsi in pullman nella zona a quei 224 che viaggiavano sul volo russo decollato da Sharm al-Shaykh il 31 ottobre del 2015. Gli occhi della politica e della cronaca internazionale si posano ora tutti sulla penisola del Sinai: non solo il bersaglio è cambiato, non solo l’Egitto appare come l’ennesima meta vacanziera da depennare dalla lista preparata per l’estate, ma l’Abm ha anche cambiato nome. E con il nome, la sua ispirazione e affiliazione. Non più Al-Qaeda quindi, ma Daesh (o Isis), lo stesso Daesh che decapita e cosparge di bandiere nere la Mesopotamia.

Il massacro di venerdì 24 in una moschea nel Sinai

Il cambiamento è stato quasi inevitabile: da una parte reso possibile dalla morte della maggior parte degli anziani leader dell’Abn, dall’altra perché il marchio Daesh permette di accedere a più finanziamenti, più reclute e più visibilità.
Diventare Wilāyat Sīnā’ (“Provincia del Sinai”) e quindi fratelli di Daesh, implica adottarne un altro corollario: come predicano i fondatori iracheni dello Stato islamico fin dal 2013, non esiste un bersaglio unico. I bersagli sono molteplici: forze armate, turisti, copti (da ricordare gli atroci attentati ai danni della popolazione copta ad Alessandria, Tanta e a Il Cairo nell’ultimo anno), ma sopratutto – anche se spesso si dimentica, in questa parte del mondo – gli stessi musulmani. La stessa popolazione egiziana. Non quella che aderisce al salafismo, ma piuttosto allo sciismo o al sufismo, una branca dell’islam considerata apostata dai terroristi.

E a nulla sono valsi gli “sforzi” del generale Al-Sisi. A nulla sono valsi lo stato di emergenza, i bombardamenti, le retate, gli arresti, i finanziamenti sauditi, le armi statunitensi, i patti con Tel Aviv. A nulla ha portato questa famigerata lotta contro il terrorismo che ha spinto la moralista comunità internazionale a chiudere gli occhi più di una volta di fronte ai metodi autoritari di Al-Sisi ai danni della popolazione egiziana.
Come sempre, vecchio copione: una parte del mondo resta disponibile a tacere e non vedere un lato della medaglia, ogni qualvolta gli si ricorda che tutto questo “fa parte della lotta contro il terrorismo”.

Chiudiamo spesso gli occhi nell’attesa di riaprirli e trovarci di fronte alla fine del terrorismo islamico, alla sua totale dissoluzione. Non va mai così.
Li riapriamo perché Reuters e Ansa strillano all’impazzata il contrario: un altro attentato contro civili innocenti.
Un’altra volta, la violenza dei “buoni” non ha distrutto la violenza dei cattivi.

Elle Ti

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