Una rivista per tutti; anche per gli Jihadisti

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Negli Stati Uniti, in Canada e in Inghilterra le studentesse all’ultimo anno di liceo sono così ossessionate e terrorizzate dal Prom, il ballo di fine anno, che qualcuno ha avuto la produttiva e ancor più ansiogena idea di creare delle riviste o degli inserti esclusivamente dedicati a esso. Seventeen Prom, Prom Canada, Teen Prom, Your Prom e Ym Prom sono solo alcuni dei titoli di questi fitti e coloratissimi giornali, che confermano le impressioni che le edicole di oggi suscitano nei passanti che vi gettano un occhio: una rivista per ogni cosa.
Non bastano più i quotidiani: la stampa moderna punta alla settorializzazione. Giornali dedicati alla storia, alla politica, alla cucina, alle vacanze, alle spose, agli scienziati, agli aspiranti scienziati, alla musica, alle donne che ricamano usando il punto croce, ai bambini, alle fotografie, alle macchine fotografiche, al calcio e allo sport che non è solo calcio.
Edicole tuttofare e una rivista per ogni cosa.

Questo tratto così tipico della nostra società ha forse ispirato l’ennesimo – e probabilmente inconscio – approccio dello Stato Islamico all’Occidente. Come a dire: “Ci ammazzerebbero tutti, ma quando hanno voglia, ci copiano le idee”.
Dopo le immagini e i video violenti diffusi in rete che ricordano il Trono di Spade, dopo il fenomeno Cantlie girato a puntate come fosse una sit-com su Canale5 e dopo i filmati che somigliano ai trailer dei film di Nolan, con rallenty e zoom sulle esplosioni che ricordano quelli finti di Hollywood – digitare Flames of War su Youtube per crederci –, tutte novità nel panorama propagandistico e mediatico del terrorismo islamico, gli Jihadisti dello Stato Islamico hanno anche una loro rivista.

Si chiama Dabiq, come la città siriana a nord di Aleppo, dove nel 1516 l’Impero Ottomano sconfisse definitivamente i Mamelucchi; ma anche come il luogo dove, secondo un hadith noto a molti, si svolgerà la battaglia finale tra i Musulmani e “Roma” (generalmente intesa come sineddoche dell’Occidente), l’Armageddon; un luogo dove alla fine dei tempi, secondo il Nuovo Testamento (Apocalisse 16,16), si svolgerà il conflitto definitivo tra Bene e Male.
Inutile chiederselo o ricorrere al fasto latino di Cicerone e Augusto per trovare una scorciatoia: désolée, ma noi e Roma siamo il male.

A dirla tutta, l’idea di un magazine online era già venuta ad al-Qaeda nel luglio 2010, quando Anwar al-Awlaki, nato in New Mexico ma di origini yemenite pensò e pubblicizzò Inspire, una rivista inglese online, incentrata sulla promozione di atti terroristici individuali e sulla spiegazione di come fosse possibile diventare un valido terrorista.
Mancava una visione politica e religiosa d’insieme, perché quello che importava era fornire una sorta di guida all’aspirante terrorista.

Nel magazine dell’IS Dabiq, invece, il pubblico che si vuole raggiungere è più vasto e in linea teorica include tutti i Musulmani, a cui si chiede, dandone per scontato l’esito positivo, di supportare lo Stato Islamico emigrando dalle proprie case verso il Califfato in Siria e Iraq.
Nei primi due numeri di Dabiq le riportate parole del Califfo al-Baghdadi si rivolgono anche ai non-militanti, alle donne, ai giovani, ai medici, agli studenti che non puntano a imbrattare un fucile in mano, ma a diventare parte delle semplici fondamenta del nascente Stato. Anche di loro c’è bisogno, specie per ripopolare aree pseudo-deserte e compensare le perdite umane degli ultimi mesi, e l’ufficio stampa dell’IS questo l’ha capito.

Il messaggio esclusivamente violento del magazine di al-Qaeda Inspire diventa in Dabiq qualcosa di più complesso, ampio e ordinario. Accanto alle foto dei curdi ammazzati e delle postazioni da cui partono gli attacchi missilistici, le foto di uomini comuni che lavorano alla pulizia di una strada puntano a mostrare l’intimità dello Stato Islamico.
Dopo le ostili parole rivolte ai “crociati”, come vengono chiamati tutti i non Musulmani, la foto di un ponte ricostruito, di una casa di riposo piena di anziani e quella di un centro per la cura del cancro infantile, sembrano voler rassicurare i Musulmani scettici.

Dabiq nasce con l’intento di far vedere come nel Califfato non sia tutto nero quanto la bandiera che lo rappresenta nel mondo. Nasce per mostrarsi e imporsi come soluzione finale ed esclusiva al problema con l’Occidente.
Nasce per paragonarsi ai principi e ai metodi di al-Qaeda e presentarsi come una sua evoluzione, perché per i fanatici dell’IS – non temiate mai di chiamarli così – gli attentati kamikaze non sono più abbastanza.

Dabiq ci spiega che il terrorismo non è più ormai l’unico modus operandi dell’IS e che, per questo, il terrorismo non è più il solo pericolo che gli Occidentali devono temere. Dabiq ci spiega che questa guerra dev’essere combattuta di nuovo sulla terra, a piedi, tra soldato e soldato, perché gli atti isolati e i lupi solitari fanno vittime e provocano droni, ma non creano soluzioni durature.
Lo fanno invece le guerre di terra, volute, finanziate e sostenute da uno Stato de facto come quello di al-Baghdadi, uno Stato con una sua popolazione, delle città, un’organizzazione politica, e, ça va sans dire, un suo giornale.

Elle Ti
@twitTagli 

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