Questa è la storia di una startup che nei piani di uno dei suoi fondatori non doveva nascere. È anche la storia, o meglio la prima puntata, di una startup sospesa tra l’Italia e la Silicon Valley e tra due mondi lontani, ahimè sempre più lontani se visti con occhi italiani. Voglia di rischiare, velocità di esecuzione, semplicità nell’esposizione, andare al sodo, concentrarsi su ciò che fa veramente la differenza sono cose scontate sul Pacifico e molto meno purtroppo dalle nostre parti.
Nella primavera 2012 Adriano Marconetto aveva deciso di non lavorare per sei mesi in modo da riprendersi dalle fatiche psico-fisiche accumulate negli ultimi cinque anni passati a viaggiare di continuo tra Italia e paesi asiatici. Sei mesi sabbatici. Il piano fallisce non appena lo confida ad alcuni amici uno dei quali, Carlo Capello, gli vuol presentare un amico suo, Andrea Motto, che sta sviluppando una cosa interessante. Accetta, riluttante, perché vorrebbe passare le giornate a leggere libri e a camminare. Ascolta, parla, sobbalza. Un mese dopo erano tutti e tre in Silicon Valley per capire se questa “cosa” avrebbe potuto avere un futuro, se poteva piacere, se poteva avere una forma e una personalità. Ciò che non uccide, fortifica, si dissero e nel dirlo la pitchavano a chiunque, dal momento che a Palo Alto e San Francisco chiunque incontri è un mentor, un investor, un geek o un nerd, uno startupper, uno che ha fatto una exit o che sta lavorando per farla. Ti danno tutti tre minuti e sta a te saper trasferire il nocciolo della tua idea in modo chiaro.
Fecero dozzine di pitch, cioè di presentazioni dell’idea in poche frasi a chiunque potessero fermare in uno Starbucks, sul treno, in un bar, dagli amici di Mind The Bridge, la meritoria Fondazione che aiuta gli startuppers italiani a capire la Silicon Valley che non è solo un’area geografica o uno “state of mind” ma soprattutto un preciso modo di lavorare.

Due mesi dopo erano di nuovo a Torino ma nel frattempo avevano fondato una società in America e cambiato tre volte nome ad essa e al suo nascente prodotto dopo aver scoperto che il nome originale da quelle parti era incredibilmente sinonimo di “pezzente italiano che arriva in USA senza passaporto”, di emigrante dei tempi che furono, insomma.
Avevano imparato molto, in Silicon Valley non è necessario un ufficio per fare una startup: la tua camera o un tavolo da Starbucks (meglio se entrambi) vanno benissimo, all’inizio. Chiunque è disposto a sentire la tua idea ma devi essere bravo e convincente nell’esporla in modo semplice. Niente marketing e frasi fatte. Se ci riesci chiunque ti presenta dieci persone che ti vedono volentieri, magari il giorno stesso. Tutti si aiutano ma tutti sono pronti a non aiutare chi non se lo merita. Tutti diedero idee e consigli e il risultato fu che la tecnologia Made in Torino era molto interessante ma il modo di presentarla ancora nebbioso e il linguaggio senz’altro troppo verboso.
Ci lavorarono e in un mese le slides di Power Point diventarono delle grandi immagini con una o due parole, che prima erano cento e le immagini piccole e scarse, la app definita in linea di massima e pronta per essere messa “in forno”. Certe app si possono programmare in un giorno, per altre occorrono mesi. Soprattutto se si lavora sodo per renderle semplici e intuitive. Mesi snervanti perché volevano uscire ma la app non era pronta. Cambiano tre volte la data di rilascio.
Decidono di cercare investitori italiani per portarli con loro a vivere l’esperienza di una startup con un piede a San Francisco e uno in Italia e propongono il convertible note, un modello d’investimento standard a San Francisco ma innovativo per il nostro Paese, che ha il pregio di evitare lunghe negoziazioni sul valore dell’azienda in un momento iniziale quando il valore è ancora piuttosto indecifrabile. Nel frattempo mettono in piedi un Advisory Board con quattro membri sparsi tra San Francisco e Londra. Chi fa l’Advisory Board Member è una persona che la sa lunga in un determinato settore e aiuta una startup a commettere meno sbagli possibile (che poi in genere è il segreto del loro successo, quando arriva) in cambio di qualche stock option.
Lavorano per tre mesi alla ricerca dello slogan giusto, che deve dire cosa fa la app in poche parole.

Alla fine escono sull’App Store, prima in Italia per due settimane perché se poi la app non funziona bene è meglio che il mondo non se ne accorga troppo, poi in tutto il mondo. Il giorno del debutto la più importante rivista al mondo del settore, Mashable, gli dedica un articolo in prima pagina e altre venti riprendono la notizia (quale notizia?). La gente inizia a scaricare, arrivano i primi feedback. Lavorano giorno e notte per uscire con Android il prima possibile e fare aggiornamenti per rendere la app migliore.
Vanno a presentare il tutto al SXSW di Austin, un evento di proporzioni bibliche che ogni anno mette assieme il meglio della scena mondiale delle startup digitali, dell’industria del cinema emergente e della musica indipendente: migliaia e migliaia di giovani imprenditori, sviluppatori, investitori, giornalisti, film makers, musicisti che in due settimane tra incontri, panels, fiera, concerti, eventi, aperitivi, code ai barbecue cercano di farsi notare da chi può “farli svoltare”.
Sono stati inseriti nella lista delle cinque app più interessanti presentate al SXSW dalla rivista CNet e non se lo aspettavano.
Smaltite le birre e i barbecue di Austin adesso sono qui, tra San Francisco e Torino, a pensare alle prossime mille cose da fare in base ai mille feedback ricevuti. Intanto, se vi va, andate sull’App Store o su Google Play e scrivete ProxToMe. Scaricate e iniziate a fare una cosa che non avete mai potuto fare prima: inviare ogni tipo di file a persone attorno a voi anche se non sono amici vostri (e nemmeno amici su Facebook) e da loro riceverne. Portatevi la app all’Alcatraz a Milano la sera del 4 aprile. Quella sera i Motel Connection presenteranno il loro nuovo fantastico album e a tutti i presenti muniti di ProxToMe regaleranno qualcosa di molto speciale.








