Free climbing: pericoli, eccesso di sicurezza e polemiche

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La più giovane stella mondiale del free climbing precipita da una falesia, sbatte la testa e muore; conseguenzialmente una luce fatta per lo più di polemiche investe il mondo dell’arrampicata.
Andiamo a vedere quanto queste polemiche possano essere fondate o meno.
Tito Traversa era un minuto ma già atletico ragazzino di 12 anni e si impegnava su vie da arrampicata da record: degli ottavi gradi, che significa praticamente la massima difficoltà possibile anche per un adulto.

Lui aveva affrontato i primi 8, 8 b, 8 a+ tra i  9 e i 12 anni attirando l’attenzione dei migliori a livello planetario: la settimana scorsa durante un allenamento per lui quasi banale a Grenòble, in Francia, è caduto ed alcuni dei rinvii (i fermi a moschettone che ancorano la corda alla parete rocciosa e impediscono che l’arrampicatore precipiti violentemente) pare abbiano ceduto.
Era l’attrezzatura di un’altra ragazzina, dicono, e non si dovrebbero usare attrezzi non propri.

530278_4686278529593_92586836_nOvviamente genitori, lettori e non addetti al mestiere si chiedono se sia il caso di far fare a dei ragazzini di 10-12 anni uno sport così pericoloso.
Ma quando e in quale misura l’arrampicata è uno sport pericoloso?

Tagliamo la testa al toro e non giriamoci intorno: il rischio c’è ma tra le pratiche sportive rischiose è forse quella che prevede le misure di sicurezza più numerose. Il climber è assicurato ad una corda saldamente legata ad un imbrago: a discrezione personale, si può portare un casco.
A tenere la corda c’è un “assicuratore” a terra che, in caso di caduta, permette alla persona in parete di non precipitare.
In palestra si presenta la medesima situazione, eccezion fatta in caso di pareti basse sotto le quali ci sono alti materassi ad attutire le cadute.
Lo scopo non è – o meglio, non dovrebbe essere – mai il rischio, bensì il raggiungimento di un miglioramento continuo delle proprie prestazioni.

Se prendiamo anche statistiche su infortuni sportivi vedremo che come numero di incidenti mortali l’arrampicata viene superata dall’alpinismo, lo scialpinismo e persino la semplice passeggiata in montagna (classifica UPI, Svizzera, dove il climbing è popolare: dal 2000 al 2011 68 morti per camminata, 62 per arrampicata).
A camminare nei boschi si rischia più che a scalare le rocce? È credibile, perché scalando in media l’attenzione è sempre alta ed il fatto di essere vigili ci salva.
D’altronde, spesso gli incidenti avvengono per semplice disattenzione.

L’arrampicatore viene messo nelle condizioni di praticare uno sport sicuro nel caso in cui vengano rispettate tutte le norme precauzionali; resta comunque una certezza il fatto che il 90% della sicurezza sia data dal buon senso e soprattutto dal senso del limite.
Per quanto possano però essere elargiti consigli utilissimi su come minimizzare la possibilità di incidenti (non tirare troppo la corda; non tirare troppo poco la corda; chi assicura non deve pesare troppo poco rispetto a chi è in parete; fare sempre un controllo incrociato dei nodi e delle fibbie dell’imbrago) siamo poi noi a doverli mettere in atto.
Interessante leggere nei siti sull’arrampicata (cai.it, federclimb.it tra tutti) che da quando sono disponibili freni per le corde semiautomatici che danno maggiore sicurezza a chi è a terra, paradossalmente gli incidenti sono aumentati a causa dell’atteggiamento maggiormente rilassato degli assicuratori.

images (2)Quando io arrampico non c’è nessuno a ricordarmi di mettere il casco, come potrebbe accadere se facessi equitazione in un maneggio o andassi su un kart in pista. Inoltre, si sa, l’adrenalina scatta quando ci sentiamo a rischio, quando non troviamo appigli, quando, potenzialmente, potremmo cadere.
Le misure di sicurezza se rispettate possono prevenire qualsiasi incidente – escluse le tragiche fatalità, che però possono esserci in qualunque contesto, sportivo e non –  ma se per esempio l’assicuratore a terra non fa attenzione non c’è corda che tenga.

La questione è che il climber, a livelli alti, è un animale talvolta temerario; se negli altri sport la sfida è contro gli altri qui la sfida è contro se stessi e contro se stessi si tende a non vincere mai, perché si ha un circolo virtuoso di miglioramenti da raggiungere e poi superare.
Inoltre molti arrampicatori sono reticenti a rinunciare a quella meravigliosa libertà che è poi il bello di questo sport ovvero decidere il dove, il come, senza avere nessuno che imbriglia la tua passione in regole che tu, in realtà, conosci già: a questo proposito è nato nel 2012 l’Osservatorio per la Libertà in Montagna, movimento che difende la necessità di muoversi agevolmente sia per alpinisti professionisti che per chiunque voglia vivere la montagna senza il giogo e le ristrettezze di troppe regole: legarsi solo al buon senso e alla consapevolezza dei propri limiti.

Visitando il sito ufficiale di Tito Traversa si possono ammirare le gallerie fotografiche delle sue imprese: in nemmeno una foto indossa il casco.
Io stessa non l’ho mai indossato arrampicando e non lo fa nessuno dei miei amici: so che sarebbe una scocciatura, ma forse almeno per i minorenni andrebbe reso obbligatorio.
Qualora il nostro grado di prudenza fosse massimo, non saremmo comunque esenti dal pericolo che un chiodo fissato nella parete ceda o dall’avere un malanno, o che ce l’abbia il nostro assicuratore.

Sul fatto che l’arrampicata sia rischiosa non c’è da fare dibattiti: detto questo, è uno sport accessibile anche per bambini di dodici anni, ma le precauzioni vanno aumentate dieci volte e mai si deve dimenticare, in età infantile o adulta, che l’essere umano è fallace.
E che la sfortuna esiste, e che l’arrampicata prevede la possibilità che entrambe le condizioni si verifichino nel momento sbagliato.

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@twitTagli

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