La montagna chiama

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Sul Gran Paradiso un alpinista è morto, un altro è disperso e con il passare delle ore scemano le speranze di trovarlo ancora vivo. Si riapre così, di fronte all’ennesima tragedia della montagna, il dibattito sui limiti umani di fronte ai giganti di roccia.

Chi non è mai stato in montagna liquida solitamente la faccenda con un “Se la sono cercata” o con un “Poverini”. 
Però c’è di più e bisogna andare per montagne per poterlo capire. 
I due alpinisti torinesi erano esperti, avevano all’attivo diverse scalate su montagne impervie e ostiche e uno di loro era anche istruttore del Cai. 
Non erano due sprovveduti e nemmeno due escursionisti della domenica.

Erano amanti della montagna, traditi da una nemica-amica spesso subdola. I bollettini meteo e le previsioni lasciano il tempo che trovano, la montagna non è decifrabile. 
Le condizioni meteo possono cambiare da un momento all’altro, anche se sei partito in una giornata di pieno sole, senza nemmeno una nuvola in cielo. 
E allora come si spiegano le tragedie che ogni anno riempiono le cronache?

Come recitava il titolo del libro scritto da Simon Kehrer e Walter Nones “È la montagna che chiama”. Quelle cattedrali di pietra richiamano da sempre l’uomo in una sfida con se stesso che spesso finisce in un saldo negativo per lo sfidante. 
C’è qualcosa di mistico nello sfidare le montagne, siano esse alte duemila o ottomila metri.
Siamo sempre convinti che la montagna perdoni i nostri errori dettati dall’approssimazione, dall’inesperienza, dalla stanchezza e dal deficit di concentrazione che ne consegue.

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Puoi anche essere l’alpinista più esperto ma la montagna non ti farà sconti e al minimo fallo sarà pronta a castigarti. Eppure in montagna si continua ad andare e si continua a morire. 
Perché quei giganti esercitano su di noi un fascino irresistibile, una malia cui è difficile dire di no.
L’emozione che dà arrivare in vetta, stanchi, disfatti dalla fatica e con le gambe rotte dall’ascesa è simile all’effetto di uno stupefacente per chi ama l’alpinismo. Un’emozione che ti fa sentire per un attimo in una condizione semi-divina, con le endorfine che prendono il posto dell’adrenalina rilasciata quando sali, magari con lo strapiombo sotto di te.

Per provare quell’emozione tante volte forzi la mano, sei convinto di avere più forze di quelle che in realtà possiedi e negli ultimi attimi vedi solo la vetta; la ricompensa della tua impresa, piccola o grande che sia. 
Rinunciare perché il meteo è peggiorato o accettare che forse dovresti tornare indietro prima che faccia buio non sono spesso contemplati. Sei spinto da una forza interiore ma che, paradossalmente, non proviene da te.

La prima volta che mi sono misurato con una montagna ho commesso proprio questo errore, voler strafare quando si ha già fatto abbastanza. Non ero sul Gran Paradiso ma la montagna mi ha comunque impartito una lezione che non ho mai più scordato. Raggiunta una vetta ho voluto toccarne anche un’altra poco distante. 
Sono rimasto senza acqua e ho sbagliato due volte strada. Eppure quell’esperienza non mi ha spaventato, la settimana dopo ero a sfidare un altro gigante di pietra.

Anche dopo tante ascese, escursioni e scalate l’esperienza non è mai sufficiente. E, spesso, a farne le spese sono proprio i più esperti. Eppure continueremo ad andare in montagna e qualcuno continuerà a rimetterci la pelle per quella passione inarrestabile. 
La montagna non ti perdona ma se la ami continuerà ad esercitare su di te il suo fascino.

A.P.
@twitTagli

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