Nel momento in cui Jennifer Lawrence lo dichiara vincitore dell’Oscar 2014 come Miglior Attore Protagonista, Matthew McConaughey si alza, bacia la moglie e poi fa quello che tutti noi vorremmo fare in quell’esatto istante: abbraccia Leonardo di Caprio.
Perché in quel momento i pensieri di tutti non sono per il vincitore ma per il temibile avversario, il divo dei divi, la faccia stampata sulle t-shirt di milioni di adolescenti degli anni ’90, Jack Dawson, Romeo che eclissa Giulietta, il divoratore di modelle, l’esagerato, l’umanitario, lo spendaccione, il talentuosissimo Leonardo.
Tutti, contemporaneamente, si stanno chiedendo: “Oddio, come reagirà all’ennesima statuetta mancata?”
Gliene hanno fatte accarezzare – e non afferrare – ben quattro: appena ventenne per Buon Compleanno Mr Grape e in età più adulta per The Aviator, The Blood Diamond e The Wolf of Wall Street. Ad eccezione della prima, tutte come Miglior Attore Protagonista.
Non gliene è mai stata concessa una: si parla sempre di più di “maledizione del Titanic” o di una bislacca antipatia della giuria nei suoi confronti ma analizzando i fatti si può forse raggiungere un’altra conclusione.
1994, Buon Compleanno Mr Grape: Di Caprio ha vent’anni e interpreta il ruolo di Arnie, ritardato mentale diciottenne. Già bravissimo, si tratta di una figura positiva che lo trasforma anche fisicamente: è però un attore giovane e avrà mille possibilità di vincere, quindi gli si preferisce Tommy Lee Jones (il tenente Gerard de Il Fuggitivo), attore maturo e meritevole di riconoscimenti ufficiali.
2005, The Aviator: è l’eccentrico Howard Huges. Bello, ricco, donnaiolo, viziato, ossessivo compulsivo.
Attricette, soldi sprecati, aerei distrutti, vizi imperdonabili: Di Caprio interpreta un uomo con tendenze al divismo e una fissa per le donne irresistibili, praticamente sé stesso.
Nonostante la sua sia una performance incredibile e il film si riveli un’atomica di sapienza cinematografica vincerà Jamie Foxx, il Ray Charles di Ray. Foxx si imbruttisce e grazie a una preparazione al ruolo faticosa e fisicamente impegnativa si cala nei panni di un uomo con disabilità che raggiunge il successo planetario. Impegno e fatica, agli Oscar, vanno sempre premiati e così accade.
2007, The Blood Diamond: Leo è Danny Archer, mercenario venale ed impietoso. Alla fine della storia si dimostrerà portatore sano di altruismo, ma nel complesso è un ruolo negativo pieno di antipatie.
Il ruolo dell’abbracciatore-consolatore questa volta va a Forest Whitaker, il dittatore Amin de L’Ultimo Re di Scozia: è un personaggio ancora più negativo di Danny Archer ma nel 2007 Di Caprio, Oscar a parte, ha già vinto il Gransito Movie Award e il Satellite Award per The Departed e forse è giusto fargli spartire la torta dei premi un po’ con tutti.
Inoltre, l’interpretazione di Whitaker è davvero la migliore sulla piazza.
2014, The Wolf of Wall Street: un altro personaggio esagerato. Jordan Belfort non solo è ricco ma lo diventa in maniera disonesta; non solo è donnaiolo ma compra il sesso a ritmi sfrenati; non solo beve ma si droga pure, e tanto.
Un Di Caprio che colora consapevolmente fuori dai bordi per creare un personaggio che altri non è se non la fase finale – e terminale – di tutti gli eccentrici egoisti, ricchi e spudorati che ha portato sullo schermo fino ad oggi: non dimentichiamoci di nominare tra questi anche il Gatsby del film di Luhrmann (2013), spendaccione bugiardo e disonesto per antonomasia.
Al suo posto come detto vince il malato di Aids McConaughey, con quindici chili in meno e un riconoscimento ufficiale in più.
Alla luce di quanto sopra elencato si capisce che la giuria premia o la bellezza positiva di una figura umana o l’impegno totale che un attore si è assunto nella costruzione del personaggio. Per Hollywood Di Caprio non si impegna abbastanza. Fisicamente, si intende: non dimagrisce a dismisura, non ingrassa a dismisura, non si imbruttisce.
In qualche modo, non rinuncia mai a se stesso e questo, a Hollywood, è imperdonabile: il fatto che Leonardo di Caprio sia divo esattamente quanto lo sono i suoi personaggi non è un caso e, benché sia innegabile la qualità del suo lavoro, è impossibile non vedere l’attore prima dell’interpretazione.
L’assegnazione degli Oscar ai migliori attori sembra seguire regole ben precise che il Nostro pare voler ignorare. I suoi personaggi hanno sempre un lato eccentrico e negativo che portano la commissione a preferirgli figure più “da premio”: malati, disabili, protagonisti di biopic, self made men, eroi.
In alternativa vengono premiate le interpretazioni assolute, cioè le performance totalizzanti che portano lo spettatore a esclamare “ma sai che se non me l’avessi detto non l’avrei mai riconosciuto?!?”. Sono questi i premi Oscar.
Inoltre va aggiunto che Leo ha stretto un sodalizio con Martin Scorsese, altro grande del cinema che colleziona nomination e sfiora statuette (nominato 12 volte totali e un solo oscar conquistato) ed ama mischiare il bene ed il male in maniera pericolosa – talvolta politicamente scorretta e male accetta – nei suoi film: i mafiosi di Godfellas, le bande di Gangs of New York, i poliziotti e le spie malavitose di The Departed.
Un legame lavorativo importante e non ignorabile ai fini dell’ottenimento di un premio del genere.
È più che plausibile che non esistano né maledizioni né antipatie nei confronti di Leonardo Di Caprio. In primo luogo finché non interpreterà un personaggio da Oscar, non avrà un Oscar.
Secondariamente, Di Caprio è Di Caprio: la statuetta di per sé è sempre stata il simbolo del meritato riconoscimento del lavoro di un attore ormai maturo o l’elogio a una performance basata, spesse volte, su una radicale e impegnativa trasformazione psicologica e/o fisica dell’attore e lui, diciamocelo, è stato finora troppo legato a sé stesso per imbruttirsi come Charlize Theron (Aileen in Monster, 2003) o Jared Leto (Rayon in Dallas Buyers Club, 2013), degni vincitori passati e presenti: dunque, finché sarà così, per lui solo sentiti abbracci.
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