In morte di un giullare

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Non è dato sapere le ragioni che spingono una persona ad ammazzarsi. È una scelta la cui perentoria radicalità – e assolutezza – non può che ispirare rispetto, quantomeno in coloro che non facciano dell’indagine pruriginosa e morbosa delle vicende altrui il proprio passatempo.
Difficile però che questi aspetti non catalizzino l’attenzione: soprattuto quando chi compie il gesto estremo è famoso, addirittura uno dei più pagati, stimati e conosciuti attori di Hollywood.
Ciò inevitabilmente provoca chiacchiericci, squallida retorica, ipotesi fantasiose, fino ad arrivare a tutta la letteratura di genere farcita dalle più strampalate teorie: di solito dopo vent’anni arriva qualcuno secondo cui “lui non è morto, è scappato in Tibet, ha cambiato aspetto, in realtà voleva solo uscire dal giro”.
C’è da augurarsi che lo spessore di un attore come Robin Williams scongiuri simili derive: c’è da augurarsi; non da sperarci.

La cruda realtà comunque è che ne abbiamo perso un altro. Dopo Harold Ramis e Philippe Seymour Hoffman, questo 2014 è sicuramente l’annus horribilis per l’appassionato di cinema. Chi scrive non è un conoscitore raffinato, uno di quelli che cita a memoria le opere dei Maestri: mi sono limitato a divorare pellicole in modo del tutto onnivoro e compulsivo dalla più tenera età. È dall’alto – o basso – della mia militanza amatoriale… beh, abbiamo perso un grande. E proviamo, un’altra volta e anche se è difficile, a schivare la retorica da coccodrillo.

Robin Williams ha costruito la propria statura di attore su un antidivismo assoluto. Mai avuto il phisique du role per interpretare parti da sex symbol o da “uomo duro”, come invece hanno fatto tanti dei grandi attori americani (da De Niro ad Al Pacino, da Marlon Brando a Jack Nickolson), ha fondato la propria fama sulla capacità di infondere ai ruoli simultaneamente gioia e candore, sempre accompagnate da un velo di malinconia che andava a completarne la rotondità, ad arricchirne le sfaccettature.
I suoi personaggi promanano un’esuberanza esplosiva, trascinante, fanciullesca, che li ha portati, non a caso, ad avere grande presa su chi ha assistito durante gli anni dell’infanzia alla consacrazione di Williams. 

Film come Hook, Jack, Toys, Mrs. Doubtfire, Patch Adams, oltre al celebratissimo (anche troppo) Attimo fuggente. Robin Williams è un umano che si muove con le pose e con la voce del cartone animato; non a caso è protagonista di “Popeye”, trasposizione filmica di “Braccio di Ferro”, di Robert Altman, anche se la sua esplosività raggiunge le vette più alte con i ruoli del deejay vulcanico, quanto ingenuo e inconsapevole, di Goodmorning Vietnam o del rivoluzionario e giullaresco medico dei bambini in Patch Adams.
Personaggi che gli consentono di dare sfogo a tutto il proprio istrionismo, senza mai farlo cadere nella trappola della maschera o della macchietta.

I suoi caratteri hanno una profondità psicologica dentro la quale si annidano sempre paure e fragilità, che vengono rappresentate con una levità e delicatezza tali da non renderle mai distoniche rispetto alle esplosioni carnascialesche che ugualmente li contraddistinguono.
Più semplicemente: gioa e dolore, pianto e risata si amalgano in un’unica pasta dalla quale prendono forma con grande naturalezza. Il suo recitare è (mannaggia: era) un contrappunto di felicità e malinconia, che si regge su un filo costantemente ritorto, violentemente sollecitato, quasi mai teso però in una sola direzione – anche se le eccezioni ci sono, come dimostrano gli eccessivamente lacrimevoli “Al di là dei sogni” e “L’uomo bicentenario”.

Il punto più alto lo tocca con “Will Hunting – genio ribelle”, in cui interpreta la parte del professor McGuire, psicologo ferito e disarcionato dalla vita a causa della prematura morte della moglie. L’occasione di riscatto gli si presenta quando si trova ad accompagnare il cammino del turbolento Will, interpretato da Matt Damon, un ragazzo geniale ma problematico che dalla più tenera età, per le proprie bravate, entra ed esce da riformatorio e galera.
Qui Robin Williams accantona le esuberanze giocose e dà vita a un personaggio dolente, sospeso, come il proprio paziente, tra sconfitta e rinascita, tentativo di rimettersi in piedi e rassegnazione. Arriverà anche il premio Oscar.

La scena più famosa è forse il monologo sulla panchina, quella sarcasticamente battezzata da Will come un “momento di Com’eravamo in versione maschile”.
Nell’ultima, il giovane Will, ormai guarito dalle proprie angosce, scrive al professore dicendogli che deve momentaneamente rinunciare al prestigioso lavoro trovatogli perchè “devo occuparmi di una ragazza”. La frase è presa a prestito dal racconto che McGuire stesso gli ha riportato del giorno in cui ha conosciuto la moglie.

Williams risponde tra sè: “Quel figlio di puttana… mi ha fregato la battuta!”.
Mi appresto a farlo anch’io: “Bangerang”, Robin.

Stefano Farronato
@twitTagli

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