«Ho capito, si chiude»: salutando Gastone Moschin

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«Il bello della zingarata è proprio questo, la libertà, l’estro, il desiderio; come l’amore: nasce quando nasce, e quando non c’è più è inutile insistere, non c’è più».

Questa probabilmente è la frase allo stesso tempo più bella, più amara e più significativa di Amici miei, completamento neanche troppo ideale della descrizione della zingarata fatta dal Perozzi nelle prime battute del film. Peccato che non abbia avuto la stessa fortuna di altre scene o di altre citazioni.
Ricordate la situazone? Si è da poco conclusa – in grande stile, con un epico quanto farlocco scontro a fuoco contro il clan dei marsigliesi – la grande burla ai danni del pensionato Niccolò Righi, i cinque amici passano accanto a una pista di autoscontro a notte fatta, il Melandri ne avrebbe per un’ulteriore occasione di spasso, ma gli altri sono stanchi e hanno perso la voglia. L’architetto comprende e, a metà tra il rammaricato e il rassegnato, accetta che la zingarata sia finita: «Ho capito, si chiude».

Di tutta l’allegra combriccola di fiorentinacci più famosa del cinema italiano, il personaggio dell’architetto è senza dubbio il mio preferito. Se tutti quanti hanno i loro buoni motivi per cercare una via di fuga dal proprio quotidiano attraverso la compagnia degli amici, lui ha un bisogno in più, un bisogno ulteriore: il Melandri ha bisogno degli amici per salvarsi da se stesso, in particolare dal suo cacciarsi in guai amorosi da cui è difficile liberarsi; è probabilmente il più appassionato e sentimentale dei cinque, ma le sue turbe lo accecano facilmente, lo risucchiano e intrappolano in situazioni che non gli appartengono e che non può sostenere.
Insomma, è un tipo umano che molti di noi conoscono bene, quello dell’amico che scompare appena si imbarca anche nella più strampalata delle relazioni e che finisce per diventare schiavo dell’ordinaria routine casa/lavoro/famiglia, e che per questi motivi finisci per non vedere e sentire più.

Il Melandri è il più realistico dei cinque personaggi creati da Germi, Benvenuti, De Bernardi e Pinelli. Ognuno di essi ha bisogno del gruppo per la sua evasione da una quotidianità noiosa, drammatica, ripetitiva e conformista, ma il Melandri ne ha più bisogno proprio perché dei cinque amici è quello più propenso a caderci e a restarci invischiato in quell’idea di maturità e di crescita claustrofobica che ammazza «la libertà, l’estro e il desiderio».
Non è un caso che l’esito del suo cruciale e inevitabile contrappasso – essere bersaglio di un’insopportabile serie di frecciatine e di burle da parte di una coalizione tra i suoi amici e il suo antagonista – sia il lasciarsi letteralmente trascinare fuori dalla avvilente mediocrità della sua casa e della sua vita di coppia, per andarsene in stazione a prendere a schiaffi i passeggeri dei treni in partenza e per esplodere nella nota, ridanciana e paradossale affermazione: «Ragazzi, come si sta bene tra di noi, tra uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi?»

A pensarci bene, il Melandri nelle zingarate non è certo il più attivo e sagace del gruppo: non padroneggia la supercazzola, specialità del Mascetti (e, volendo, del Perozzi), non è l’inventore di geniali burle, ruolo che spetta per lo più al Necchi, non è neanche il promotore principale delle evasioni senza scopo; ma è quello su cui puoi sempre contare e che, una volta dentro, diventa in pratica un discreto ma inequivocabile elemento propulsore. La macchina su cui viaggiano è la sua, è sempre al volante a qualsiasi ora, quando gli gira gira, ricopre un ruolo importante nella maggior parte delle pantomime, è la voce principale dei “madrigalisti moderni”, infine è l’ultimo a mollare, l’ultimo a cedere.
L’architetto è il più spaventato dal peso della quotidianità, perché sa che dei cinque è quello che più facilmente rischia di subirne le peggiori conseguenze e non è un caso che proprio dalla sua bocca sia stata fatta uscire la sentenza che pone fine alle loro avventure in cinque – e, simbolicamente, sarà il primo a esplodere in una piangente risata nella scena finale, dove amarezza e gioco trovano un improbabile ma sublime punto di incontro.

Mi piace pensare che proprio per questo sia stato l’ultimo dei cinque ad andarsene, perché senza amici a salvarlo che vita noiosa gli sarebbe toccata? Inoltre, se fosse stato il primo ad arrivare in paradiso, si sarebbe verosimilmente lasciato assuefare dalla posata e pacifica beatitudine che vi regna sovrana, e chissà quanto avrebbero dovuto faticare gli altri quattro per tirarlo fuori anche da quell’impasse; invece ora me lo immagino che suona il clacson alle porte del cielo, destando le ire di qualche santo e difendendosi dando la colpa al suo «clacson sensibilissimo», in attesa che i vecchi amici si facciano largo tra le schiere celesti per salvarlo con l’ennesima supercazzola, confondendo e perculando angeli, santi e, perché no, persino il padreterno.

doc. NEMO

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