Ho deciso di volermi male e guarderò tutto Sanremo – Serata finale

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L’ultima serata del Festival, come nelle migliori tradizioni, è quella della premiazione finale. Dei 20 «campioni» ne sono rimasti in gara 16 e da questi ne verranno selezionati 3 che comporranno i finalisti. Il voto, ancora una volta, sarà ripartito nel peso tra pubblico (40%), sala stampa e giuria critica (30%). Ovviamente ci saranno due sessioni di votazione – quella per determinare i finalisti dal gruppo dei 16 e un’ultima per nominare il vincitore – e s’intende che nell’ultima non avrà peso il risultato ottenuto nella precedente.

Di nuovo, dunque, ci vengono propinati tutti i pezzi dei concorrenti. Tutti confermano in buona sostanza le osservazioni che abbiamo fatto fin qui, soprattutto Moreno con un altro freestyle (o qualcosa che dovrebbe somigliarci) in chiosa al suo pezzo e una Atzei che davvero non si capisce come sia giunta a giocarsela. Gli Il Volo – di cui non voglio ripetere la mia valutazione – continuano ad avere ovazioni e scrosci di applausi a scena aperta, e non a caso li ritroviamo tra i tre finalisti. Con loro anche Nek e Malika Ayane.

Nek inizialmente risulta solo nono in classifica e c’è una forte reazione indispettita da parte dell’Ariston. Poi viene fuori che la classifica è sbagliata e bisogna rifare tutto da capo. A parte l’imbarazzo della cosa, l’errore fa pensare un po’ male. Ma facciamo finta di nulla. Se Il Volo non mi convincono, Malika Ayane in finale suona ancora peggio: il suo pezzo e la sua interpretazione non sono nulla di così esaltante, a quel punto avrebbe meritato di gran lunga di più qualcun altro (la Zilli, ad esempio). Comunque sia, questi sono i tre finalisti e bisognerebbe sperare in Nek, anche se secondo la logica del male minore.

Il Leone d’Oro, che significa vittoria finale, va a Il Volo, CVD: la loro favola doveva avere il lieto fine. Se poteva essere prevedibile (ma solo ipotizzabile) fin dalle prime esibizioni sul palco dell’Ariston, il risultato è parso – almeno a me – scontato non appena il loro nome è comparso tra quelli dei finalisti. La Rai corona così un percorso che lega, ancor di più, Sanremo con i talent show, o comunque sia con i format musicali; e, in questo caso, tutto avviene “in casa”: quei tre bambini che emozionarono il pubblico italiano con la Clerici diventano, a distanza di tempo, i nuovi vincitori del Festival. Perfetto, come da copione.
Secondo posto per Nek, terza Malika Ayane; migliore arrangiamento e premio sala stampa “Lucio Dalla” vanno a Nek, mentre il premio della critica “Mia Martini” va a Malika Ayane. A Kaligola, il finto rapper cantastorie, va il premio per il miglior testo e questa notizia forse è anche la peggiore.

Quanto agli ospiti della serata, pazzesca l’apertura con la PFM e la banda dell’esercito italiano che reinterpretano il Nabucco. Il grande rock sul palco dell’Ariston, peccato solo in veste di ospite. La Nannini e il rock invece sembrano assai più distanti, anche se Conti prova rivendercela come una delle rocker più grintose d’Italia. Ma, come si dice, l’importante è esserne convinti. Buona anche la performance di Ed Sheeran, dimostrazione che si può essere semplici e di profilo basso senza essere impalpabili.

A conclusione di questa sessantacinquesima edizione, qualche spunto di riflessione. Piaccia o non piaccia, Conti è il vero vincitore e basta guardare agli indici di share per rendersene conto. La formula d’altronde era la migliore per ottenere tale risultato: un festival nel segno della gente comune, trasversale e nazional-popolare non poteva che andare così bene. Non c’è mai stato un vero azzardo, se non la partecipazione di Conchita Wurst di cui però sono state abilmente evitate tutte le possibili implicazioni più complesse e controverse. La promessa di rendere omaggio agli scomparsi Pino Daniele e Mango non è stata rispettata, e questa è una grave mancanza in un’occasione del genere.

Il telespettatore medio ha avuto ciò che voleva: un tripudio di pezzi sentimentali e faciloni, un dilagare di posatezza e di conformismo. Le stesse vittorie de Il Volo e di Giovanni Caccamo confermano che da Sanremo non è lecito aspettarsi troppo. L’unico segnale in qualche modo “alternativo” quest’anno veniva dai KuTso ed è stato già tanto vederli arrivare fino alla finale delle «nuove proposte». Però sono le eccezioni che confermano la regola, la regola che al Festival della canzone italiana non è lecito rompere nessuna norma né tanto meno provarci anche solo un minimo.

doc. NEMO
@twitTagli

(Crediti foto: ANSA.it)

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