Tre storie con una morale

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Lo scorpione e il coccodrillo

Un giorno uno scorpione desiderava attraversare un fiume impetuoso.

Chiese dunque a un coccodrillo, immerso fino alle narici nell’acqua bassa: “Amico, so che anche tu desideri, come me, passare dall’altra parte del fiume; posso sedermi sulla tua schiena e approfittare del passaggio?

Ma il coccodrillo rispose: “Scordatelo. Ti conosco bene: a metà del guado mi pungeresti, uccidendomi”.

Lo scorpione argomentò allora con logica schiacciante: “E che vantaggio ne avrei, di grazia? Se tu morissi a metà del fiume, io seguirei, affondando tra i flutti, la tua medesima sorte”.

Il coccodrillo accettò di aiutare lo scorpione.

A metà strada, come volevasi dimostrare, l’aracnide punse il rettile, uccidendolo. Con l’ultimo respiro, il coccodrillo chiese: “Perché l’hai fatto?

Lo scorpione, a sua volta prossimo ad annegare, rispose: “Perché questa è l’Africa”.

(Favola ugandese)

 

Il dio Toth e il faraone

Il dio egiziano Toth era un geniale inventore: aveva creato i numeri e il gioco degli scacchi, il calcolo e i dadi, l’astronomia e le lettere.

Un giorno si presentò al faraone Thamus per presentargli le sue meraviglie. Giunse infine a parlare dell’alfabeto: “Grazie a questi favolosi segni, o grande re, il tuo popolo diventerà tra tutti il più potente e il più sapiente, come se avesse ingerito un farmaco per la memoria”.

Ma il faraone rispose: “È tutto il contrario di quello che dici, o ingegnoso Toth. Le tue lettere produrranno oblio e dimenticanza nelle menti di coloro che dovessero mai utilizzarle. Infatti, credendo di potersi fidare di uno strumento a loro esterno, trascureranno di allenare la loro stessa capacità di ricordare. Il tuo non è un farmaco per la memoria, ma piuttosto per il ricordo; e non produrrà sapienza, ma la sua più ridicola imitazione: il nozionismo”.

(Platone fa raccontare a Socrate questo – per la verità molto poco socratico – “racconto egiziano” nel Fedro)

 

Gli astronauti e il pellerossa

L’equipaggio dell’Apollo 11, alcune settimane prima della spedizione più famosa della storia dei viaggi spaziali, si stava addestrando in una remota, e desertica, regione del West, tutt’ora patria di diverse comunità di nativi americani.

Un vecchio pellerossa li avvicinò e domandò loro per che cosa si stessero preparando.

Saputo che sarebbero partiti per l’esplorazione della luna, chiese agli astronauti se potessero fargli un favore.

Ma certo”, risposero. “Che cosa possiamo fare per te?

Il popolo della mia tribù – spiegò il vecchio – ritiene che i sacri spiriti dimorino sulla luna. Vorrei che voi faceste da ambasciatori per la mia gente, portando agli spiriti un importante messaggio”.

Sussurrò quindi una frase nel proprio idioma nativo e lo fece ripetere agli astronauti finché costoro non la pronunciarono perfettamente.

Che cosa significano queste parole?

“Non posso rivelarvelo. Soltanto alla mia gente e ai sacri spiriti, infatti, è concesso conoscerne il significato”.

Al ritorno dalla missione, agli astronauti non riuscì di ritrovare il vecchio, ma furono in grado di trovare qualcuno che parlasse quell’idioma pellerossa.

Scandirono la frase e il traduttore scoppiò in un’incontenibile risata. Quando, a fatica, riuscirono a calmarlo, rivelò il significato del messaggio: “Non dovete credere a nessuna parola che questi vi dicono. Sono venuti a rubare la vostra terra”. 

(Non è dato sapere se questo episodio sia realmente capitato a Neil Armstrong e Buzz Aldrin o se si tratti di un’invenzione)

Andrea Donna 
@AndreaDonna

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