#carrythatweight: quanto pesa un materasso?

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Io dormo, da un considerevole numero di anni, su un materasso alto e rigido.
Oggi ho preso quel materasso e l’ho messo sulla bilancia: pesa 19.5 chili.

Perché ho pesato il mio materasso? L’ho fatto perché alla Columbia University c’è una ragazza, Emma Sulkovicz, studentessa del campus, che da un po’ di tempo a questa parte gira per l’università – tra gli edifici, nelle aule, in biblioteca, per strada – portandosi dietro il suo.

Lo fa perché lì sopra durante il suo primo anno di college è stata violentata; ha denunciato il fatto alle autorità della Columbia – se vieni stuprato in un college americano non chiami la polizia, lo denunci al dipartimento per la sicurezza pubblica proprio dell’istituto universitario – che però non hanno preso provvedimenti nei confronti del suo presunto aggressore.
Così Emma ha deciso di protestare pubblicamente attraverso una sorta di performance che ha un nome, The matress Performance, ed ha pure un hashtag: #carrythatweight, che è per l’appunto il trasporto pubblico del materasso, simbolo del peso dato dal trauma che si porta addosso ogni giorno, costretta a girare per i corridoi in cui può incontrare – e infatti incontra – il suo stupratore.

Il caso Sulkovicz è diventato famoso per più di un motivo: innanzitutto perché una ragazza che gira con un materasso è difficile da nascondere e risulta, metaforicamente e letteralmente, ingombrante.
In secondo luogo lo stupro in questione ha dinamiche che sono state ritenute complicate: Emma ed il suo aggressore erano usciti insieme ed erano finiti a letto due volte prima della sera in cui, nell’ordine, 1) si sono incontrati per le vie del campus e si sono baciati 2) sono finiti a letto nella camera di Emma 3) lui ha iniziato a prendere a schiaffi lei, bloccandole gli arti, soffocandola e infine sodomizzandola contro la sua volontà, ignorando i “no” urlati dalla ragazza. 

Le autorità universitarie non hanno considerato il caso classificabile come stupro perché a loro detta “la penetrazione anale non è possibile senza l’uso del rubricante”.
Da allora Sulkovicz mette in atto la sua protesta e da qui la mia curiosità di capire quanto diamine può pesare un materasso: in seguito alle mie misurazioni mettendo anche che quello della ragazza della Columbia sia meno pesante del mio, calcolo che ogni giorno si debba portare appresso 15 chili di peso.
Tale è la soma del materasso che Emma Sulkovicz non è la sola a sentirne l’oppressione; cominciano anche le autorità, le istituzioni, i media, gli studenti, i politicanti a sentire che non si può più ignorare il fulcro della questione, ovvero il placido atteggiamento di ridimensionamento della gravità della situazione che pare essere il trend attuale nelle università americane.

Risulta molto difficile definire il numero di stupri che avviene ogni anno nei campus, perché le denunce sono molto poche; le vittime – ma ora si preferisce il termine di survivors, sopravvissute – vengono scoraggiate dal modo in cui i Dipartimenti per la Sicurezza universitari sottovalutano i casi in esame.
Era sorto alle cronache nel 2013 i casi di Ari Mostov, studentessa della University of Southern California il cui stupro non era stato considerato tale perché l’aggressore l’aveva penetrata contro la sua volontà solo per dieci minuti e, per giunta, senza raggiungere l’orgasmo; il suo caso, oltre a quello di Tucker Reed che denunciava la noncuranza ed il disinteresse con cui le autorità curavano i casi di violenza sessuale – tra cui il suo – hanno portato il ministero dell’istruzione ad aprire un caso per andare in fondo alla questione.

Ma l’USC non è la sola università ad essere nei guai per la questione stupri. Tra i college nel mirino troviamo anche altisonanti nomi da Ivy League, tra i quali Dartmouth e Yale: l’organizzazione attivista Ultraviolet ha recentemente denunciato la politica lassista e omertosa di Dartmouth, rivolgendosi poi direttamente agli studenti potenzialmente in procinto di iscriversi alla prestigiosa università: “la Dartmouth ha un problema di stupri: pensaci prima di decidere di andarci” (foto a destra).

Il lato più singolare del fenomeno, però, non sembra stare nel fatto che i grandi campus d’America cerchino d’insabbiare i casi di stupro per non dover rischiare di perdere la “clientela” studentesca – e le prestigiose rette annuali che essa porta: questo fatto rientra in un banale e conosciutissimo caso di interesse economico a nascondere una verità scomoda per non perdere un profitto sicuro.
La singolarità del fenomeno sta invece nel vedere che si hanno sempre più grosse difficoltà a mantenersi nell’ordine del non surreale nell’emanare le sentenze: come si può pensare che una mancata condanna “perché l’imputato ha penetrato la vittima solo per dieci minuti ed era troppo ubriaco per raggiungere l’orgasmo” faccia meno scalpore, per esempio, di un silenzioso allontanamento dello studente in questione dopo il riconoscimento della sua colpevolezza?

Quando è iniziata l’era in cui si ritiene che sia lecito dire che uno stupro anale non può avvenire se non tramite uso di lubrificante?
Forse è iniziata nel momento in cui è cominciata l’accettazione passiva, da parte delle donne, di una realtà: la realtà in cui, a leggere i dati, circa il 20-25 % delle studentesse universitarie americane hanno subito violenza sessuale o il tentativo di essa e solo il 5% dei casi è stato denunciato (qui la fonte).
Realtà in cui la fa da padrona la hookup culture, ovvero la tendenza sociale a vedere il sesso come qualcosa di freddo, estemporaneo, in un certo senso obbligatorio per garantirsi l’accettazione da parte del gruppo.
Ricorda un po’ l’ America universitaria descritta da Tom Wolfe in Io Sono Charlotte Simmons, splendido ritratto del sottobosco di una università di lusso in cui il sesso è ovunque, è ben visto solo quando è compulsivo e l’essere consenzienti è dovuto più che preferibile. 

Ora c’è una novità: due mesi fa la California ha varato una nuova legge basata sul principio del “Yes Means Yes“, secondo la quale un rapporto sessuale è considerato consenziente solo previa dichiarazione esplicita d’intenti: insomma, lei deve chiaramente dire “sì ” e nei casi in cui lei sia ubriaca, sotto effetto di droga o incapace di esprimere esplicitamente il “sì”, si tratta di violenza.
Un precetto draconiano, colmo di una rigidità che vuole essere la reazione all’approfittarsi, da parte dei Dipartimenti per la Sicurezza universitari, dell’ambiguità di molte situazioni prese in esame.
Che sia una possibile soluzione al problema, difficile: che sia un segnale positivo ed un passo avanti, poco ma sicuro.

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@twitTagli

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